Un “sinodo” per i comunisti: cultura e lotta possono convivere

Vista la situazione politica in cui ci troviamo (parlo dal punto di vista di noi comunisti, tutti gli altri se ne sentano pure, tranquillamente esentati ed esclusi), mi sono...

Vista la situazione politica in cui ci troviamo (parlo dal punto di vista di noi comunisti, tutti gli altri se ne sentano pure, tranquillamente esentati ed esclusi), mi sono posto davanti tutte le possibilità e le conseguenti problematiche che avremmo provando ad ipotizzare nuove forme tattiche in un più complesso disegno strategico di azione a lungo termine per la trasformazione di questa società.

Visto che il muro di Berlino non sembra aver funzionato e tanto meno il socialismo cosiddetto “reale“, soprattutto nella diffusione di una alternativa al sistema capitalistico che fosse degna di nota anche e soprattutto tra i nostri detrattori più acerrimi ed agguerriti; visto altresì che la formula socialdemocratica sembra aver completamente smarrito la sua minima coscienza sociale e di critica verso il sistema delle merci e del profitto ed essersi costantemente convertita – a seguito anche di un breve e facile corteggiamento liberal-liberista – ai valori che ispirano l’attuale società borghese e padronale, mi è parso opportuno prendere il rasoio di Occam e iniziare a tagliare via tutte quelle complessità che intralciano la strada alla vera, unica interpretazione che ci porti alla soluzione del problema dei problemi.

Quale sarebbe mai? Il problema dei problemi, in realtà, sono tanti altri problemi: di natura ideologica, prettamente riferibili a singoli piacimenti egoistici in tema di visione sociale post-capitalistica.

Ognuno di noi ha il suo modello, la sua piacevolezza che si esprime in una aspirazione univoca e che finisce col produrre tante piccole patrie di un comunismo che da movimento unitario, convintamente avverso al capitale, si frange, si disperde in dispute semi-idiote (non del tutto idiote perché penso sia giusto attribuire a chi ancora si macina la mente e il cuore in queste acrobazie social-mentali un po’ di ottima buona fede) che non fanno altro se non alimentare litaniose giaculatorie su un futuro immaginabile, al momento impossibile da iniziare a costruire e sempre più lontano se si guarda allo stato dell’arte politica italiana.

Rasoiata dopo rasoiata, dovrebbe rimanere, secondo Occam, l’espressione più semplice, quella infine da adottare come soluzione del problema. Anzi, del problema dei problemi.

Eppure non è così. Tanti singoli fattori esterni alla sinistra comunista e anticapitalista contribuiscono in maniera fuorviante ad impedire che si concretizzi una rinascita culturale anzitutto su cui poggi una critica del sistema delle merci e del profitto che sia spietata, quindi giusta, che non accetti di omologarsi al resto delle forze politiche in nome della sconfitta di forze di destra che sono oggi il frutto dell’abbandono di quella che può apparire intransigenza e che, invece, altro non è se non la protezione di una interpretazione sociale, politica e civile di un mondo che altrove diventa lentamente parziale accettazione di tutta una serie di compromessi che sviliscono la critica, ne fanno brandelli e mostrano come sia “razionale” costruire la moderazione al posto dell’utopismo rivoluzionario.

Meglio l’uovo oggi, insomma, della gallina domani. I proverbi sono sempre fonte di saggezza. Ma se la gallina è nel pollaio di un altro, hai tu la garanzia di avere oggi quell’uovo che ti viene promesso?

Il cosiddetto “socialismo democratico” è in crisi n0n da oggi, ma da quando sono risultati impossibili quei rivolgimenti economici che avrebbero dovuto rappresentare un miglioramento delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, dei più deboli della società, di coloro che il lunario lo sbarcano sempre con grande fatica.

Tutta la crudeltà che tracima dalla xenofobia, dal razzismo, oggi anche da un revanchismo antisemita che riemerge insieme a simbologie hitleriane, neonaziste, e che viene minimizzato affermando che si tratta di episodi, che non esiste una trama per riportare indietro l’orologio della storia, ebbene tutto ciò è funzionale ad un sistema che fa finta di preferire la moderazione centrista ma che al contempo alimenta le paure più recondite di una popolazione isterica in preda alla disperazione dettata dalla sopravvivenza.

