Marco Sferini
Una prudenza necessaria e una alternativa altrettanto tale
Il fine legislatura non è dietro l’angolo, ma quasi. Si sa, i tempi in politica sono più veloci dei tempi della quotidiana routine di ognuno in quella vita reale che, da più parti dai banchi dell’opposizione in Senato, è stata rimproverata alla Presidente del Consiglio come la vera mancante nella sua anche sola lata percezione di ciò che davvero sopportano le italiane e gli italiani ogni giorno. La replica è stata puntigliosamente dura: Giorgia Meloni andrebbe al supermercato come tutti e avrebbe quindi molto chiaro il fatto che ormai con cento euro non riempi il famigerato carrello della spesa e, a mala pena, arrivi alla metà di quello che potrebbe contenere.
Costano più care un po’ tutte le merci, ma nello specifico, le verdure, i prodotti da filiera lunga e controllata, gli alimenti in generale: per non parlare di pasta, pane, riso. Poi, una volta usciti da negozi e supermercati, si va a fare benzina e, nonostante il decreto del governo sulle accise, il gasolio costa uno sproposito, la benzina verde inizia a superare l’1,95 euro… Così mezzo carrello della spesa resta vuoto e vuoto rimane mezzo serbatoio di benzina. Le guerre si prolungano e sono affidate ai tira e molla tra oriente ed occidente, tra bislaccherie nevrotiche trumpiane e tenute resistenti degli ayatollah.
Hormuz rimane più o meno sotto il blocco di entrambi: l’Iran da un lato, gli Stati Uniti d’America dall’altro. Il braccio di ferro non lo vince nessuno dei due e a farne le spese sono miliardi di poveracci che già prima di queste crisi avevano patito tutte le ripercussioni del biennio pandemico. Lo spettro di una nuova emergenza sanitaria globale si protende sulla scena delle catastrofi di questo quarto di nuovo secolo: l’Hantavirus preoccupa e non preoccupa. Allarma i complottisti che non si sentono per niente rassicurati dalle spiegazioni degli scienziati. Trump fa spallucce: tutto è sotto controllo. Forse. Chissà.
Intanto la legislatura delle destre si prepara a volgere in un termine in cui il nervosismo è un dato estremamente palese, tradito ad ogni pagina voltata nel corso del discorso meloniano. A complicare le cose è anzitutto l’emergenza economia nel suo complesso e, quindi, la strutturazione bellica della stessa, il carattere che ormai hanno le transazioni finanziarie, le importazioni come le esportazioni di ogni Stato, tanto dell’Unione europea quanto di altri continenti. Mostrano qualche sicurezza solo i giganti emergenti nella fase multipolare: la Cina tra tutti che, infatti, avverte Trump in quel di Pechino, poco dopo la stretta di mano storica tra Xi Jinping e il presidentissimo a stelle e strisce.
Caso mai agli USA venisse in mente di muovere aviazione, marina ed esercito in difesa dell’isola nazionalista, non è escluso un conflitto simile a quello che stanno vivendo oggi gli iraniani. Se la Repubblica islamica non è l’Iraq e nemmeno l’Afghanistan dei taliban (che pure hanno prevalso, alla lunga, sull’occupazione americana), Pechino nemmeno lontanamente è Teheran. Quindi l’Occidente è avvertito e così lo sono le borse al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico. La conseguenza prima per l’Italia di Giorgia Meloni è un crescente clima di instabilità internazionale in cui il nostro Paese non ha pressoché voce in capitolo.
Poi ci si mette pure l’Albania dell’amico Edi Rama: entro il 2030 cesserà l’accordo bilaterale con Roma sui centri di detenzione dei migranti e non sarà rinnovato. Una doccia fredda? Nemmeno tanto, visto che, al di là della propaganda inanellata dalla maggioranza per tutti questi mesi e sostenuta a pieni polmoni dalla Presidente del Consiglio, il fatto che quei lager fossero stati più uno specchietto per le allodole, col fine di mostrare l’indefessa postura anti-immigrazione del governo delle destre-destre, si è infranto nella più triste delle realtà: tanti soldi distratti dalle vere necessità sociali del Paese e nessun efficientamento di strutture rimaste (fortunatamente) per lo più vuote.
Colpa dei giudici, tuonava Meloni con qualcosa di più mezzo governo al seguito. Sono loro che hanno impedito all’esecutivo di tirare diritto oltre la linea del bagnasciuga. Tant’è, di fronte a tutti questi fallimenti, è praticamente impossibile chiedere a chi si è scavato la fossa da solo di ammettere che lo ha fatto. Dirà che stava cercando un tesoro e che, purtroppo, non l’ha trovato perché qualcuno gli ha truccato la mappa o gli ha giocato qualche tiro mancino. Si sa, è colpa sempre della sinistra che non collabora alla riduzione del Parlamento in due assemblee condiscendenti le volontà governative e che si rifiuta di essere “responsabile” (termine già tristemente noto in un recente passato…).
L’appello di Giorgia Meloni, in questo senso, è rivolto a Carlo Calenda che è lì a metà tra l’opposizione blanda e la blanda afferenza ad una coalizione liberista-conservatrice con cui ha certamente molto più in comune rispetto al campo largo. Di tutto quello che la Presidente del Consiglio parla nel suo intervento (rafforzamento dei salari, incentivazione delle pensioni, sostegno ai più fragili e deboli socialmente) non è vera una parola che sia una. Mentre corrispondo ad una qualche verità gli incentivi profusi alle imprese per assumere sempre precariamente e scudare capitali ingenti dal rischio dato dalle crisi internazionali e i sostegni alle cosiddette “famiglie tradizionali” che fanno figli.
