Il Fronte Polisario riprende le armi. Si poteva evitare

Dopo 45 anni di occupazione e 30 di promesse, il grido di disperazione di un popolo
La bandiera del Fronte Polisario

Una settimana fa un filo in tensione sospeso da quasi 30 anni si è infine spezzato. Il cessate il fuoco firmato nel 1991 sotto l’egida delle Nazioni unite dal Fronte Polisario e dal Regno del Marocco, che metteva in pausa un conflitto esploso nel 1975, è saltato.

Lo scorso 13 novembre 2020, l’esercito marocchino si apprestava a sgomberare militarmente dei civili saahrawi che bloccavano in protesta il passo di Guerguerat, illegalmente aperto sulla zona demilitarizzata alla frontiera fra Sahara e Mauritania: l’ennesima violazione dell’accordo di cessate il fuoco da parte del Marocco che ne ha provocato il ripudio da parte del Fronte Polisario.

Il conflitto in questione è purtroppo una storia che rimuove troppi scheletri, vecchi e nuovi, che la comunità internazionale preferirebbe continuare a ignorare. Come una vecchia brutta storia di famiglia della quale preferiamo non parlare, che vorremmo dimenticare, che lasciamo marcire ma con cui sappiamo che dovremmo fare i conti, prima o poi: noi o i nostri figli. Sarà per questo l’assordante silenzio mediatico su questa importante questione di là dal mare.

Parliamone, invece. Iniziamo dal principio, cosa non scontata nel nostro mondo tutto in live. Il conflitto in questione è figlio del colonialismo, quell’epoca che ci sembra così lontana in cui la sopraffazione di un popolo sull’altro era legalizzata e istituzionalizzata.

Le Nazioni Unite e l’ordinamento legale internazionale attuale, nate nell’immediato secondo dopoguerra, sono state fondate sul rifiuto categorico e sul diritto inviolabile dell’autodeterminazione dei popoli che l’hanno subito. Il diritto di un popolo di esistere e fare quel che non ha potuto fare per buona parte dell’epoca contemporanea a causa del giogo coloniale: decidere per sé e il proprio destino.

Nel 1945 un terzo della popolazione mondiale viveva sotto qualche forma di colonialismo. Fino ad oggi, 80 ex-colonie hanno potuto decidere il proprio futuro, nella maggioranza dei casi diventando Stati indipendenti. Tra di loro il Marocco, resosi indipendente dalla Francia, e poi dalla Spagna, nel 1956.

Purtroppo, al giorno d’oggi, sempre secondo il Comitato Speciale per la Decolonizzazione delle Nazioni Unite, 17 ex-colonie attendono ancora che suoni per loro la campana della storia. Tra di loro, la più grande per estensione è il Sahara Occidentale, ex-colonia della Spagna franchista.

Seguendo schemi tipici del processo di decolonizzazione, il popolo autoctono, i Saahrawi appunto, rimane in lista come titolare del diritto all’autodeterminazione di un territorio che mantiene invariate le frontiere coloniali, e che si esprime attraverso il proprio Movimento di Liberazione Nazionale (in questo caso il Fronte Polisario), riconosciuto come suo legittimo rappresentante dalle Nazioni Unite.

Il momento per l’autodeterminazione atteso sin dal 1975 non è però ancora arrivato. Quella che si è susseguita è stata una storia di attese, rinvii, intervalli e stalli. Tanta pazienza, tanta fiducia nel sistema internazionale, stringere i denti e immaginare il futuro con ottimismo, nonostante tutto. Senza andare troppo in dettaglio ripassando fatti oltremodo noti e ripresi negli ultimi giorni da giornalisti e analisti competenti, negli ultimi 45 anni, il popolo sahrawi ha dovuto affrontare una panoplia di catastrofi: l’abbandono unilaterale da parte della Spagna negli ultimi anni del franchismo e la cessione vergognosa di un territorio che non le apparteneva agli Stati vicini di Marocco e Mauritania che, immemori del proprio passato coloniale, si lanciavano in una guerra di conquista.

