La Casa bianca come scena del crimine

Dal 2015 Trump ha trasformato il proprio corpo in un’icona politica, il simbolo ostentato di energia e salute che crescevano nel contatto con i sostenitori. E ora?
Donald Trump

Dal punto di vista medico la Casa Bianca è un focolaio del Covid-19: è accertato. Non solo Donald e Melania ma anche i consiglieri più vicini al presidente KellyAnne Conway, Hope Hicks, Bill Stepien, insieme a due senatori repubblicani. Mike Lee, dello Utah, e Thom Tillis, del North Carolina, sono risultati positivi al virus. A loro si aggiungono il presidente dell’università Notre-Dame e una serie di persone dello staff, senza contare Herman Cain, un ex candidato alla presidenza morto qualche mese fa dopo aver partecipato a un comizio di Trump in Oklahoma. Il cuore dell’impero è infetto come una casa di riposo dell’Alabama.

Adesso il mondo si chiede cosa succederà ma, naturalmente, nessuno può rispondere: tutto dipende dalle condizioni di Trump, che potrebbero facilmente aggravarsi (ha 74 anni, pesa oltre 120 chili e ha il colesterolo alto) ma che potrebbero anche migliorare grazie alle cure di eccellenza di cui può godere.

Quel che è certo è che per almeno due settimane la sua campagna elettorale si fermerà e non ci poteva essere momento peggiore per lui: mancano esattamente 30 giorni alle elezioni e in numerosi stati il voto per posta è già iniziato. Certo, i suoi collaboratori continueranno a far funzionare la macchina della propaganda ma quello di Trump è sempre stato un One-man-show, una celebrazione del culto del capo, un contatto mistico con la folla. E questo è sempre stato il motivo per cui rifiutava di indossare la mascherina: nulla doveva intaccare l’immagine di forza fisica del capo. Tuttavia, come scriveva Marco Belpoliti a proposito di Berlusconi, «il corpo è anche un destino e non solo un’arma di propaganda» e il destino ha riacciuffato Trump proprio nel momento in cui del corpo aveva più bisogno.

Di un corpo robusto, energico, di una testa piena di capelli, anche se finti, di una statura dominante: nella storia dei presidenti americani essere più alti della media è sempre stato un vantaggio fin dai tempi di George Washington, che con il suo 1,88 torreggiava sui suoi contemporanei.

Tutta la carriera imprenditoriale di Trump si è basata sulla valorizzazione del nome: i grattacieli si chiamano Trump Tower, i campi da golf Trump golf course, e l’università farlocca con cui imbrogliava gli ingenui promettendo di trasformarli in businessmen di successo si chiamava Trump university (un’avventura che gli è costata 25 milioni di dollari tra multe e rimborsi per la truffa). Ma ciò che a noi interessa qui è il fatto che fin dal 2015 ha trasformato il proprio corpo in un’icona politica, il simbolo ostentato di energia e salute che crescevano nel contatto con i sostenitori.

Prima da candidato e poi da presidente Trump non ha mai smesso di cercare l’abbraccio con i fans, offrendosi come incarnazione dei loro valori, dei loro problemi, del loro disprezzo verso una classe politica corrotta e litigiosa (ne parla Giuseppe Mammarella nel suo nuovo libro Dove va l’America). Un contatto fisico che, insieme a Twitter, ha rivoluzionato le regole stantie delle campagne elettorali americane, basate sugli spot televisivi e i tiepidi messaggi rivolti all’elettore medio. La campagna del 2016 aveva dimostrato che si possono insultare non solo gli avversari ma anche le donne, le minoranze etniche, i disabili e perfino gli eroi di guerra purché lo si faccia in nome dei «veri americani», ovviamente maschi e bianchi.

E quest’anno Trump ha non solo ignorato o minimizzato l’epidemia ma ha continuato a rifiutarsi di indossare la mascherina, di tenersi a distanza dalle altre persone o a seguire le regole per le riunioni pubbliche: perfino nel dibattito di martedì scorso a Cleveland i figli e i collaboratori sedevano in sala senza mascherine. Il costo sociale, fino ad oggi: 210.000 americani morti e milioni di contagiati.
Naomi Klein ha detto che la Casa Bianca ora dovrebbe essere trattata come una «scena del crimine», il luogo dove è stata compiuta una strage, di cui alla fine è rimasto vittima anche l’assassino.

Nel 1025, Corrado II re d’Italia e imperatore minacciava gli abitanti di Pavia che, alla morte del suo predecessore Enrico II, ne avevano saccheggiato il palazzo, rimasto senza proprietario poiché il re non c’era più. A questa giustificazione Corrado rispondeva: «Il re è morto, ma il regno rimane, così come rimane la nave quando muore il timoniere». Era forse la prima e più chiara espressione di ciò che più tardi sarebbe stato chiamato il «doppio corpo del re»: un corpo fisico mortale e un corpo politico immortale. Mussolini e Hitler avevano invece identificato i loro corpi con i loro regimi, non a caso scomparsi nel giro di pochi giorni dopo la morte fisica del Duce e del Fuehrer.

I leader di destra del nostro secolo, da Bolsonaro a Boris Johnson e Trump hanno fatto lo stesso, mostrando di identificare salute fisica e fortuna politica, vantandosi delle loro conquiste, esibendo mogli e amanti, producendo figli come certificato di virilità (Bolsonaro ne ha cinque, come Berlusconi, Boris Johnson e Trump). Ma la biologia ha i suoi diritti e il Covid-19 ha bussato minacciosamente alla porta dei primi tre: vedremo cosa succederà al quarto, di gran lunga il più pericoloso del gruppo.

FABRIZIO TONELLO

da il manifesto.it

Foto di Dave Davidson da Pixabay

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