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Corso Cinema

Vedo con gli occhi del cervello. Intervista a Totò Cascio

Corso cinema n. 143 - Totò Cascio

DIECI ANNI INSIEME

Il protagonista di Nuovo Cinema Paradiso racconta il suo cinema e la sua vita

Totò Cascio secondo Davide Sacco

Totò Cascio secondo Davide Sacco

Nella primavera del 1990 l’Italia, prima di lasciarsi travolgere dalle “Notti magiche”, visse un’altra notte da ricordare. Era il 26 marzo e, quindici anni dopo Amarcord, Nuovo Cinema Paradiso si aggiudicò l’Oscar come Miglior film straniero. Il regista era l’allora trentaquattrenne Giuseppe Tornatore, nel cast Philippe Noiret, Jacques Perrin, Leo Gullotta e Pupella Maggio.

E se a Italia 90 a far sognare gli italiani fu Totò Schillaci, nel capolavoro di Tornatore, un inno stesso alla storia del cinema, a rubare la scena fu un altro Totò: Totò Cascio.

Oggi quel bambino dagli occhi curiosi e vispi è un uomo che ha conosciuto la gloria, la malattia e la rinascita. Dopo aver affrontato la retinite pigmentosa, che ne ha minato la vista, Totò Cascio ha saputo reinventarsi, tornando sulla scena con la forza di chi non smette mai di credere nei sogni. Sempre con quella “faccia da schiaffi” che conquistò il pubblico di tutto il mondo.

A dieci anni esatti dal “primo numero” della rubrica, sono contento di poter chiacchierare con Totò, che mi avvolge col suo entusiasmo e con l’inconfondibile accento siciliano: “Pronto Marco”.

Partiamo dall’inizio, almeno cinematografico, partiamo da Nuovo Cinema Paradiso. Come sei stato scelto da Giuseppe Tornatore?

Tornatore scelse prima di tutto la piazza di Palazzo Adriano, dove poi girò il film, in provincia di Palermo. Io ero nato proprio lì, abitavo nelle vicinanze. Dopo la piazza iniziò a cercare i bambini del posto.

All’epoca non era come oggi: non esistevano veri e propri casting a cui presentarsi. In pratica, c’era un fotografo che girava insieme a Daniela Tornatore, la sorella del regista, visitando le scuole del paese. Su indicazione di Giuseppe Tornatore, cercavano un bambino con determinate caratteristiche. Eravamo tantissimi, circa trecento.

Totò Cascio, proiettore sulle sinistra, in una scena di Nuovo Cinema Paradiso

1. Totò Cascio in una scena di Nuovo Cinema Paradiso

Io allora avevo otto, otto anni e mezzo, frequentavo la terza elementare e già portavo gli occhiali… anche se non me lo ricordavo nemmeno. Tornatore mi scartò subito. Fortunatamente per me, però, nessuno degli altri bambini gli piacque.

Così, riguardando le foto, chiamò la sorella e le disse di tornare a scuola da “quel bambino”, per fotografarlo stavolta senza occhiali. Tornarono quindi nella mia scuola, mi fotografarono di nuovo, e quando Tornatore vide la foto senza occhiali gli piacqui e volle incontrarmi di persona.

Chiesero alla scuola informazioni su di me, poi vennero a casa mia e proposero a mio padre di incontrare il regista. Più che un vero provino, fu un incontro, una chiacchierata a ruota libera, come dico sempre io. Da lì è poi partita l’avventura di Nuovo Cinema Paradiso.

Che ricordo hai del primo giorno sul set?

I primi giorni furono un po’ rocamboleschi, un po’ strani per me. Non avevo la minima idea di come funzionasse il cinema o la recitazione. Era estate, e io avrei solo voluto giocare a pallone con i miei amici: mi sembrava di essere stato privato del mio hobby.

Col tempo, però, cominciai a capire e a vivere la recitazione come un gioco nuovo. Alla fine, andò benissimo.

C’è una scena del film che senti particolarmente tua, anche oggi?