Una guerra lunga e devastante che ha lasciato ferite ancora aperte e sanguinanti, che ha costretto la maggior parte della popolazione autoctona all’esilio forzato nel deserto limitrofo, che si è consumata nell’indifferenza colpevole della nuova Spagna democratica vogliosa di progresso.

Una guerra che si è conclusa nel 1979 con la Mauritania, e che è stata messa fra parentesi col Marocco nel 1991, con un cessate il fuoco firmato con la promessa che il processo di decolonizzazione a cui il popolo sahrawi ha internazionalmente diritto si sarebbe concluso a breve, attraverso un referendum nel quale gli aventi diritto avrebbero deciso se optare per l’indipendenza oppure accettare l’integrazione con il Marocco a cui gran parte del suo territorio è stato sottoposto con la forza.

A sigillo, una Missione Onu per il Referendum nel Sahara Occidentale (Minurso) nacque in quello stesso anno per velare sul cessate il fuoco e, tautologicamente, organizzare il referendum. In attesa di questo momento storico mancato, il tempo però non si è fatto mettere fra parentesi.

Sono ormai tre generazioni intere di saaharawi ad aver pazientemente atteso, sparse fra luoghi diversi in cui le circostanze li hanno costretti ormai 45 anni fa. C’è una minoranza che ancora vive nel Sahara Occidentale, sotto il controllo tutt’altro che benevolo del Marocco occupante che considera i Sahrawi autoctoni come pericolosi indipendentisti, reprimendoli a suon di violazioni dei diritti umani testimoniate sistematicamente anche da organismi indipendenti come Amnesty International, Human Rights Watch e il Centro Robert Kennedy per citare i più noti.

Un’occupazione illegale iniziata con la Marcia Verde nel 1975 da un Marocco che, laboriosamente, fin dal primo giorno, ha fisicamente colonizzato gli spazi, favorendo gli insediamenti della propria popolazione, costruendo, cambiando i paesaggi, disponendo delle risorse naturali come fossero sue.

Questo fino a tutt’oggi, ma sempre meno impunemente, come dimostra qualche timida sentenza della Corte di
Giustizia Europea. Un’occupazione colpevole e tutt’altro che pacifica di oltre tre quarti del territorio originario del Sahara Occidentale, trincerata dietro il più lungo muro di guerra esistente, 2.700 km, e decorata da un’infinità di mine che rendono questo territorio uno dei più contaminati e pericolosi al mondo.

Il magro quarto rimanente del Sahara storico, sotto controllo del Fronte Polisario (i cosiddetti Territori Liberati), è una striscia di sabbia, poco popolata, e usata per lo più a fini di controllo militare del cessate il fuoco. E poi c’è la maggioranza dei Sahrawi, costretta dalle vicende del 1975 all’esilio: chi vive nei campi rifugiati di Tindouf, nel sudovest dell’Algeria, e tanti altri sparsi per il resto del mondo. Tutti sospesi a un filo, tutti in attesa di tornare a casa.

Una casa che spesso non hanno mai visto ma che conoscono e a cui appartengono, una radice intessuta da racconti, poesie, dialetti, piatti tradizionali, nomi e cognomi. Tanto vividi sono i ricordi, le descrizioni, lo sforzo di non dimenticare, che i campi rifugiati stessi riproducono lo spazio anelato del Sahara Occidentale: le tendopoli prendono così i nomi delle città, dei paesi, delle oasi, da cui sono dovuti fuggire.

Una geografia dei ricordi, uno stare altrove testardo che non dimentica e non vuole dimenticare da dove è venuto e dove vuole tornare. Perché i campi, così come l’esilio altrove, sono vissute come situazioni temporanee, sono parentesi che prima o poi verranno chiuse. Sono parentesi però in cui si nasce, si vive, si invecchia e si muore. Vivendo nei campi rifugiati per qualche anno, ho potuto toccare con mano che cosa significhi questa vita in sospeso, in cui ogni cosa è fatta per richiedere pazienza, ogni cosa ricorda questa dipendenza forzata.

L’aiuto umanitario prolungato per decenni diventa in sé un monito insopportabile, seppur indispensabile. Le derrate alimentari contingentate, poco adatte ad accompagnare una vita intera e che mal si prestano alla preparazione dei piatti tanto amati. Le tende, le taniche d’acqua, le cucine a gas, i kit igienici, le medicine, il minimo per la sussistenza come se la crisi fosse scoppiata ieri, un anno dopo l’altro.

