Copyright, il braccio di ferro tra editori e imprese della Rete

La direttiva Ue sul copyright. In gioco i profitti dei contenuti online. La mediazione in un testo riscritto più volte. Nei giorni scorsi la protesta di Wikipedia. Il web va però già oggi verso un regime misto tra proprietà intellettuale e logica open source

La nuova direttiva sul copyright approvata ieri a Strasburgo dal Parlamento europeo è stata riscritta più volte. I punti dirimenti che hanno portato a modificare le varie bozze sono tre. Il primo riguarda il diritto degli editori a contrattare la remunerazione dei loro prodotti editoriali con le imprese della Rete, obbligando queste ultime a trovare un accordo commerciale. È l’articolo 11, che è stato più volte riscritto.

Nella versione originale veniva imposto a imprese come Google o ai singoli utenti di versare nelle casse di giornali e tv una parte dei profitti fatti attraverso l’uso di articoli di giornale o di pagare per la partita di calcio vista illegalmente e per il brano musicale scaricato violando il diritto d’autore. Una norma che ha visto insorgere non solo le imprese della Rete, ma anche l’«inventore» del web Tim Berners-Lee e siti internet come Wikipedia, che il giorno precedente il voto europeo ha volutamente oscurato i siti del Vecchio continente per protestare contro la direttiva. Dopo alcuni voti contrari della Commissione di lavoro e le prese di posizione di molti parlamentari europei, l’articolo è stato riscritto.

Nella versione finale non c’è infatti nessun riferimento all’obbligo delle imprese della Rete a pagare le imprese produttrici di notizie, video, ecc. Si parla di una generica facoltà da parte dei media di chiedere una remunerazione per i propri contenuti attraverso accordi. Esclusi i siti no-profit o chi usa per fini personali brani di articoli o video sottoposti a copyright. Dunque una formulazione più generica, che però vede l’opposizione da parte di Google, che non vi vede nessuna riduzione del danno per l’economia digitale. Secondo Google, l’articolo 11 incentiva l’avvio di iniziative legali contro le imprese della Rete.

L’altro articolo sotto accusa è l’articolo 13. Anche in questo caso c’è una versione iniziale e una versione finale. In prima stesura i gestori dei siti erano ritenuti responsabili della violazione del copyright. Dovevano cioè segnalare alle imprese e alle autorità di polizia nazionale gli indirizzi, gli account e gli indirizzi di posta elettronica di chi si collegava ai siti per scaricare materiale sottoposto a copyright. Inoltre, erano apprezzati siti che installavano software per l’individuazione degli illeciti. Nella versione finale, i gestori del sito non sono responsabili dei comportamenti degli internauti, sono però tenuti a segnalare eventuali violazioni del diritto d’autore che devono però essere accertati da personale specializzato. Si parla solo di un generico controllo sul rispetto delle leggi nazionali.

C’è infine il terzo aspetto, quello del recepimento della direttiva europea da parte dei parlamenti nazionali. Inizialmente, la direttiva imponeva una sorta di omologazione delle norme attuative. In un periodo dove è forte il vento «sovranista», la direttiva approvata ieri parla della necessità di una progressiva armonizzazione delle norme attuative, lasciando però liberi i diversi parlamenti di definirle senza nessun vincolo alcuno.

Sta di fatto che la commissaria al digitale dell’Unione europea Marija Gabriel ha parlato di affermazione dei valori europei e di una direttiva che tutela la creatività individuale. Gli ha fatto eco il presidente del parlamento Ue Antonio Tajani, che ha detto che con il voto di ieri l’Europa pone fine al Far West della Rete. Dichiarazioni altisonanti dettate, più che dalla convinzione, dal timore che tanto lavoro sarà spazzato via da quei modelli di business che si stanno imponendo in Rete e che prevedono un regime misto tra proprietà intellettuale e logica open source.

BENEDETTO VECCHI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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