Sono legato a tutte le scene, naturalmente. Però, quella che secondo me è stata più significativa per il film è quella della bicicletta. All’inizio sono con il prete, interpretato da Leopoldo Trieste, poi casco a terra perché voglio che sia Alfredo, Philippe Noiret, a darmi un passaggio.

Philippe Noiret e Totò Cascio sulla bicicletta

2. Philippe Noiret e Totò Cascio nella scena della bicicletta

Quella scena è davvero mitica: tutto quel momento in cui Alfredo mi dà il passaggio, mi accompagna a casa e poi, una volta arrivati, succede il disastro con le pellicole che prendono fuoco…

Sì, con tua mamma che nel film non la prende benissimo.

Esatto, bravissimo. C’è mia madre, e anche la mia sorellina piccolissima.

Tutta quella scena è stata davvero significativa. Ripeto, sono affezionato a tutte, ma quella è forse una delle più belle, quella che ha dato davvero una svolta a Nuovo Cinema Paradiso.

Ricordavi prima che eri in terza elementare. Come hai vissuto il successo improvviso, i premi vinti, la fama mondiale dopo l’uscita del film?

Sono stato travolto. Travolto dal successo, da tutto quel clamore. Io vivevo in un piccolo paese e ricordo che, all’inizio, i miei compagni di scuola non erano proprio entusiasti: c’era un po’ d’invidia, tra virgolette. Ero anche un po’ schivo sai, da bambino.

Sul set me la cavavo bene: quando dovevo recitare ero spigliato, brillante. Però, nella vita di tutti i giorni, ero molto timido. Per me quell’esperienza è stata quasi come una medaglia… e, come tutte le medaglie, aveva anche il suo rovescio.

Davanti alla macchina da presa, con il tempo, avevo trovato la mia “quadra”, mi ero abituato: avevo imparato a rapportarmi con il mezzo, con gli altri attori. Ma fuori dal set tornavo a essere quel bambino timido che osservava un po’ da lontano le situazioni.

Citavi gli altri attori. Hai lavorato con Noiret, poi di nuovo con Tornatore in Stanno tutti bene, con Marcello Mastroianni. E anche al fianco di Peter Ustinov in C’era un castello con 40 cani

Totò Cascio e Peter Ustinov

3. Totò Cascio e Peter Ustinov

È stato l’unico film in cui sono stato doppiato, perché inizialmente il regista aveva già scelto un bambino milanese. Fortunatamente per me, però, il produttore era lo stesso di Nuovo Cinema Paradiso, Franco Cristaldi, che fermò tutto e disse a Duccio Tessari: “Il bambino ce l’ho io”.

L’accento milanese ti manca…

Eh sì, quello mi manca ancora! In compenso, ho sempre avuto un rapporto difficilissimo con i cani, avevo e ne ho paura. Però, sai, anche quella esperienza è stata bella.

C’erano Peter Ustinov, come ricordavi, Roberto Alpi, Delphine Forest… È stato un periodo molto bello anche perché, dopo Nuovo Cinema Paradiso, uscivo spesso con mio padre per le riprese, perché il film lo abbiamo girato un po’ in Abruzzo e un po’ in Toscana.

C’è qualche aneddoto o ricordo particolare cui sei più legato?

Sì, ne ho tanti. Ricordo che con tutti, attori e troupe, avevo un rapporto bellissimo. Ero piccolo, vivace, mi volevano bene.

Un aneddoto che porto nel cuore è questo: piangevo prima di partire perché dovevo lasciare mia mamma, dato che mi accompagnava mio padre. E poi piangevo anche alla fine delle riprese, perché mi affezionavo a tutti.

Stando tre, quattro, cinque settimane insieme, a pranzo, a cena, sul set, si creava un rapporto quasi familiare. Quindi sì, ricordo quel periodo con tantissimo affetto.

Nella tua biografia, “La gloria e la prova”, hai raccontato il successo, le difficoltà, la malattia che ti aveva allontanato dal set.

Dopo Nuovo Cinema Paradiso sono iniziati i problemi agli occhi. Come racconto nel libro, che continuo a presentare in giro per l’Italia, è stata una malattia difficile da diagnosticare. All’inizio si pensava fosse un problema a un solo occhio, poi però non c’erano miglioramenti, anzi: la vista peggiorava sempre di più.