I rifugiati e l’aiuto umanitario lasciati soli a rattoppare ferite storiche. Non voglio però trasmettere l’immagine monolitica di centinaia di migliaia di persone sedute al sole in attesa che la legalità internazionale faccia il suo corso. Sarebbe quanto di più lontano dalla verità. Le diverse realtà in cui i Saahrawi si sono trovati ad attendere, in esilio così come nella propria terra, non si sono lasciate trasportare dal tempo, si sono mobilitate per mantenere vivo il loro desiderio e diritto a esistere come popolo indipendente, così come ogni singolo individuo ha riflettuto, digerito e scelto la propria identità.

Infatti, in tutto questo, non va dimenticata la realtà storica e l’entità politica della Repubblica Araba Sahrawi Democratica, stato arabo, africano e laico, proclamato nel 1976, riconosciuto da 80 Stati fino agli Novanta e membro dell’Unità Africana. In un esercizio di immaginazione e volontà politica, questo stato in esilio, che amministra i campi rifugiati, ha creato un’amministrazione pubblica con le proprie scuole e ospedali.

In questa dimensione di Stato, ha intessuto relazioni internazionali e rivestito un ruolo rilevante all’interno del movimento dei paesi non allineati, con importanti programmi di formazione per i propri giovani che hanno potuto beneficiare di studi superiori a Cuba, in Algeria, in Spagna, nell’ex Jugoslavia e nell’ex blocco sovietico, diventando uno dei popoli più istruiti di tutta l’Africa.

A livello individuale, tale mosaico di esperienze e incontri diversi, ha forgiato una società intellettualmente ricca e variegata, difficilmente incasellabile in un quadro unico. Donne e uomini che hanno ritessuto le loro identità rendendo l’esilio, il rifugio, l’occupazione, fonte di resilienza e talvolta di ispirazione.

Donne e uomini che, consapevolmente e con mille accezioni diverse, si definiscono saahrawi e si sentono accomunati da un progetto politico che reclama il diritto a richiedere il referendum tanto atteso per poter intraprendere finalmente una vita come società.

Parafrasando quel che mi disse una ragazza nei campi, la vita non ha lo stesso sapore sapendo di essere, noi e i nostri figli, costretti a vivere in condizioni estreme in mezzo a un deserto ingrato, dipendenti dall’aiuto esterno per sopravvivere, mentre qualcun altro pesca nel mare che fu dei nostri padri. Ma l’amarezza di sapere che la legalità internazionale riconosce al popolo sahrawi dei diritti che continuano a essergli negati non si trasforma in rassegnazione, bensì rafforza quel tratto identitario.

Nonostante la paziente attesa, già dieci anni fa, era evidente che le nuove generazioni non avrebbero aspettato sotto il sole rovente che la comunità internazionale condannasse con la sua inerzia a far crescere anche i loro figli e nipoti sotto le stesse tende logore. Un sentimento di disincanto e di voglia di rivalsa iniziava già a essere palpabile, soprattutto fra i più giovani.

Qualche settimana fa, quel filo di pazienza lungo tre generazioni si è spezzato. Si è spezzato per padri e madri, figli e figlie, nipoti. In un grido di disperazione, dopo quasi trent’anni di linea pacifica e mediazione che sono stati ripagati con indifferenza e rimandi, il Fronte Polisario ha ripreso la via delle armi per riprendere il controllo del proprio territorio. Qualcosa che si poteva, si doveva e si deve evitare.

Le Nazioni Unite hanno mancato un altro appuntamento con la Storia: la loro Missione per il Referendum nel Sahara Occidentale si aggira come un personaggio in cerca di autore davanti a un muro di sabbia che testimonia l’eruzione dell’ultimo conflitto coloniale d’Africa. Legittimare la visione per cui la comunità internazionale ascolta solo un discorso fatto di bombe e morti, mentre ignora chi per anni ha rivendicato pacificamente e negoziato in buona fede, non è solo deleterio e anacronistico, ma nutre il discorso e le fila di estremisti, al di qua e al di là del Mediterraneo.

