Ad ascoltare Gino Cecchettin durante il funerale di sua figlia Giulia, colpisce la profondità di chi si mostra padre e uomo capace di mantenere nelle proprie mani un profilo al contempo umano e politico. Le parole innamorate verso sua figlia, e quelle di bene verso una collettività, si mescolano nel congedo e nella coscienza di un ruolo non solo genitoriale ma che, in queste settimane, è diventato pubblico assumendo su di sé una valenza di responsabilità condivisa.

Come è possibile, in mezzo a tanto dolore, avere la lucidità necessaria di raccontare che «il femminicidio è spesso il risultato di una cultura che svaluta la vita delle donne, vittime proprio di coloro avrebbero dovuto amarle e invece sono state vessate, costrette a lunghi periodi di abusi fino a perdere completamente la loro libertà prima di perdere anche la vita»? Chiederselo è legittimo.

Dove si trova, in un momento simile, la forza di dire che famiglie, scuole, società civile e mondo dell’informazione sono tra i principali luoghi attraverso cui passa questa «responsabilità educativa»?

Potremmo interrogarci a lungo sulla fisionomia di questo padre che si sottrae alla rappresentazione veicolata da luoghi comuni, un padre che sembra rifuggire il dispositivo patriarcale e in cui, in qualche modo, si è depositato un discorso, simbolico e materiale, che dal femminismo attraversa inedite pratiche anche di uomini.

In un libro prezioso (La porta delle madri, edito da Cronopio), la psicoanalista e femminista Manuela Fraire, dedica un denso paragrafo a questo tema, tra esperienza clinica e politica, che già nel titolo mostra l’arco lungo di una metamorfosi in atto da anni: «Patriarchi, padri, uomini» in cui Fraire specifica quanto «la figura paterna che abita la famiglia contemporanea non è né l’erede dell’Edipo di Freud né del Nome del Padre lacaniano».

Forse per comprendere a pieno ciò che vuole significare Gino Cecchettin bisognerebbe partire da questa che è più di una sollecitazione e che lo spinge a rivolgersi ai suoi simili: «perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere. Parliamo agli altri maschi che conosciamo – continua Cecchettin – sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali».

Il punto sta allora nella differenza e nella discontinuità tra patriarchi, padri e uomini.

ALESSANDRA PIGLIARU

da il manifesto.it

foto: screenshot tv