Il portico delle idee
Un sentimento singolare, indefinibile, inafferrabile: l’amore
Non una ma cento, mille domande sull’amore. Che cos’è? Come lo si riconosce? In particolare: è un sentimento simile o uguale per tutte e per tutti o, invece, è talmente singolare da assumere per ciascuno una connotazione particolarmente differente e, quindi, è “imprendibile“, non incasellabile e indefinibile nella sua prima ed ultima accezione? Non esiste una scienza dell’amore; semmai esiste una sua coscienza, una conoscenza parziale perché è una declinazione unica di una serie di sentimenti che si compenetrano l’uno con l’altro e che, quindi, è molto difficile poter rendere in una sintesi compiuta.
Si possono amare moltissime cose, così come altrettante persone o esseri senzienti nel senso più generale del termine: si può amare l’arte, la musica, la letteratura, la storia, la scienza, questa stessa voglia di scrivere che fa muovere le dita sui tasti e che sta producendo questo testo. Così si può amare un essere umano, un proprio simile e lo si può fare in tanti modi l’uno sempre non uguale all’altro. Perché l’amore è desiderio o, per meglio dire, è desiderio del desiderio: un qualcosa di kafkiano che Carmelo Bene avrebbe molto bene paragonato ad una sorta di “pornomania” intesa non come qualcosa di volgare, ma come l’anelito dell’anelito e, dunque quella “postura” che si vuole superare nel nome della voglia esponenzializzata.
Insomma, più che di amore qui si tratterebbe di oltrepassare Eros stesso e di trascenderne non tanto il significato quanto semmai il significante, colui che ne interpreta una attitudine ritenendo di esserne l’attore primo e che, spesso e volentieri, è invece “vissuto” dall’amore, attraversato da correnti di impeto interiore che lo sconvolgono rispetto alla consuetudine abitudinaria dei sentimenti più comuni e naturali: amicizia, empatia, odio, disprezzo, contrarietà, avversione. L’amore inteso come “idea” di un sentimento che superiorizza tutti gli altri e che si erge oltre la quotidianità dei normali rapporti di convivenza, è una trascendenza difficile da concretizzare: proprio perché è irriscontrabile nei comportamenti di ogni giorno.
L’amicizia è e può essere evidente. L’odio non ne parliamo nemmeno. Se esiste un primo impulso umanoide in questo frangente è proprio questo contrasto che si avverte nel momento in cui ciò che noi riteniamo di essere viene ostacolato nella proposizione dei concetti, nel desiderio di comunicarli e nell’impossibilità di renderli praticamente una verità innanzi alle altre. L’odio è, a differenza dell’amore, non un qualcosa di assolutamente negativo, ma una risposta il più delle volte reattivamente egotica, altre volte una sorta di difesa immunitaria dall’annientamento di una parte della propria esclusiva e singolarissima personalità.
Ma l’amore è un qualcosa di fondamentalmente irriconoscibile: se non nella mitica ideologizzazione del rapimento di sé da sé stessi: quando entra in gioco l’idealizzazione, come produzione di una proiezione di sé medesimi nell’altro, allora è riconoscibile una qualche forma di amore come espressione del desiderio di essere desiderati che è un qualcosa di più del solo, semplice essere apprezzati. Leopardi lo definiva «l’ultimo dei cari inganni di nostra vita». Tuttavia amante e amato, nel loro essere un viceversa, attendono l’uno dall’altro una interscambiabilità pressoché assoluta: si tratta di una realtà che viene vissuta come un qualcosa che si situa nel “possibile“. In realtà questa corresponsione inalterabile è nell'”impossibile“.
La bellezza dell’essere amati sta certamente anche nel potersi dedicare all’altro o all’altra. Sta nel produrre una felicità per il proprio compagno, per la propria compagna. Per chiunque sia la persona cui facciamo riferimento. Ma il vero amore, ammesso che sia individuabile in quanto a verità e in quanto ad amore stesso, dovrebbe anzitutto riconoscersi come imperfetto, caduco, claudicante e capace di essere anzitutto incapace: di incespicare spesso e volentieri così come tutti gli altri sentimenti, perché non è oltre noi, ma è parte di noi.
Per quanto ci si pensi nell’impossibile, in una sorta di iperuranicità dai contorni piuttosto laici, quindi affidati ad una immaginazione non mistica e nemmeno miticheggiante che ci riguardi, siamo costantemente trascinati in quella che chiamiamo “la realtà“, per antonomasia. Ossia il possibile. Questo non vuol dire che il desiderio sia meno desiderio se proviene dal possibile e se non è perfetto come vorremmo che fosse. Così come non vuol dire che il sentimento amoroso sia soggetto ad una verifica costante in sé e per sé. Hillman ce lo dice con grande chiarezza espressiva: noi siamo ossessionati dall’amore fin dai tempi della nascita del Cristianesimo.
Per i greci Eros era più un demone di un dio come lo avremmo inteso dopo l’affermarsi del monoteismo. In fin dei conti – continua Hillman – noi ogni giorno andiamo a caccia dell’amore, lo perseguitiamo quasi, non lo lasciamo mai in pace. Lo vorremmo sempre con noi e mai disgiungibile da ciò che noi riteniamo di essere (quando riteniamo anche di esserci, qui ed ora). Ma se noi fossimo davvero in grado di «lasciare solo l’amore», di consentirgli di non essere continuamente assillato dalle nostre domande, dal nostro bisogno ossessivo – compulsivo, forse questo sentimento si esprimerebbe meglio, in tutta la sua naturale propensione.
