Cuba libre? Perché la prudenza non guasta…

Giustamente le parole di Raul Castro sono prudenti verso il futuro di apertura delle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti d’America. Dopo 53 anni di gelo assoluto tra...

Giustamente le parole di Raul Castro sono prudenti verso il futuro di apertura delle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti d’America. Dopo 53 anni di gelo assoluto tra L’Avana e Washington non c’è alcun dubbio che quelle decine di minuti di dialogo tra Barack Obama e il fratello dello storico nemico Fidel rappresentano un evento di portata storica non solo per Cuba, per la sua tenace resistenza all’imperialismo, ma per tutto il movimento altermondialista.
Senza Cuba libera dalle mani speculatrici del capitalismo, senza questa piccola grande isola del socialismo più o meno applicato, molti altri paesi dell’America Latina non avrebbero forse avuto il coraggio di contrapporsi a chi li voleva semplicemente considerare il “giardino di casa propria”.
La tracotanza nordamericana è dunque stata sconfitta. Dopo la rovinosa guerra del Vietnam, si può ben dire che siamo davanti alla seconda sconfitta che Washington registra nel giro di un secolo dopo le continue vittorie nelle guerre mondiali e nella ricerca di spazi di sfruttamento economico attraverso guerre di finto trasporto della democrazia, rivelatesi solamente momenti di destabilizzazione di aree geopolitiche già in crisi e, quindi, facilmente atte alla perdita di un precario equilibrio.
Cuba ha passato momenti (e ancora certamente dovrà passarne) di profonda difficoltà: da quando decise la confisca dei beni dei padroni “yankee” e la statalizzazione delle industrie. Fu lì, in quel preciso istante, che il governo degli Stati Uniti decise con la legge dei senatori Helms e Burton l’imposizione del blocco commerciale e il divieto assoluto per chiunque avesse attraccato o avesse fatto scalo aereo nei porti cubani di potersi poi recare nel territorio della repubblica a stelle e strisce.
Il “bloqueo” ha impoverito i cubani, li ha resi fieri di appartenere ad un patto solidale nazionale che, soprattutto dopo il crollo dell’Unione Sovietica, è rimasto tale grazie all’introduzione di riforme economiche che hanno permesso la coniugazione degli elementi di socializzazione della produzione e della vita dei cubani con l’inasprirsi dell’isolamento.
Il buon vicinato, l’amicizia stretta con il Venezuela di Chavez e Maduro, con presidenti socialisti come Morales e Correa, gli abbracci con il Brasile di Lula prima e di Dilma Roussef poi, il dialogo con l’Argentina della Kirchner, sono stati l’aggancio per la realizzazione dei trattati tra i paesi dell’America centrale e meridionale frontali e contrapposti agli accordi che invece venivano stipulando Usa, Messico e Canada.
Ci sono state, dunque, due e più Americhe sino ad oggi: del nord, imprenditorialista, mercantilista, imperialista e capitalista; del sud, solidale, socialisteggiante, popolare.
La complessità dello scenario americano è tale che restringere l’evento di oggi alla sola storia cubana sarebbe improprio: ma quello che è certo è che i valori portanti avanti dal modello cubano non sono stati sconfitti e che la brutale imposizione della forza del blocco economico, l’isolamento criminale di un popolo intero dal resto del mondo non hanno prevalso.
La diplomazia fa fintamente capolino per ora: prima che diventi sincera ci vorrà la fiducia delle due parti, ma soprattutto ci vorrà la garanzia che gli organismi che per decenni hanno preparato colpi di stato in tutto il mondo (leggasi: Central Intelligence Agency), siano sotto il controllo della politica del presidente Obama.
Se la mossa di Obama venisse un giorno sconfessata dalle trame della Cia, si confermerebbe un dato storicamente dato e accertato. Per una volta auguriamoci che la tenacia del popolo cubano e del suo governo possa essere un deterrente per tutto questo e metta con la coda fra le gambe chi ha organizzato gli attentati a Cuba che hanno ucciso molte persone… Una fra tutte: Fabio Di Celmo, il giovane italiano morto per la bomba piazzata dall’agente cubano della Cia Luis Posada Carriles…
La mediazione del Vaticano può essere indubbiamente stata determinante per un abboccamento delle due parti in lotta da mezzo secolo. Un intervento che non mancherà di far discutere e che regalerà al pontefice qualche simpatia da sinistra e qualche antipatia forse da destra. Pazienza.
Ora Cuba ritrova una via di realizzazione delle sue riforme sociali che dovrebbe confermarsi come stabile nell’ancora incerto quadro internazionale.
Proprio in queste ore arriva la richiesta di togliere Hamas dalle organizzazioni considerate “terroriste” nell’elenco americano dei “nemici della democrazia”. E sempre in queste ore il Parlamento Europeo ha riconosciuto lo Stato di Palestina.
Viene da dire: ma che succede? Sembra quasi che l’asse terrestre si sia spostato verso la sua giusta e naturale direzione: quella del riconoscimento dei diritti dei popoli, quella dell’autonomia di ciascuna nazione, quella dello sviluppo e del progresso sociale.
Ma prima di illudersi troppo, fermiamoci ad osservare con cautela e calma i passi che faranno Cuba e Usa, ricordandoci che a Cuba esiste ancora una base statunitense che dovrebbe essere sgomberata e che è tutt’oggi luogo di segregazione e tortura. In nome della democrazia, si intende…

MARCO SFERINI

18 dicembre 2014

foto tratta da Pixabay

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