Dare oro e figli alla Patria. Nel solco della vecchia smargiassante propaganda fascista, il postfascismo meloniano si muove con qualche imbarazzo a volte, ma non di meno segue la vecchia via pur nel compromesso con il ceto imprenditoriale e con l’atlantismo che imperversa in Europa e non accenna a diminuire: l’economia di guerra chiama, il governo italiano risponde. Di prendere i soldi là dove realmente ci sono, e sono stati fatti sfruttando le lavoratrici e i lavoratori a più non posso, tenendo i salari al di sotto della media europea, impoverendo e impedendo qualunque tipo di risparmio per le famiglie, non se ne parla minimamente.
Così partono raccolte di firme per l’1% equo, per una tassa patrimoniale che colpisca dunque i grandissimi cumuli di rendite (l’aliquota dall’1 al 3,5% interesserebbe chi ha oltre due milioni di euro (compresa la prima casa)), per una rivalutazione del sistema sanitario nazionale e per la normalizzazione contrattuale e salariale nel mondo degli appalti, entrambe promosse dalla CGIL. Perché ai disastri (anti)sociali di questo governo si deve rispondere dal basso e con l’organizzazione di una sempre maggiore consapevolezza che è possibile mandarli a casa, che è urgentissimo farlo ma con la garanzia di sostituire loro un piano di politiche diametralmente opposte, esattamente rovesciato.
Di questo il campo largo deve evincersi, riunendosi davvero attorno alla Costituzione come programma massimo e minimo al tempo stesso. La debolezza del governo di Giorgia Meloni non è detto però che si traduca nell’immediatezza, e non di meno nel voto politico tra un anno, in un cedimento così evidente sul piano assoluto dei numeri. Ha perso il referendum sulla giustizia, è vero; lo ha perso anche clamorosamente, seppure qualche sentore era dato respirare nell’aria nelle settimane immediatamente precedenti l’apertura dei seggi. Ma i meccanicismi – ce lo insegna la Storia e, nel concreto, proprio quella dell’Italia moderna – non sono così diretti: questo perché intervengono una serie di fattori, a cominciare dalla diversità delle consultazioni.
Gli automatismi quindi non devono essere presi in considerazione e occorre lavorare per mostrare al meglio tutte le inefficienze e danni fatti dalle destre in questi quattro anni ponendo una semplice domanda: stiamo meglio o stiamo peggio rispetto al settembre del 2022? La controbattuta prevedibile è: ma lo scenario internazionale non lo prendiamo in considerazione? Certo che sì, ma questo si può dire per qualunque governo che sa di doversi confrontare con gli altri Stati, con l’Unione europea, con gli organismi posti al contenimento delle crisi neoliberista, per favorire sempre e soltanto il pugno di straricchi che governa realmente il pianeta con il condizionamento diretto della struttura economica.
In pratica, a chi muove queste obiezioni si deve rispondere che le scelte di politica internazionale un governo le può decidere autonomamente: ammesso che non sia troppo impegnato nel compiacere i padroni di turno che si sceglie come punti di riferimento per affinità anche ideologiche. Meloni ha puntato sul trumpismo, astro rinascente di una internazionale nera, super conservatrice che, oggi, ha un po’ di fiato corto per via delle competizioni tra gli imperialismi: chi di guerra ferisce, di guerra perisce. Lo affermava già Antonio Gramsci davanti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato (fascista): le dittature militari sono inevitabilmente travolte dai conflitti.
Non è un destino cinico e baro, ma una diretta conseguenza di premesse che sono, alla lunga, insopportabili per i popoli che, a meno di voler scomparire, si rivoltano e contribuiscono a creare le condizioni per il capovolgimento delle situazioni createsi. Poi, senza dubbio, i cedimenti endogeni, tipici della crisi delle alleanze e dello sbranarsi a vicenda quando la barca comincia ad affondare, non aiutano i regimi a mantenersi a galla, ma è lezione storica il fatto che le pressioni popolari spingano nella direzione del mutamento necessario, del cambio di passo, della fine come principio di una nuova fase anzitutto socio-economica, ma non di meno politica.
È presto per dare per sconfitto il fronte delle destre. Conosciamo la loro capacità di compattamento di fronte alla possibilità di perdere il controllo del potere e, dunque, di retrocedere a quello che considerano non rango previsto dall’alternanza democratica, ossia l’opposizione, bensì una declassificazione punitiva (che in parte è tale, non fosse altro per la sconfitta elettorale come premessa). Però bisogna fare leva sulle contraddizioni anzitutto sociali di questo governo e mostrare e dimostrare alla popolazione che il peggioramento delle condizioni esistenziali non è frutto del caso o della congiuntura internazionale soltanto, ma pure e soprattutto delle scelte fatte da Meloni, Salvini e Tajani.
L’Italia ha degli enormi vulnus economici e sociali aperti: ha un capitalismo nazionale che si è poggiato, come sempre, sull’intervento dello Stato, facendosi finanziare le proprie crisi, speculando sulle pandemie prima e sui conflitti bellici oggi. Ed ha una industria e una produzione subordinate alle grandi direttrici continentali e internazionali che dettano le linee guida da seguire, privando il Paese di una vera e propria autonomia anche gestionale dei grandi settori e degli indotti che ne fanno parte. La questione salariale, al pari di quella sociale nel suo insieme, così come quella ambientale e infrastrutturale, deve essere il cuore della proposta dell’opposizione.
La sinistra, il campo largo che dire si voglia, deve essere sinonimo di giustizia sociale, di progressività fiscale, di potenziamento delle reti di assistenza e di tutela dei più deboli. Senza queste premesse sarà molto difficile potersi distinguere dal melonismo e dal neoliberismo e prevalere su un insieme di forze sempre più conservatrici e regressive.
MARCO SFERINI
14 maggio 2026
foto: elaborazione propria



