Siamo andati prima in Svizzera, poi in Inghilterra e infine in America. Ovunque la diagnosi è stata la stessa: retinite pigmentosa, una malattia genetica che purtroppo colpisce anche mio fratello.

Totò Cascio durante la presentazione della sua autobiografia

4. Totò Cascio durante la presentazione della sua autobiografia

Da lì sono cominciati i problemi, il vero dramma. Io ero ancora piccolo e non volevo ammetterlo, non volevo parlarne. La malattia non è stata immediata: la vista è andata via piano piano.

L’ultimo lungometraggio che ho girato è stato Padre Speranza, con Bud Spencer, nel 2001 o 2002, se ricordo bene.

Durante una scena ambientata in un carcere, in cui dovevamo litigare, mi resi conto che non ci vedevo bene. Il figlio del regista, Ruggero Diodato, se ne accorse, ma io non volevo raccontare del mio problema agli occhi. Inventai una scusa: dissi che era miopia o qualcosa di simile.

Fu lì che decisi di “ritirarmi”, perché non volevo accettare la realtà.

Tornai a casa e cominciai a lavorare nel supermercato di famiglia, insieme ai miei fratelli e ai miei genitori. Ma non ero felice.

Poi arrivò la svolta, grazie a Mimmo Verdesca, che realizzò un documentario premiato al Giffoni Film Festival, Protagonisti per sempre. In quel film si parlava dei bambini che avevano trionfato nel cinema: io per Nuovo Cinema Paradiso, Giorgio Cantarini per La vita è bella di Benigni, Andrea Balestri per Pinocchio di Comencini…

Con Mimmo nacque una bella amicizia, e a un certo punto gli confidai il mio problema. Gli dissi: “Sai, Mimmo, io non ne parlo mai, ho una retinite pigmentosa…”. Lui ebbe un approccio delicato, mi disse: “Totò, per me non è un problema, l’avevo capito, ma non cambia nulla”.

Da lì ho iniziato un percorso di psicoterapia e di accettazione. Dopo un periodo di buio, ho ripreso in mano la mia vita. Sono riuscito a trasformare quella che per me era una condanna – perché ho sempre vissuto la retinite pigmentosa come una condanna a vita – in una rinascita. Ed è così che ho voluto conoscere Andrea Bocelli: da lì è partita “La gloria e la prova”.

La tua storia è ripresa anche in un corto per Telethon, A occhi aperti. Anche Tornatore ti è stato molto vicino…

Totò Cascio in A occhi aperti

5. Totò Cascio nel corto realizzato per Telethon A occhi aperti

Sì, ma anche Pieraccioni. Sono amico di Leonardo Pieraccioni, ho conosciuto Andrea Bocelli proprio grazie a lui. Sai, Marco, ci sono parole che in certi momenti della vita hai davvero bisogno di sentire, e io quelle parole le ho sentite dire, nel momento giusto.

Ho capito il valore della normalità, o come mi ha detto Andrea Bocelli, che non è un disonore, non è qualcosa di cui vergognarsi. E anche vedere la forza di Annalisa Minetti mi ha dato molto. Ci siamo sentiti qualche tempo fa, e anche da lei ho ricevuto tanta energia positiva.

Avevo bisogno di condividere, di fidarmi di nuovo, di ritrovare un’armonia con me stesso. Perché per tanto tempo ho vissuto la mia malattia come una colpa, come un tabù, una vergogna, qualcosa di cui non si doveva parlare.

Dopo A occhi aperti, mi hanno contattato altri registi. Da lì è ripartita la mia vita, perché avevo bisogno di accettare e di accogliere. È stato quasi un processo alchemico: trasformare il dolore, la rabbia, il malessere in poesia. E quando accetti, quella trasformazione avviene da sola.

Ecco perché ho scelto il sottotitolo del mio libro: il 2.0.

A proposito di 2.0, mi interessano anche i nuovi progetti artistici a cui stai partecipando.