Comunicherebbe meglio in noi e, quindi, con quell’Io cosciente che ci tarpa troppe volte le ali dell’essenza primordiale che ci abita e che ci è nascosta nell’inconscio, che appare di notte quando ci abbandoniamo alle immagini dei e nei sogni. Illuminante a questo proposito è il consiglio che James Hillman ci dispensa: «Se solo potessimo dargli più spazio e meno attenzione, baderebbe a se stesso. È come ospitare in casa un amico : non chiedetegli ogni minuto se è comodo; o un malato: non provategli continuamente la febbre. Se solo sapessimo farci da parte, lasciarlo andare e venire».
La caratterizzazione affettiva dell’amore, quindi l’attaccamento che si prova nei confronti di una persona (ma non di meno nei confronti di un qualcosa che sia altro da un essere senziente che ci è pari per fisionomia e per attitudine sociale, etica e culturale), è una sorta di dipendenza da un bisogno di raffigurazione di noi stessi apprezzati per ciò che vorremmo poter essere: percepiti nella nostra primordialità che, a ben vedere, nemmeno noi siamo in grado di conoscere fino in fondo e, spesso, nemmeno di accostarvisi. Eros, per come ce lo descrive Hillman, è nella psiche nostra, è in noi ma non necessariamente si occupa soltanto di noi in quanto tali.
Può occuparsi di un lato di noi medesimi, ma non completamente di ciò che ci rappresentiamo d’essere ogni giorno verso la società, nei confronti degli altri come delle istituzioni che questo mondo si è dato e continua (sciaguratamente) a darsi. Ciò che noi chiamiamo amore è forse l’emozione che vorremmo qualificare come la più alta, la più incommensurabile tra tutte e, per questo, fuori da qualunque metro della possibilità, del mondo ristretto e fatto di confini in cui viviamo. Se per un attimo provassimo a non avere il timore di perdere l’amore, così come provassimo a non avere la necessità di dichiararlo eterno, scopriremmo che ci visita senza volerlo.
Che lo fa seguendo un’istintività che non è circoscrivibile, nemmeno misurabile secondo il metro della razionalità emotiva. Non c’è appunto ragione perché duri per sempre o perché duri un attimo. Non dipende esclusivamente da noi, ma dalla più particolare ed invisibile natura che sta in noi e che non è diurna, che non si apre alla luce della mente: che abita in quel palpitio continuo del muscolo cardiaco dove, in realtà, noi situiamo i sentimenti perché le emozioni ci fanno battere più forte il cuore, sinonimo, metafore e iconica sede di qualunque desiderio che si va esprimendo nel concreto.
Ma il desiderio è – ci dice sempre Hillman – un richiamo ad una connaturazione nostra con la complessità della realtà esistente: è una sorta di eco ancestrale che unifica la nostra vita a quello che la compenetra di volta in volta. Per questo il desiderio precede l’amore a volte, perché è la voglia della voglia, che va dal possibile all’impossibile perché ricerca il principio di piacere, l’evitamento della sofferenza che può essere rappresentata anche dall’angoscia della solitudine. In realtà, lo sappiamo bene perché è un dato oggettivo e constatabile de facto, non possiamo certo affermare di essere soli al mondo, ma possiamo dire di “sentirci soli“, quindi non in connessione con altri esseri umani con cui non abbiamo mai avuto un legame, una sintonia, un rapporto.
L’amore, come la solitudine, sono due condizioni sentimentali molto profonde perché ci inducono ad una indagine interiore nel momento in cui le veniamo incontrando o, per meglio dire, ci attraversano e ci creano a volte disagio, altre volte felicità e lietezza. Freud considera il sentirsi soli come un momento di confronto con noi stessi, nell’istante in cui avvertiamo il distacco da qualcosa, da qualcuno: l’elaborazione del lutto (o dei tanti tipi di lutti che si possono vivere…) è esattamente questo. Non di meno, anche l’amore è un confronto-incontro con parti essenziali che ci sono proprie e che si esprimono mediante sensazioni cui la realtà non è estranea. I condizionamenti sono tanti.
Le esperienze che facciamo determinano indubbiamente il nostro adattamento (inconscio) a ciò che ci è limitrofo giorno dopo giorno: puntiamo sempre a proteggerci dalla sofferenza e, se questa può derivare anche dall’amore, allora puntiamo a diffidare anche di questo sentimento. Se una relazione terminata ci ha fatto tanto soffrire, la prima reazione probabile è il negare di voler avere nuovamente a che fare con l’amore, ma non certo con le persone in quanto tali. Siccome ci si innamora di queste stesse, è molto complicato poter escludere a priori di non volersi più innamorare.
Darsi questo comandamento, dal tono prettamente dogmatico, è darsi una consegna che è probabile ma altamente poco possibile. Lasciarsi andare all’andamento irregolare dei sentimenti è la migliore postura da assumere o, meglio, è la “non-postura” da avere nel momento in cui si inizia a conoscere la tortuosità dell’esistenza e il fatto che nulla va mai sempre sulla linea retta della perfezione ma tutto viaggia su alti e bassi, su tonalità differenti di suoni, di colori, di percezione. Quindi, di emozioni…
MARCO SFERINI
29 marzo 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














