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Dalla Somalia un messaggio all’Italia

Messaggio all’Italia? Se la matrice “somala” del sequestro di Silvia Costanza Romano si rivelasse più di un sospetto, non sarebbe poi così peregrino ipotizzare un legame con la visita ufficiale che nelle stesse ore ha portato a Roma il presidente somalo Farmajo.

Era già accaduto che gli al shabaab mandassero a dire, con modalità altrettanto crude e tempestive, che il destino della Somalia non è cosa che si possa decidere a Mogadiscio, figurarsi a Washington o a Roma. D’altro canto cosa sia venuto a discutere con Conte, Mohamed Abdullahi Mohamed, detto “Farmajo” per la passione che proprio in Italia avrebbe sviluppato per il formaggio, non è dato saperlo. A dispetto del carattere «storico» della visita, il profilo mantenuto dalle parti è stato rasoterra. Uno striminzito comunicato di Palazzo Chigi si limita a evocare il «contesto del forte sostegno italiano al processo di pace in corso nel Corno d’Africa». Conte è stato da poco in Etiopia ed Eritrea a certificare il disgelo avvenuto a luglio tra i due litiganti. Ora si ricorda della Somalia, non proprio un dettaglio. Non sfugge come la nomina a premier di Abiy Ahmed in Etiopia abbia innescato una sequenza di sorprese e speranze per tutta la regione. Ma continua a sfuggire che quanto qui suona come «processo di pace» sul campo potrebbe essere percepito come l’ennesima rapina, per di più a mano armata.

In ballo c’erano aiuti economici già impostati dal governo Gentiloni, ma forse in mano, oltre al cappello, il presidente somalo aveva un depliant illustrativo della nuova stagione di investimenti che s’annuncia in Somalia, anzi che è già iniziata, con formidabile intraprendenza da parte della Turchia, dei paesi del Golfo con tutte le disarmonie del caso e più armoniosamente che mai dalla Cina. Basi militari, infrastrutture, logiche e logistiche di dominio sottintese dalla posizione strategica dei porti somali. Gli Usa di Trump continuano a far quello che gli riesce meglio, la guerra, con un uso di droni talmente massiccio da permettere al Pentagono di ridurre le truppe in capo a Africom, il comando delle operazioni in Africa.

Con la stessa criminale leggerezza con cui rimuove il suo passato coloniale, l’Italia ignora che nel «contesto» di cui sopra è la guerra ad essere ancora sovrana. Si combatteva ancora ieri a Galmudugh; a Debatscile, nei territori che al Shabaab ancora controlla in barba ai proclami dell’esercito federale, i raid Usa a inizio settimana sono tornati a seminare morte.

Prima di festeggiare la pace e attaccare la torta degli affari, si prega quindi di dare un occhio al bollettino. I corpi dei marines trascinati a terra in Somalia nel 1993, gli attentati pre-Torri gemelle di Nairobi e Dar es Salaam del 1998, provano che quanto avviene qui può avere risonanze molto più vaste. E mai che si provi a capire le ragioni di un conflitto per poi agire di conseguenza, spezzando la spirale perversa della guerra che genera guerra.

Che certe inconsapevolezze possano pesare sulla vita di una giovane cooperante, espressione di un’Italia altra rispetto a quella che è già passata dall’«aiutiamoli a casa loro» al «se ne poteva stare a casa sua», è il paradosso più crudele.

MARCO BOCCITTO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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