Cuba alle prese con la coda avvelenata del trumpismo

L'Amministrazione Usa uscente stringe il cappio e i gruppi anticastristi provano a cavalcare il malcontento generato dalle difficoltà materiali e dall'aumento dei prezzi dovuto all'inflazione
L'Avana

Il veleno del «peggior presidente degli Usa» sta nella coda. E Trump lo inietta a pochi giorni dalla fine del suo mandato. Dopo aver minacciato di inserire di nuovo Cuba nella lista delle nazioni che favoriscono il terrorismo – in compagnia di Iran, Siria e Corea del Nord -, il presidente ha sanzionato il Banco Financiero Internacional, il canale degli investimenti esteri a Cuba.

Naturalmente nessuno politicamente sano di mente crede che il governo cubano – che da decenni subisce una politica aggressiva di organizzazioni finanziate da Washington – abbia interesse a fomentare azioni terroristiche. Ma con queste misure dell’ultima ora che si aggiungono a quasi duecento altre precedenti Trump intende apertamente mettere i bastoni tra le ruote di una probabile politica di appeasement del presidente Biden verso L’Avana.

Sono misure vigliacche ma pericolosissime. Dal primo gennaio il governo cubano implementa la Tarea Ordinamiento, una serie di riforme economico-monetarie che hanno lo scopo di rilanciare l’economia del paese dopo la batosta dell’accoppiata Trump-Covid (-11% del Pil). E di creare la base materiale per lo Stato socialista di diritto previsto – seppur con contraddizioni – dalla Costituzione approvata nell’aprile 2019.
Dimostrare che socialismo e democrazia non sono in contraddizione dopo il palese fallimento – messo in risalto anche dalla pandemia – del turbocapitalismo neoliberista nell’assicurare equità e giustizia sociale, è una sfida difficilissima. Come indica la storia della seconda metà del Novecento.

Oggi nell’isola caraibica questa sfida necessaria per la sopravvivenza del governo socialista è resa ancor più difficile da fattori esterni – la crisi economico-sociale-ambientale internazionale – e interni: un’economia gia da qualche anno, secondo l’ex presidente Raúl Castro. «sul bordo dell’abisso», una struttura produttiva statalizzata burocratica e inefficente e un processo di transizione generazionale del vertice politico che si dovrebbe concludere col prossimo Congresso (l’ottavo) del Pcc in aprile e con un malcontento palese di buona parte della popolazione.
Dal primo gennaio a Cuba circola una sola moneta, il peso cubano (al cambio di 24 pesos per un dollaro Usa).

La Tarea Ordinamiento prevede però che l’uso di una sola moneta e di un cambio fisso siano la base monetaria di riforme che comportano la progressiva eliminazione di sussidi generalizzati (la libreta che permette a tutti i cubani di acquistare una serie di prodotti di prima necessità – compresi gas, acqua e luce – a prezzi simbolici o comunque sottocosto) a favore di un’assistenza agli strati di popolazione più bisognosi; l’aumento di salari e pensioni (fino a cinque volte) per affontare l’inflazione generata dal nuovo cambio del peso; una nuova legge sugli investimenti esteri, una maggiore autonomia delle imprese dal controllo dello Stato e infine una legge che autorizzi le Piccole e medie industrie private.

L’obiettivo di tali misure è rilanciare la produzione nazionale in modo che il lavoro diventi la fonte principale di sostentamento dei cubani e che il salario consenta di vivere con dignità, oltre che aprire prospettive capaci di frenare la pericolosa diaspora dei giovani.

Le previsioni di economisti indipendenti sono caute: se vi saranno i risultati sperati sarà solo con sacrifici e lacrime. La contra attiva soprattutto in rete e basata negli Usa e in Spagna, spara a zero con i grossi calibri: annuncia lacrime e miseria. E chiede sangue. Trump e il suo falco più fedele, Mike Pompeo, guidano l’orchestra. Senza una politica che riprenda la linea dell’ex presidente Obama di progressiva normalizzazione dei rapporti tra Usa e Cuba – che comporti la ripresa del turismo e delle rimesse e un allargamento dei rapporti commerciali- o comunque senza frenare il garrote economico, finanziario e commerciale stretto implacabilmente da Trump, le riforme cubane hanno una chance minima di farcela.

Nelle ultime settimane si è inoltre intensificata la campagna dei gruppi anticastristi per approfittare delle difficoltà materiali dei cubani e del malcontento ormai palese generato dalla crisi per tentare di soffiare sul fuoco di un’esplosione sociale.D

Malcontento e ansietà che sono evidenti in questi primi giorni dell’anno a causa dell’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. Il progetto evidente è arrivare a una «rivoluzione colorata» caraibica per cambiare il governo socialista. O per provocare una risposta repressiva da parte del potere che comunque servirebbe al gioco di impedire una politica di apertura dell’Amministrazione Biden.

ROBERTO LIVI

da il manifesto.it

Foto di dwoodsi da Pixabay

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