2 aprile 1997. Newt Gingrich incontra Lee Teng-hui nel palazzo presidenziale di Taipei. 3 agosto 2022. Nancy Pelosi incontra Tsai Ing-wen, sempre nello stesso luogo. Sono trascorsi poco più di 25 anni e nel frattempo è cambiato tutto.

Ma non per i taiwanesi che ieri attendevano l’arrivo della seconda speaker della Camera a mettere piede sull’isola dalla rottura delle relazioni diplomatiche ufficiali nel 1979. «Siamo abituati alle minacce e alle esercitazioni militari, siamo abituati ai giochi di Stati uniti e Cina», sintetizza una pensionata di Taoyuan.

Fino a ieri i taiwanesi hanno vissuto senza grandi ansie l’arrivo di Pelosi e le possibili reazioni di Pechino. Non per apatia o indifferenza, ma per abitudine alla prima linea e una certa dose di fatalismo. Sul grattacielo 101, l’edificio più iconico di Taipei, sono comparsi messaggi di benvenuto per Pelosi e di amore per gli Usa.

Una folla di circa trecento persone ha accolto l’ospite fuori dal Grand Hyatt Hotel dove ha trascorso la notte. Per lo più in modo festante, anche se un gruppo di manifestanti pro unificazione aveva cartelli che definivano Pelosi una «strega americana».

Molti taiwanesi, che si sentono tagliati fuori a livello diplomatico, accolgono con favore qualsiasi segno di coinvolgimento nella comunità internazionale. Altri, però, si sentono ancora una volta sfruttati dalle strategie di due grandi potenze che utilizzano il palcoscenico di Taiwan per misurarsi.

A qualcuno non sfuggono le differenze col 1997. «Allora gli Usa mostrarono senza dubbi a Pechino che lo status quo sarebbe stato tutelato e che ci avrebbero difesi», dice un dottorando in relazioni internazionali alla National Taiwan University. «Stavolta, invece, hanno lanciato segnali contrastanti». Il riferimento è alla dichiarazione in cui Joe Biden si diceva contrario alla visita, esponendo anche i dubbi del Pentagono.

Biden aveva forse immaginato di poter ripetere quanto fatto in occasione della visita di Mike Pompeo di marzo, prendendo le distanze dal viaggio per smussarne il significato politico. Ma se con Pompeo la strategia era riuscita, grazie all’invio di una delegazione anticipatoria e al fatto che l’ex capo della Cia non ha più ruoli istituzionali, stavolta l’impresa è più complicata. E ha anzi esposto una debolezza sulla quale Pechino potrebbe modulare la sua reazione.

All’orizzonte due possibili escalation. La prima, diplomatica, nell’agenda di Pelosi. Appena atterrata, ha diramato un comunicato in cui da una parte conferma la politica degli Usa a favore dello status quo in linea con gli accordi presi con Pechino, ma dall’altra enfatizza la «scelta tra democrazie e autocrazie».

Concetto esasperato nell’editoriale pubblicato subito dopo dal Washington Post nel quale mette il dito nella piaga dei dossier più delicati per il Partito comunista, accusato di aver gettato le promesse su Hong Kong «nella spazzatura».

Sembra confermato in toto il programma previsto ieri da il manifesto: incontro con Tsai e pranzo col mondo business al Grand Hotel, ma soprattutto il passaggio allo yuan legislativo (il parlamento locale) e l’incontro con Wu’er Kaixi, uno dei leader delle proteste di Tian’anmen residente a Taiwan e già incontrato diverse volte da Pelosi negli Usa. Questi ultimi due appuntamenti sarebbero stati inseriti in agenda su richiesta della stessa Pelosi, col governo taiwanese che ha nicchiato.

Poco dopo l’atterraggio, l’esercito popolare di liberazione ha annunciato test militari a fuoco vivo e missilistici fino a domenica. In particolare da giovedì, quando Pelosi se ne sarà già andata, con test divisi in sei aree intorno a Taiwan. Mossa analoga a quella avvenuta durante la terza crisi sullo stretto, ma in questo caso sono più vicine all’isola e danno un effetto di accerchiamento.

L’aspetto più delicato: in tre casi entrano nelle acque territoriali taiwanesi. Il governo di Taipei vive un dilemma dal quale rischia di uscire male comunque: reagire e rischiare una vera escalation armata oppure non fare nulla e concedere spazio?

Nel frattempo, Pechino ha iniziato a colpire bloccando le importazioni di 180 prodotti agroalimentari. Una mossa concreta in risposta a una visita che da tanti taiwanesi viene percepita come prettamente simbolica.

LORENZO LAMPERTI

da il manifesto.it

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