Marco Sferini
Violenza esterna ed interna: il nuovo prepotente corso americano
Non che non siano mai rimasti in un certo qual modo esenti dall’attraversamento del potente fiume della violenza nel corso della loro quasi tricententenaria storia, ma gli Stati Uniti d’America d’oggi, rispetto a quelli che abbiamo imparato a conoscere nel Novecento e anche fino ai primi quindici anni del nuovo millennio, hanno un problema che riguarda la crescita di una vera e propria aggressività da parte delle istituzioni nei confronti dei loro stessi cittadini, ormai senza alcuna distinzione di etnia. Se, infatti, fino a che non è iniziato il lungo cammino della rivendicazione dei diritti civili ed umani, questa violenza di Stato era essenzialmente improntata al razzismo e al classismo, con una marcata accentuazione nei confronti del primo, oggi la seconda presidenza di Donald Trump ha abbattuto ogni preconcetto particolare nel nome di uno più generale.
Il trumpismo muove le sue accuse, dirige le sue marcate offese e minacce contro chiunque non la pensi come il movimento MAGA che è di sua proprietà e da cui trae continuamente ispirazione dopo averlo abbondantemente, giorno per giorno, imbonito e infarcito dei peggiori luoghi comuni che spaziano dalle questioni economiche a quelle sociali e civili. Chiaramente ognuno di questi terreni di scontro politico è artefatto nel nome di un neonazionalismo autocratico: il Presidente è la figura imperiale di un comandante in capo che non guida solo le truppe oltre i confini degli States, alla conquista di un mondo ancora più nuovo per rifare degli USA ancora una volta la potenza egemone sull’intero globo. Ma, questa volta, le guida anche all’interno del Grande Paese. Prova ne è la creazione dell’ICE, di quella polizia pretoriana che ha picchiato, maltrattato, ucciso fuoriuscendo dal contesto costituzionale.
Lì si è mostrata, con tutta la sua feroce veemenza, la megalomania di Trump, il voler avere tutto sotto controllo con un piglio narcisistico che non è rimasto molto occultato al resto del mondo. Si tratti di tattica o, invece, di impulsi spontanei (e per questo ancora più pericolosi), i comportamenti del presidente degli Stati Uniti d’America che cambia idea venti volte al giorno, che non segue una linea logico-coerente nelle trattative con l’Iran, che si occupa di tutto e di tutti e che, quindi, non si lascia sfuggire nulla, non possono soltanto essere letti da un punto di vista del disturbo della personalità. Se esiste anche questo elemento introspettivo, è vero altresì che si assiste quotidianamente ad una sequela di dichiarazioni che non solo travalicano il politicamente corretto, una sorta di galateo istituzionale, ma che denotano come Trump concepisca non il potere in generale, ma il “suo“.
Questa improntitudine dell’inquilino della Casa Bianca viene molto bene resa in tutta la sua evidenza nel rapporto che ha con i mezzi di informazione, con la carta stampata, con le televisioni che non gli sono particolarmente amiche e che, facendo il loro lavoro, gli pongono anche quelle domande che chiunque potrebbe definire come “scomode“. Le risposte del presidente non sono semplicemente piccate: si trasformano in giudizi morali su chi le pone. L’ultima giornalista che è incappata negli anatemi di Trump ha osato rivolgergli, dopo la sparatoria messa in pratica dall’insegnante Cole Thomas Allen al Washington Hilton, questa domanda: «Cosa pensa delle dichiarazioni dell’attentatore sul ‘pedofilo violentatore e traditore che spalma i suoi crimini sulle mani degli americani?». Non l’avesse mai fatto… Vale la pena riportare per intero la risposta dell’inquilino della Casa Bianca che è, a ben vedere, una accusa di lesa maestà:
«Sapevo che l’avreste chiesto dato che siete delle persone orribili. Persone orribili. […] Io non sono uno stupratore. Non ho violentato nessuno. Non sono un pedofilo. […] Sono stato totalmente scagionato. Non dovrebbe leggere quelle cose su 60 Minutes. Lei è una vergogna. Ma vada avanti. Finiamo l’intervista… lei è vergognosa».
Se si rilegge la domanda, non vi si ritrova, da parte della conduttrice Norah O’Donnell, nessuna accusa nei confronti di Trump; bensì la richiesta di una opinione sulle dichiarazioni rese dall’attentatore. Ma Trump non fa distinzione: per lui chi riporta le parole altrui è come se le facesse proprie, perché un cronista condiscendente nei suoi confronti non gli porrebbe mai domande scomode o che possano metterlo anche solo leggerissimamente in difficoltà. Il punto, quindi, rimane quello della violenza verbale contro le critiche, contro le obiezioni: non sono nemmeno tollerate. Sono proprio escluse dalla narrazione presidenziale e dall’intera sua compagine di governo. Come non ritrovare una sorta di linea della coerenza già dallo slogan “Make America Great Again” con un conseguente essere sempre e soltanto dalla parte giusta per il bene esclusivo della Nazione con la enne maiuscola?
Questa intangibilità di Trump, ma non di meno di Vance, è la pietra angolare di una invincibilità che segna il punto di non ritorno, l’inoltrepassabile, l’inarrivabile forza di una amministrazione che non conosce vergogna nemmeno quando deve fare paragoni, soprattutto se si tratta di similitudini storiche. Dopo l’ultimo attentato subito, il presidentissimo non si lascia affatto pregare quando deve circostanziare il tutto e convenire che, sì, sono gli uomini veramente importanti della Storia a subire simili angherie: un po’ come Abraham Lincoln. Non cita Kennedy. Ad entrambi andò decisamente peggio. Lui, fino ad ora, si è salvato e sembra di sentire echeggiare quella preghiera fatta dai pastori protestanti con le mani poggiate su di lui, nella Sala Ovale della Casa Bianca: una protezione divina sull’uomo del destino di un’America che ogni giorno deve sopportare tutto questo.
