L’arte in rivolta contro Trump

New President. Da Richard Prince che ha ritirato il ritratto di Ivanka Trump e ha ridato i soldi indietro al Moma che espone i quadri di artisti il cui paese è stato colpito dal bando

Quando si parla della risposta delle arti e della cultura all’elezione di Donald Trump, gli esempi più citati sono sempre Hollywood e le pop star della musica che, all’unanimità, hanno rifiutato di celebrare l’insediamento del 45esimo presidente, e che – come Eminem solo l’altro giorno – stanno usando il loro appeal di massa per protestare contro le azioni della nuova Casa bianca.

MENO VISTOSA e riportata oltreoceano, la reazione delle arti visive è stata altrettanto immediata. Prima che il bando a profughi e immigranti di sette paesi a maggioranza musulmana suscitasse l’indignazione generale di curatori e istituzioni culturali, alcuni musei di New York, il giorno dell’insediamento di Trump avevano istituto l’ingresso libero (o con biglietto, a discrezione del pubblico) ed esteso l’orario di visita. E prima ancora di quel giorno fatidico, Richard Prince aveva manifestato il suo dissenso (con un’azione che solleva interessanti interrogativi teorici e si presta a sequel affascinanti), disconoscendo via twitter un suo quadro tratto da una foto Instagram di Ivanka Trump e restituendo alla first daughter – che insieme al marito collezione arte – i 36mila dollari che aveva pagato per acquistarlo.

«Realizzare il ritratto di Ivanka è stata una scelta onesta. L’arte è giusta. Trump è sbagliato. I Trump non sono arte», ha dichiarato Prince online, concludendo che adesso la signora Kushner «è in possesso di un falso». Rapida anche la reazione di Eric Fischl che, il 13 dicembre, per la prima volta, ha postato su Facebook un suo nuovo quadro, Late America, che ritrae un bambino, sul bordo di una piscina, avvolto in una bandiera a stelle strisce, mentre guarda il corpo nudo e rannicchiato di un uomo bianco e anziano. «Fresco di cavalletto», specificava il post dell’artista.

UN GESTO D’OPPOSIZIONE è arrivato poi anche dal MoMa di New York, che ha messo in subbuglio le gallerie del quinto piano, dove è esposta la collezione permanente, sostituendo alcuni famosi quadri di pittori occidentali per fare posto a pezzi firmati da artisti provenienti dai paesi sulla lista nera di Trump. Un Picasso, un Matisse, un Ensor, un Boccioni, un Picabia e un Burri sono stati spediti in magazzino per fare posto a The Mosque, un olio del 1964 dell’artista sudanese Ibrahim el-Salahi, Mon Père et Moi dell’iraniano Charles Hossein Zenderoudi, a un dipinto di Grigorian Marcos, una scultura di Paraviz Tanavoli, un quadro di Zaha Hadid, una fotografia di Shirana Shahbazi e un video di Tala Madani.

COLLOCATI QUA E LÀ, in modo da interrompere il flusso cronologico, i nuovi arrivati rimarranno esposti per parecchi mesi, ha anticipato la direzione del museo, che ha appeso vicino a ognuno di essi un breve testo: «Questo lavoro è di un artista di un paese ai cui cittadini è stato negato l’ingresso in Usa da un ordine esecutivo firmato il 27 gennaio 2017. È uno dei numerosi pezzi d’arte dalla nostra collezione allestiti nelle gallerie del quinto piano per affermare gli ideali di benvenuto e libertà che sono vitali peril Museo quanto per questo paese».

In un gesto curatoriale simile a quello del MoMA, il direttore del settimanale New Yorker, David Reminck, ha intitolato la sua newsletter settimanale, Coming To America, e l’ha dedicata a una selezione di racconti sul tema dell’immigrazione tratti dall’archivio della rivista. Il New Yorker, insieme al mensile Vanity Fair (preso di mira dai tweet di Trump), due testate della Condé Nast, avevano annunciato già la settimana scorsa la cancellazione dei rispettivi party annuali in occasione della White House Correspondents Dinner, l’associazione dei giornalisti che trattano la Casa bianca.

GIULIA D’AGNOLO VALLAN

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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