Biden risorge nel “supermartedì”, è lui lo sfidante di Sanders

Primarie Usa. L''ex vicepresidente democratico vince in 7 stati ed è in testa nel decisivo Texas. Biden è il favorito per la nomination ma Sanders si tiene in corsa grazie al Mid West progressista e alla California
Bernie Sanders

Un rinvigorito Joe Biden ha cominciato la lunga notte del super Tuesday vincendo in 7 stati di fila, tra cui il Massachusetts, dove ha battuto la sua senatrice, Elizabeth Warren che è arrivata addirittura terza, assestando un brutto colpo, se non fatale, alla sua campagna elettorale per le primarie democratiche.

Se non è facile stabilire a quest’ora se da questo super Tuesday uscirà un vincitore unico, è chiaro, invece, capire chi ha perso.

Elizabeth Warren, sicuramente, e Michael Bloomberg, che a fronte di un investimento di milioni di dollari in una campagna elettorale autofinanziata ha guadagnato pochissimi delegati sottratti a Biden.

Per avere i risultati definitivi della California ci vorranno un paio di giorni, ma sembra chiaro che il risultato positivo di Sanders nello stato è anche dovuto a quello di Bloomberg, ottenuto a scapito del risultato di Biden a cui ha sottratto voti.

Per un candidato che era entrato in gioco per arginare l’ascesa del socialismo questo risultato è quanto meno ironico.

Se non è chiaro se ci sarà un candidato netto, al punto che alcuni commentatori politici hanno avanzato l’idea che tanto a Biden quanto a Sanders dovrebbe essere data la protezione dei servizi segreti, di certo si può dire che il risultato di Biden è impressionante, ma non sorprendente.

Alla vigilia del voto i due principali candidati moderati, Amy Klobuchar e Pete Buttigieg, si erano ritirati dalla gara ed hanno dato il loro endorsement a Biden, come anche l’ha dato Beto O’Rourke, ex candidato alle primarie e speranza del Partito Democratico in Texas.

Queste spinte sono state l’abbraccio del Partito Democratico al loro candidato centrista, nonostante Biden appaia senile e fuori forma politica anche ai suoi più generosi sostenitori.

La difficoltà di convivenza di Sanders all’interno del partito democratico è evidente dalla tornata elettorale del 2016, e questa difficoltà non si è mai affievolita.

Se anche nonostante questo enorme sforzo del partito per spingere Biden, questo non è riuscito a battere nettamente Sanders, che navigava col vento contro, allora significa che forse la sua candidatura non è la migliore delle scelte possibili.

Di fatto da questo super Tuesday non se ne esce con un vincitore chiaro, ma con una previsione per il futuro: sarà una lotta lunga alla quale Sanders non si sottrarrà.

Perchè è pure vero che Sanders non sembra riuscire ad allargare la base del suo movimento su scala nazionale,  così come ha invece fatto in Nevada.

Joe Biden ha anche dimostrato che il denaro non è tutto: non solo, aiuto del partito o meno, ha vinto oltre le previsioni, ma lo ha fatto con pochi soldi.  Dopo questi risultati sicuramente riceverà molte più donazioni, e questo gli permetterà di dimostrare meglio che i soldi non sono tutto, in un circolo virtuoso, con delle vittorie che portano più soldi, e più soldi che aiutano a vincere in più Stati.

La campagna di Sanders 2020, invece, assomiglia molto a quella del 2016. Ha i suoi fan, ma non supera il 30-40 percento dei voti.  Piaccia o meno, non c’è davvero un supporto più forte per fare una rivoluzione, e Bernie non è disposto a moderare il suo messaggio solo per conquistare più sostenitori.

Questa da sta sera è diventata una battaglia a due, testa a testa.

Nel suo discorso da Los Angeles Biden per spiegare il suo approccio ha ricordato la “speranza”, hope,  obamiana, e ha citato il poeta Seamus Heaney:

“Non sperare
Da questa parte della tomba.
Ma poi, una volta nella vita
Il tanto desiderato maremoto
della giustizia può sorgere
E speranza rima con storia”.

MARINA CATUCCI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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