Arabia saudita, alla faccia del «Rinascimento»

Relazioni pericolose. Breve cronistoria dell’era «rinascimentale» a Riad: pena di morte per la minoranza sciita, torture, frustate, carcere, violenze sessuali per le oppositrici, delitto Khashoggi...
Matteo Renzi e il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman Al Sa'ud

Se George Orwell fosse stato ancora tra noi, si sarebbe morso a lungo le mani per non essere stato lui ma Matteo Renzi a inventare uno dei più riusciti ossimori del nostro tempo: il «Rinascimento saudita». Con molta modestia, mi accingo a descrivere una breve cronistoria di questa era straordinaria di riforme, modernità e rispetto dei diritti attribuita al regime di Riad.

27 maggio 2014: Ali al-Nimr, attivista della minoranza sciita della Provincia orientale, viene condannato a morte dal tribunale antiterrorismo per 12 reati tra cui partecipazione a proteste antigovernative, aggressione alle forze di sicurezza, possesso di armi e rapina a mano armata. Ammesso che questi reati li abbia commessi davvero (ha denunciato di averli «confessati» sotto tortura), aveva sì e no 17 anni e dunque, per il diritto internazionale, non può essere condannato alla pena capitale.

Nel 2020 è entrato in vigore un decreto che vieta l’esecuzione di condanne a morte nei confronti di rei minorenni. Ma per lui, come per altri due attivisti sciiti in attesa della decapitazione, Abdullah al-Zaher e Dawood al-Marhoon, è prevista un’eccezione data la gravità dei reati di cui sono stati giudicati colpevoli. Ali al-Nimr è ancora nel braccio della morte. Nel frattempo, il 2 gennaio 2016 è stata eseguita la condanna dello zio, lo sceicco Nimr al-Nimr, uno dei più autorevoli leader religiosi sciiti.

9 gennaio 2016: Raif Badawi, blogger, attivista e fondatore del portale «Liberali sauditi», viene fatto scendere da un pulmino, in catene. La piazza di fronte alla moschea al Jafali di Gedda è piena di gente, al termine della preghiera del venerdì. Arriva il funzionario addetto all’esecuzione delle pene e lì, al centro della piazza, inizia ad agitare la frusta. Una, due, 10, 50 volte. Dopo 15 minuti lo «spettacolo» è terminato. Il pulmino riparte.
Per fortuna, le altre 950 frustate previste dalla sentenza non sono state eseguite. Raif Badawi è in carcere, però, perché la condanna emessa nei suoi confronti il 1° settembre 2014 ha previsto anche 10 anni di carcere.
E arriviamo ad una data importante e drammatica.

Il 2 ottobre 2018: Jamal Khashoggi, giornalista e dissidente, entra nel consolato saudita di Istanbul. Non ne uscirà vivo. «L’hanno smembrato con una sega», dichiareranno poi due funzionari dei servizi di sicurezza turchi al New York Times. Vengono diffuse immagini, girate dalle telecamere di sicurezza della rappresentanza diplomatica, che mostrano l’ingresso del «team speciale» inviato da Riad per trucidare Khashoggi.
Per la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, Agnes Callamard, il giornalista è stato vittima di «una esecuzione extragiudiziale di cui, sulla base delle norme sui diritti umani, lo stato saudita è responsabile».  Vengono processati in tutta fretta alcuni funzionari di basso e medio livello dei servizi sauditi. In primo grado arriva la condanna a morte, poi sarà commutata.

28 dicembre 2020: Loujain al-Hathloul scoppia a piangere non appena ascolta il verdetto. Deve ritenersi persino fortunata: la condanna non è stata a 20 anni, come aveva chiesto la pubblica accusa ma a «soli» cinque anni e otto mesi. Da questi vengono sottratti gli oltre due anni e mezzo trascorsi in carcere dal 15 maggio 2018 tra torture, isolamento e violenza sessuale.

Quella che gli account Twitter vicini alla casa reale saudita offendono come «traditrice», «spia qatariota» e «terrorista», è una straordinaria e coraggiosa attivista per i diritti delle donne, che sta pagando un duro prezzo per aver invocato e ottenuto riforme per la parità di genere come la fine del divieto di guida e l’abolizione del sistema del guardiano maschile, un tutore che fino a poco fa prendeva tutte le decisioni al posto delle familiari quali sposarsi, viaggiare, lavorare, andare all’università, persino sottoporsi a cure mediche e a interventi chirurgici.
Con Loujain sono in carcere altre quattro compagne di lotta: Nassima al-Sada, Samar Badawi, Maya’a al-Zahrani e Nouf Abdulaziz.

P.S. Aggiungo un’ultima data a questa veloce cronologia, quella del 29 gennaio 2021, quando il governo Conte ha deciso di sospendere e revocare le forniture di armi a Riad. Niente più bombe italiane, dunque, per il «Rinascimento saudita».

RICCARDO NOURY
Portavoce di Amnesty

da il manifesto.it

foto: screenshot

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