Politica e società
Una premier a metà. La messa in scena della forza senza sostanza
Più vipera che pitonessa. Daniela Santanchè ha comunicato le sue soffertissime dimissioni con un distillato di puro cianuro che non risparmia nessuno. Meno di tutti la premier stessa, accusata nemmeno troppo fra le righe di cercare capri espiatori per una sconfitta di cui porta invece la principale responsabilità. Per mettere alla porta una ministra andata molto oltre la semplice impresentabilità, la premier abituata a dettare legge ha dovuto esporsi con una incresciosa richiesta pubblica imposta dalla ghigliottinanda.
Poi, come se non bastasse, ha dovuto sorbirsi anche la sua avvelenata ramanzina. Quanto a prova di forza lascia a desiderare.
A mostrare la corda è però l’intera manovra decisa dalla premier e forse dettata più dall’ira e dal panico che dal freddo calcolo. Per le pulizie di pasqua non è mai troppo presto: in questo caso è decisamente troppo tardi. Daniela Santanchè ha fatto le valigie con un paio d’anni di ritardo sul dovuto e sono troppi anche se è comunque il caso di dire «finalmente» alzando i calici. Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro hanno lasciato via Arenula più tempestivamente ma non tanto da dissipare il poderoso dubbio che se il referendum fosse andato diversamente anche la loro sorte sarebbe stata un’altra. È un dubbio che da solo vanifica in larga misura il senso di un repulisti che avrebbe altrimenti meritato l’applauso.
Quei ritardi esiziali in realtà dicono tutto. Spiegano perché Giorgia Meloni si è decisa a fare quel che una premier davvero forte avrebbe fatto a tempo debito. Tirare le redini al suo branco di famelici underdog, avventatisi sul banchetto del potere con insaziabile e atavico appetito, la avrebbe accreditata agli occhi del suo paese molto più dei complimenti di Donald Trump. Ma appena una settimana fa quella voracità insaziabile le sembrava tutt’al più prova di veniale leggerezza.
Rimettere la «pitonessa» al suo posto, cioè fuori dal governo, avrebbe giovato alla sua immagine molto più delle battutacce con le quali si è dilettata per tre anni e mezzo. Non ne ha avvertito la necessità e non la avvertirebbe neppure adesso se la sberla elettorale non le avesse dimostrato che quell’immagine, nonostante i sondaggi che la hanno vellicata e vezzeggiata settimana dopo settimana, è invece ormai incrinata.
Il senso della sua piccola Notte dei lunghi coltelli è tutto qui: recuperare smalto, dimostrare con la mannaia di essere ancora Giorgia l’Invincibile, la leader forte e drastica che ha sempre raccontato di essere. Questione di tornaconto elettorale, non di etica politica. Manovra opportunista, non presa d’atto responsabile del problema enorme e mai affrontato che si annida nel suo governo e nel suo partito. È una manovra perdente. Somiglia davvero alla ricerca di capri espiatori denunciata dalla perfida dimissionata.
È una messa in scena della forza alla quale non corrisponde più alcuna sostanza. Il referendum non è stato un incidente di percorso, per quanto tra i più gravi: è un terremoto che obbliga a ridisegnare per intero le mappe della politica e c’è da chiedersi se la premier se ne sia resa conto o sia ancora tanto tramortita dalla sberla da illudersi di vivere nel mondo di ieri.
In quello di oggi Giorgia Meloni non ha più i mezzi per imporre la sua legge elettorale, se si parla di premierato deve guardare da un’altra parte e fingersi distratta, con gli alleati deve imparare a trattare invece di ordinare. E siccome si sa che le disgrazie non vengono mai sole ha anche le tasche troppo vuote per ricompare quel che ha perso con una finanziaria ricca di prebende. Con tanti ringraziamenti a Donald Trump, uno di quegli amici che rendono superflui i nemici dichiarati.
È vero che nessuno le chiede di sloggiare, perché nessuno, da Mattarella ai leader dell’opposizione, ha interesse e utilità nell’affrontare crisi e voto. Di qui alle elezioni politiche il posto di lavoro a palazzo Chigi è assicurato. Ma senza più alcuna ambizione, senza sperare di governare davvero.
Non significa che Giorgia Meloni sia una leader finita, pensarlo sarebbe una pericolosa illusione. Ma la forza che aveva e che ha perso può ridargliela solo chi gliela ha tolta, il popolo votante. È la democrazia, bellezza.
ANDREA COLOMBO
foto: screenshot ed elaborazione propria


