C’è un cortometraggio uscito da poco, sul tema del bullismo, girato nel settembre 2024, che si intitola Ninò, di Michele Li Volsi, si può vedere su Internet. Poi ho partecipato a un lungometraggio che uscirà a gennaio, Sbandati, di Maurizio Trapani, girato tra il Molise e la Sicilia.

Ho preso parte anche a un altro film, sempre in uscita a gennaio, diretto da Aurelio Grimaldi, dedicato all’agenda rossa di Borsellino, Il depistaggio. Nel cast ci sono Nino Frassica, Tony Sperandeo, Roberto Lipari… e ci sono pure io.

Adesso invece girerò un cortometraggio a Bologna, C’è troppo sole, su Settecappotti (all’anagrafe Umberto Stignani, un cartonaio bolognese, che sbarcava il lunario sgomberando cantine e solai con la sua bici e i suoi sette cappotti indossati uno sopra l’altro e il suo caschetto da cantiere, nda), le riprese inizieranno tra qualche settimana.

Non ho più l’ossessione di dover tornare sul set a tutti i costi – oggi sono sereno – però ti confido, e lo dico anche ai lettori, che tornare a recitare mi dà ancora una grande carica, un’adrenalina incredibile.

Forse anche perché, essendo stato costretto a interrompere la carriera per un periodo, ora vivere di nuovo queste esperienze è qualcosa di speciale.

Vista questa tua – passami la semplificazione – “seconda vita” da attore: prima da bambino, molto conosciuto, protagonista di un film premio Oscar e vincitore del BAFTA, e ora da adulto con nuovi impegni, c’è un ruolo o una storia che ti piacerebbe interpretare o raccontare? Avevo letto che non ti dispiacerebbe anche passare dietro la macchina da presa.

Per come sono fatto io, perché amo ridere e far ridere – ce l’ho sempre avuta questa indole un po’ buffa – mi piacerebbe molto fare una commedia. Quando vado al cinema, se mi chiedi che tipo di film scelgo, ti rispondo subito: non vedo l’ora che esca il nuovo di Checco Zalone, o i film di Pio e Amedeo, di Ficarra e Picone… È quel tipo di comicità che adoro, che mi fa stare bene.

Per quanto riguarda la regia, sarebbe sicuramente bello, non lo metto in dubbio, ma – come dico sempre – in tutto bisogna andarci cauti.

Mi piacerebbe moltissimo fare l’aiuto regista: seguire da vicino il lavoro sul set, assistere, imparare. Ti confido che, nel cortometraggio che gireremo a Bologna su Settecappotti, mi metterò completamente a disposizione del regista, non solo per le mie scene.

Mi piace l’idea di esserci anche quando non giro, di dare una mano, di essere d’aiuto. È una cosa che sento molto mia.

Totò Cascio

6. Totò Cascio e la pellicola

Lo stupore per il cinema che mostravi da bambino in Nuovo Cinema Paradiso – una delle immagini simbolo, anche sulla copertina del tuo libro – c’è ancora nel Totò adulto?

Sì, quello stupore c’è ancora. Ma non solo per il cinema: c’è per la vita.

Io, Marco, credo davvero che quella meraviglia sia rimasta dentro di me. Oggi dico che “vedo con gli occhi del cervello”.

Mi spiego: quando ascolto una persona parlare, nella mia mente si forma subito un’immagine. È come se vedessi quella persona attraverso la mia immaginazione. Magari poi scopro che ha i capelli di un altro colore, o che ha la barba quando io me l’ero immaginata senza… ma per me resta quell’immagine lì, quella che mi si è formata dentro. E questo, sai, è proprio “vedere con gli occhi del cervello”.

Una delle prime cose che ti insegnano nella recitazione è che servono tre elementi fondamentali: memoria, intelligenza e immaginazione. Per me l’immaginazione è la più potente di tutte: è quella che ti permette di creare, di vedere oltre.

Quindi sì, puoi anche scriverlo come titolo se vuoi: “Vedo con gli occhi del cervello” – perché è davvero così.

MARCO RAVERA

redazionale


Le immagini, tratte dai profilo social di Totò Cascio e dal sito www.totocascio.com, sono di proprietà dei legittimi proprietari e sono riportate in questo articolo solo a titolo illustrativo.

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