Oramai ce lo siamo detti in tutte le salse: dalla paura alimentata dai sovranisti nasce tutta la percezione dell’insicurezza; dalle più false espressioni fobiche verso lo “straniero“, soprattutto se migrante, quindi se si sposta e approda sulle coste italiane, nasce il miraggio (negativo) di una “invasione“, quindi il collegamento con il fattore economico-sociale della sottrazione di possibilità di salvezza per gli autoctoni, per noi che siamo nati in questo Stivale: “prima gli italiani“, dunque, diventa non una parola d’ordine ma la logica conseguenza di una costruzione tanto anticulturale quanto illiberale e illetterata per un popolo privo di armi critiche per spuntare le lance dell’offensiva sovranista.

A cosa serve, allora, chiamare i comunisti e le comuniste ad una ricomposizione della sinistra di classe? E’ utile a fermare queste destre neofasciste e neonaziste, che non condannano mai apertamente le peggiori azioni di intolleranza e violenza contro i migranti, gli omosessuali, i rom, gli ebrei, che lasciano quindi varchi aperti ad una tolleranza per fenomeni che riportano in auge un insieme cultural-politico che può tranquillamente fare riferimento ai disvalori che si fondano sul razzismo del primo Novecento e sulle conseguenti forme dittatoriali che lo hanno abbracciato per sorreggersi sul mito della “purezza” razziale dei propri cittadini?

La domanda non è fuori luogo, ma è altresì vero che ogni volta che ci fermiamo a ragionare in tal senso, finiamo per avere davanti due opzioni dirimenti:

– fare alleanze con forze politiche liberiste che sono all’origine del dilagare di queste destre, che mostrandosi come eredi della sinistra comunista e socialista hanno portato avanti una serie di decurtazioni dei diritti sociali e del lavoro da divenire così invise ai moderni proletari tanto da essere scartate come soluzione del problema della povertà dilagante;

– prendere le distanze da chi ha governato in questi decenni il Paese e ne ha fatto un utile terreno di crescita di profitti per banchieri e finanzieri, tornare alla necessaria “diversità” che ci oppone a questi signori e riaffermare che una alternativa esiste per chi soffre la fame, per chi non ha un lavoro, per chi è in cassa integrazione da anni, per chi all’Ilva rischia di perdere il posto: è quella di muoversi su due binari paralleli ma sempre vicini che non incontrano però la terza via ormai sperimentata dalle finte socialdemocrazie del caso…

Questi binari paralleli sono:

– la necessità di lottare insieme a tutte le forze costituzionali e democratiche per impedire alle destre sovraniste di avere il controllo politico del Paese, partecipando ad ogni momento di lotta sociale e civile, unitariamente, prendendo come riferimento proprio il testo della Carta del 1948;

– al contempo, lavorare per gestire una differenza politico-organizzativa che unisca i comunisti in questa lotta e li porti alla rielaborazione di una critica della fase economica e sociale in cui viviamo, considerando tutto: dai rapporti strettamente diretti tra forze politiche e popolazione ad una nuova organizzazione che superi le attuali differenze e che non annulli tuttavia le sfumature ma le riduca ad un prezioso elemento di collaborazione per contrastare tanto il liberismo fintamente amico del sociale che sta al governo, quanto il pericolo neofascista che sta all’opposizione.

Sinceramente non mi sembra impossibile come via da percorrere: lunga, certamente. Ma non irrealizzabile. Serve una “costituente comunista“, una specie di “sinodo” in cui discutere di tutte le problematiche della nostra politologia, della dottrina (se vogliamo…), per consegnare a noi stessi e alla gente strumenti di approvvigionamento della critica sociale facili, quasi intuitivi.

Fuori da ragionamenti come quelli contenuti in questo articolo che, consciamente, sono riservati ad un livello di pazienza per il lettore e di conoscenza della politica non certo comuni…

I comunisti e le comuniste devono tornare ad essere tali senza ritenere che ciò li escluda dall’unità con la lotta per il mantenimento della democrazia “borghese” formale che rimane un prezioso bastione liberale di protezione delle conquiste che hanno portato all’emancipazione dai totalitarismi novecenteschi, dalla considerazione dell’eguaglianza formale degli esseri umani.

Compito dei comunisti è la realizzazione delle condizioni dell’eguaglianza sostanziale. Compito molto complesso. Ma chi se non i comunisti potrebbero mai affrontarlo proprio in tutta la sua complessità, quindi in tutta la sua dirompente forza rivoluzionaria?

MARCO SFERINI

10 novembre 2019

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