Liquidare tutta questa questione coloniale con un’etichetta di presunto terrorismo, come il Marocco e i suoi sostenitori spesso fanno, è un irresponsabile insulto alla Storia, che mal cela un ostruzionismo illegittimo al referendum accordato nel 1991, riflesso piuttosto di una politica dei fatti compiuti.

Purtroppo, oggigiorno l’etichetta terrorista sembra essere il passe-partout per chiudere a chiave qualsiasi questione spinosa dietro un muro di paure e tabù. Il terrorismo è un fenomeno estremamente complesso, fra l’individuale e il collettivo, che si nutre dei cocci della nostra modernità in frantumi trasformandoli in schemi semplici quanto posticci. Chi stigmatizza come terrorista tutto un popolo, una religione, un movimento o una causa, spalanca le porte alla sua crescita, continua a gettare benzina sul fuoco e fumo in faccia all’opinione pubblica.

È questo il momento di fare prova di un esercizio intellettuale e morale che sia all’altezza del momento storico. Facciamo le nostre scelte di campo come individui membri della società civile e come Stati membri della comunità internazionale. Dal punto di vista della legalità internazionale, la situazione non si presta a interpretazioni: siamo davanti all’ultima decolonizzazione d’Africa da terminare per poter chiudere un capitolo della storia mondiale vergognoso e con cui ancora facciamo i conti. Siamo davanti all’occupazione di una terra su cui il Regno del Marocco non ha alcun titolo, se non la forza di 45 anni di politica di fatti compiuti.

Sul versante politico, molte altre considerazioni possono e sono entrate in gioco: giochi di forza fra le potenze regionali di Algeria e Marocco, la françafrique, gli equilibri precari fra Europa e Nordafrica, che usano la guerra al terrorismo e migrazione quali monete di scambio, come vediamo anche in questi giorni fra Spagna e Marocco. Presi fra diritto e politica, la domanda rimane, in ogni caso, semplice: l’Italia, l’Europa, la comunità internazionale con l’Onu in testa, appoggeranno la legalità internazionale, seguiranno calcoli politici di altro tipo, o semplicemente guarderanno altrove? In questo e in altri teatri recenti, tristemente, la risposta non è stata la prima.

Con conseguenze a dir poco nefaste. Ci sono diversi Stati non europei e alcuni partiti europei che hanno recentemente manifestato il loro appoggio per una soluzione giusta di questo annoso caso di decolonizzazione fallita, che passi per un referendum, non per le armi. Posizione sostenuta anche da una parte sempre crescente di opinione pubblica in Italia, in Europa e in molti altri stati in tutti i continenti.

Anche nello stesso Marocco esistono partiti politici, come la Voie Démocratique, che appoggiano la legalità internazionale e che chiedono la celebrazione del referendum, pur non appoggiando il Fronte Polisario. La posta in gioco è chiara. Se non vogliamo ritornare ad un ordinamento internazionale dove la violenza e l’uso della forza dettano legge, dove la politica dei fatti compiuti la fa da sovrana, dove tutto è negoziabile e la certezza del diritto non esiste se non per chi ha i mezzi di farlo valere, dovremmo difendere il sistema internazionale che abbiamo con sommo sforzo eretto dopo due guerre mondiali e la fine del colonialismo.

Dovremmo esigere che la legalità internazionale stabilisca con i processi che le sono propri e che sono stati applicati in altri 80 casi di popoli ex-coloniali, portando lo stesso Marocco a diventare indipendente e sedere all’Onu, il futuro di una terra troppo lungamente disputata, fermando così una guerra che non può essere e non sarà indolore, ma soprattutto mandando un messaggio forte di rifiuto dell’uso della forza come metodo di risoluzione delle dispute e di acquisizione territoriale. Oppure stiamo a guardare esplodere l’ennesimo focolaio di instabilità alle porte d’Europa, sicuri nelle nostre tiepide case, accerchiati dal caos e dalla violenza, finché il fuoco della disperazione non lambirà il nostro giardino.

ROSSELLA URRU

da il manifesto.it

foto: screenshot

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