Seriamente pop, senza pregiudizi

Musica. Addio a George Michael, idolo glamour degli anni ’80 Con gli Wham! era diventato subito una star

La pettinatura esageratamente cotonata, le mèche bionde, abiti sgargianti e l’abbronzatura (da lampada) perenne tipica dei rutilanti eighties. Un look sostituito nei più morigerati novanta da un taglio a spazzola, occhiali a specchio e completi rigorosamente coordinati in nero. Ce lo ricorderemo per sempre così George Michael, «creamy voice» – secondo i tabloid britannici – la voce più bella della sua generazione morto «pacificamente», come riferiscono i familiari, a 53 anni nel giorno di Natale nella sua casa di Goring sul Tamigi, alle porte di Londra. Il suo manager, Michael Lippman, ha spiegato che il cantante è stato stroncato da un infarto.
Georgios Kyriacosa Panayoitou, il vero nome della pop star di origine greca, capace di vendere in poco più di un decennio quasi 100 milioni di dischi, ha rappresentato nel bene e nel male l’iconografia pop e glamour degli Ottanta, perfettamente ritratta in video come Club Tropicana, con splendide modelle a bordo piscina, docce galeotte a sottintendere amplessi bollenti e melodie irresistibili. La gavetta è quella classica, l’incontro con il coetaneo Andrew Ridgeley, la militanza in uno sgangherato gruppo ska e la decisione di lanciarsi come duo. Il successo è immediato, la ricetta dei pezzi è semplice quanto perfetta così come il nome del gruppo Wham!, una onomatopea utilizzata nei fumetti.
Fantastic (1983) è il debutto che li porta immediatamente in vetta alle classifiche e a seguire un diluvio di canzoncine tanto fragili quanto memorizzabili dai teenager di mezzo mondo. Dopo Club Tropicana arrivano Wake me up before you go go, Last Christmas, la loro hit più celebre e che ora può essere anche letta come sinistro presagio. Pop, rock’n’roll e l’irresistibile fisicità di George che manda in deliquio le fan prima in Inghilterra e poi nel resto del pianeta.
L’Inghilterra musicale si ritrova nuovamente sotto i riflettori, dopo qualche anno di appannamento sembrano tornati gli anni dei Beatles, con Duran Duran, Spandau Ballet, Cure, i Culture Club di Boy George e gli Wham!, appunto, a contendersi i primi posti nelle classifiche Usa. Un fenomeno devastante quanto di breve durata quello degli Wham!, dopo Fantastic, arrivano Make it big (1984) e il doppio live The Final (1986) a chiudere la carriera di star con canzoni soffici come un chewing gum. L’addio davanti a 70 mila fan in delirio nel giugno del 1986, poi ognuno va per la propria strada.

George «orfano» di Andrew inizia la carriera da solista con il botto. Cantante per ragazzini? Ma quando mai, ecco servite Careless whisper e A different corner, ufficiosamente ascrivibili ancora agli Wham!, due pop ballad diventate nel tempo degli standard radiofonici sempre presenti in ogni karaoke che si rispetti… E poi la decisione di puntare sicuro verso gli Stati uniti, entrando dalla porta principale: un duetto con Aretha Franklin I knew you were waiting for me (1986) e il debutto con il primo album solista Faith (1987). È ancora un idolo per ragazzini ma vuole emanciparsi, sin dalla copertina: chiodo nero, orecchino a crocefisso, un accenno di barba e un album in cui le canzoni respirano atmosfere soul e i testi si fanno audaci. I want your sex, la title track letta alla luce del suo coming out nel 1998 ha quasi del coraggioso per un artista vissuto fino a quel momento dietro una aura macho, e poi superbe ballate, come One More try o Father figure.
È il primo passo verso un progressivo distacco dall’ambiente tutto pop e lustrini che non gli appartiene completamente. Listen without prejudice (1990) è il suo lavoro più ambizioso, sonorità black e riferimenti decisi verso il soul dei ’60. Bellissimo ma commercialmente al di sotto delle aspettative della Sony, anche perché l’ex Wham! non ha più voglia di sottoporsi a massacranti tour promozionali. «Non sono stupido – spiegava in un’intervista all’uscita del disco – So perfettamente che non sarò per sempre una macchina sforna hit». E aggiunge: «Penso che la tragedia del successo è il fatto che molti artisti perdano la testa. E io ne ho visti tanti, non voglio far parte di quel cliché».
Detto fatto. Nel 1992 si imbarca in un contenzioso legale con la Sony, vuole un’indipendenza di scelte che la major non può ne è intenzionata a concedergli. Saranno sei anni di imposto silenzio concluso con un accordo extragiudiziale e l’approdo alla Virgin. Older (1996) è l’album del ritorno in scena, una combinazione di elettronica, dance e acustica, decisamente il suo capolavoro. E tre anni dopo si spinge oltre dimostrando di essere un interprete a tutto tondo, Songs From the Last Century (1999) lo vede protagonista insieme all’orchestra in una rivisitazione con un piglio da crooner di standard di Sinatra, Holiday dove spicca una versione rallentata e ipnotica di Roxanne dei Police. E in progetti collaterali si dimostra ancor più versatile: un duetto con Astrud Gilberto nella classica Desafinado, il recupero di una hit della cantante country Bonnie Raitt, I can’t make you love me.
Sempre più refrattario ai cliché della pop star pubblica Patience (2004) che annuncia – proposito mantenuto – come suo ultimo album pop. Poi il progressivo ritiro, qualche apparizione fino alla rentrée live con Symphonica tra il 2011 e il 2012 che lo porta a rivisitare il suo repertorio e brani di Elton John, Johnny Mercer con un’orchestra. Ma al pathos e la grinta dei precedenti tour si sostituisce una eccessiva drammatizzazione nelle interpretazioni, tanto da rendere il progetto a tratti respingente.
È il paradosso di un personaggio che nell’ansia di uscire dal cliché del pop a tutti i costi ne è diventato, nel tempo, il suo massimo autore e interprete. Come ammetteva in una sua lontana intervista al mensile inglese GQ: «Non ho mai detto che mi dispiaceva essere definito una pop star. La gente pensa che faccia di tutto per essere equiparato a un musicista serio, ma non è così. E voglio che la gente lo sappia, il mio approccio verso il pop è stato e sempre sarà assolutamente serio».

STEFANO CRIPPA

da il manifesto.info

foto tratta da Wikimedia Commons

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