Più facile oggi poterlo affermare: c’è una sempre maggiore parte della popolazione, anche di quella MAGA, che mal digerisce le arroganze presidenziali e, soprattutto, le guerre pseudo-improvvisate dal duo Netanyahu-Trump. Guerre di aggressione imperialista spacciate per qualcosa di più della semplice, mitizzata propaganda dell'”esportazione della democrazia” di bushiana memoria. Conflitti che puntano ad impedire alle potenze locali di divenire dei controbilanciamenti di altre potenze locali e, dunque, di essere contrappesi regionali veri e propri. L’Iran rientra in questa categoria, né più né meno di una Turchia che, a differenza della Repubblica islamica, è una storica alleata occidentale, paese membro della NATO e aspirante persino all’ingresso nell’Unione europea. La parabola ascendente del trumpismo mette fine al mito dell’unità dell’Occidente; c’è, infatti, chi sostiene che si sia in presenza della fine della stessa “rivoluzione americana“.
Non tanto quella rintracciabile storicamente nella data del 1776, quanto quella più generale del continente americano, di quel Nuovo Mondo che avrebbe, nel corso del celere sviluppo capitalistico, lanciato le sue mire sugli altri spazi aperti delle mappe per andare alla conquista di una egemonia davvero globale. Non più soltanto una prima fase imperialista limitata ai Caraibi e all’Oceano Pacifico, ma a un qualcosa di differente rispetto al concepimento del ruolo degli Stati Uniti per come era inteso dagli stessi europei. Più o meno al di là della linea tracciata dal vecchio Trattato di Tordesillas che, oltretutto, riguardava spagnoli e portoghesi e non certo gli USA che dovevano ancora vedere la propria luce indipendentista. Se di prepotenza statunitense si è potuto parlare con l’espansione ad Ovest, con la colonizzazione dei territori indiani e lo sterminio di un intero popolo; se lo si è potuto altresì fare nel secondo dopoguerra là dove la competizione con l’URSS era più cruenta (come nel caso del Vietnam), oggi le condizioni sono mutate.
Radicalmente mutate. Perché questa prepotenze, un tempo esercitata dal governo americano contro altri paesi, viene autoritariamente imposta – come si faceva cenno poco sopra – all’interno della Repubblica stellata. Il trumpismo è una costruzione fragile ma, al contempo, siccome comprende questa sua caratteristica data, essenzialmente, dal non essere riuscito completamente a decostruire e disarticolare l’impianto dei pesi e contrappesi, delle garanzie costituzionali, anche molto reattiva sul piano dell’esercizio della repressione violenta contro tutti coloro che sono critici o manifestamente ostili nei suoi confronti. L’opposizione è per Trump antiamericanismo. Chi fa domande scomode, molto più banalmente, è “una persona orribile“. C’è una enorme differenza tra la capacità amministrativa di governi che si servivano dei peggiori – e per questo molto intelligenti – fautori delle destabilizzazioni dei legittimi governi, democraticamente eletti, e questa brutalità trumpiana.
Kissinger si era laureato con una tesi dedicata alla filosofia della storia di Kant. Trump ha una laurea in economia che ha impiegato non per approfondire i temi dello sviluppo capitalistico, ma per fare affari e creare un impero di famiglia. Kissinger, ancora, aveva conseguito anche un dottorato con una dissertazione sulla Restaurazione messa in pratica del Congresso di Vienna e sembra aver sempre ammirato molto Metternich e Lord Castlereagh. C’è una grandissima differenza tra chi ha, come il celebre diplomatico di origini ebraiche, lavorato ad una importazione della cultura strategica europea negli USA e chi, invece, come il presidente-magnate vuole fare di ogni occasione politica un fatto militare e viceversa per espandere, senza alcun ritegno per gli equilibri precari delle varie regioni del pianeta, prima di tutto il “suo” dominio che, con un buon tasso di narcisismo, identifica senza alcun se e senza alcun ma con quello degli States.
Un più che moderno “L’État, c’est moi“, peraltro attribuito a Luigi XVI ma sulla cui autenticità molti storici hanno più di un dubbio. Nessuno invece sul fatto che Donald Trump pensi questo e lo dimostri ogni giorno nel non prendere in considerazione altro nell’architettura della Repubblica se non sé medesimo. Quante volte ha scavalcato le prerogative del Congresso? Non da ultimo per la guerra mossa all’Iran. In fondo, alcuni commentatori ripetono dalle colonne dei quotidiani a stelle e strisce che in America quello che veramente conta non è la razionalità di un percorso politico, ma il fatto che si arrivi all’obiettivo che ci si è preposti. Logica molto ardita, pericolosa: un finalismo che non è emanazione metafisica del divino ma empiricamente provata dalla materialità fisica della figura presidenziale che si erge troneggiando, spavaldamente, sopra tutto e tutti, a discapito di chiunque pensi, nel nome della Costituzione, di frapporsi tra Lui e la meta che intende raggiungere…
MARCO SFERINI
28 aprile 2026
foto: elaborazione propria


















