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Unioni civili d’oro. La legge ha 10 anni, ma non basta

In analogia alla cerimonia per le nozze d’oro, il sindaco Lo Russo ha consegnato una pergamena a ogni coppia che dieci anni fa si unì civilmente nel nostro comune

Ieri a Torino abbiamo fatto una cosa semplice. Ma bella e forte, anche emotivamente. In analogia alla cerimonia per le nozze d’oro, il sindaco Lo Russo ha consegnato una pergamena a ogni coppia che dieci anni fa si unì civilmente nel nostro comune, quelle che colsero immediatamente l’opportunità che si apriva finalmente nella vita di persone e famiglie fino ad allora invisibili per la legge. Era il 20 maggio del 2016 la data in cui il Parlamento approvò la legge di cui Monica Cirinnà era prima firmataria: un passo avanti storico, ma non senza polemiche.

Oltre a quelle vergognose agitate dalle destre reazionarie e clericali, anche quelle sacrosante del movimento lgbtq+ che aveva dovuto assistere a mercanteggiamenti sulla versione finale del testo, con il famigerato stralcio della stepchild adoption voluto come scalpo dall’ormai dimenticato Angelino Alfano per concedere i propri, determinanti, voti.

Un risultato che comunque smosse finalmente una normativa altrimenti ferma e arretrata, consentendo finalmente a tante coppie di accedere a diritti molto concreti, legati a quella materialità delle vite fatta di assistenza in ospedale, contratti di affitto, pensioni di reversibilità. Perché nelle battaglie contro le discriminazioni è in gioco non solo un piano simbolico, ma soprattutto la concretezza della dimensione sociale – e non solo “civile” – della cittadinanza. Anche se molti – qualcuno pure a sinistra – non lo capiscono o fanno finta di non capirlo.

E quindi la cerimonia di ieri nella sala Carpanini del Palazzo civico torinese è stata una festa, ma anche un momento di lotta, come lo stesso sindaco ha voluto sottolineare, accompagnato in questo dai rappresentanti del coordinamento Pride che hanno preso parola, in un saggio di come politica istituzionale e movimenti possano dialogare e fare pezzi di strada insieme, pur nelle differenze e nella dialettica a volte anche sanamente conflittuale.

Una relazione che nelle città amministrate dalle forze progressiste si cerca – si deve cercare – di mantenere sempre, anche quando può costare caro ed esporre a violenti attacchi perché sgradita al governo centrale, come a Torino – su altre vicende – sappiamo molto bene. Una relazione che dovrà essere alla base del percorso che porterà alla definizione del programma politico della coalizione che si candida alla guida del Paese dopo questi sciagurati anni di Meloni, nei quali il cammino dei diritti delle persone e famiglie lgbtq+ si è interrotto.

Eccezion fatta per il riconoscimento, che però si deve alla Corte costituzionale e non certo alla maggioranza di governo, dell’iscrizione anagrafica alla nascita in Italia dei figli di due madri concepiti con la procreazione medicalmente assistita all’estero. Ma l’elenco di ciò che manca è ancora lungo – compresa l’aggravante per i crimini d’odio di stampo omolesbobitransfobico.

E c’è anche ciò che va cancellato: l’obbrobriosa legge Varchi sul “reato universale” della gestazione per altri. Ieri a Torino c’erano anche due coppie di uomini con figli: bastava guardarli per capirlo.

JACOPO ROSATELLI

da il manifesto.it

foto: elaborazione propria

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