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Marco Sferini

Un nuovo, larghissimo, concetto di “antisemitismo”…

Che cosa succede esattamente? Succede che i convegni che ospitano storici, giornalisti, intellettuali di varia natura e che discutono criticamente dell’andamento delle guerre, nello specifico quella in Ucraina, ma non di meno dell’aggressione israeliana la popolo di Gaza (e di Cisgiordania), quindi ai palestinesi nel loro insieme, vengono cancellati. I loro ospiti liquidati come dei veicoli del putinismo di ultimissima generazione. Accade non solo ad Angelo d’Orsi che è uno dei maggiori studiosi di Antonio Gramsci, un professore di finissima cultura che ha passato una vita ad insegnare negli atenei e che non ha mai smesso di fare ricerca storica e anche di impegnarsi politicamente.

Accade anche ad Alessandro Barbero, divulgatore tra i più brillanti del cammino umano attraverso millenni e secoli. Ma accade a cronisti come Marco Travaglio, così come a chiunque ormai prospetti una narrazione letteralmente altra rispetto a quella consueta su problematiche inerenti tanto l’economia di guerra quanto la guerra stessa, tanto l’Ucraina quanto la Palestina. Si chiama censura e viene messa in campo nel momento in cui viene meno la disponibilità al confronto con le idee, le opinioni e i racconti di chi non sposa le tesi di una maggioranza ma si pone per l’appunto criticamente in una posizione, se vogliamo, di minoranza.

Ma questo, almeno nei casi citati, in linea di massima, per principio più generale che sostanzialmente reale, visto che – lo dicono un po’ tutti gli istituti sondaggistici – la stragrande maggioranza della popolazione italiana avversa l’impostazione bellicista data alla nostra economia, l’aumento delle spese militari secondo gli imperativi categorici della NATO e, non da ultimo, il continuo, acritico appoggio alle politiche israeliane di un governo criminale che pratica un genocidio su cui si è iniziato a ragionare compiutamente dopo che cinquantamila morti a Gaza avevano mostrato l’evidente programmazione di uno sterminio di massa finalizzato all’espulsione di ciò che sarebbe rimasto dei gazawi.

Secondo quanto scritto dal senatore Delrio, proponente un disegno di legge «per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo» insieme ad altri colleghi della minoranza riformista del PD, le affermazioni qui contenute, appena sopra scritte, sarebbero già passibili di una qualche forma di illiceità, addirittura di reato. Nella nozione di “antisemitismo” non si fa più rientrare l’odio verbale, scritto, praticato materialmente contro le persone di fede ebraica; si include nel concetto qualunque critica verso lo Stato di Israele. Dal Nazareno precisano che questa non è la posizione del partito guidato da Elly Schlein. Ma tant’è…

Del Rio utilizza una definizione di antisemitismo che si ritrova pienamente in quella data dall'”International holocaust remembrance alliance” (IHRA): antisemita è chi critica duramente Israele, gli israeliani e l’ideologia sionista che è alla base della nascita dello Stato proclamato da David Ben Gurion il 14 maggio del 1948 in barba alla partizione decisa dalle Nazioni Unite sul territorio palestinese del vecchio Mandato britannico. Perché serve stabilire questa equazione assoluta, quasi dogmatica, tra critica e odio verso gli ebrei? Se io scrivo che il governo di Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir è un governo criminale, sono antisemita?

Legare, vincolare il disprezzo molesto (e criminale) nei confronti del popolo ebraico (inteso come comunità anzitutto unita da una fede monoteista) alla stigmatizzazione delle politiche di uno Stato in cui parte di quel popolo vive, è un’operazione non solo di adulterazione e sofisticazione della realtà, ma soprattutto un modo per impedire che nei confronti di Israele si possa esercitare un diritto di analisi delle condotte, di critica della sua politica, come per qualunque altro organismo politico e statale. Forse criticare il governo Meloni vuol dire odiare gli italiani e volere la loro fine? Forse criticare lo Stato tedesco vuol dire odiare i tedeschi?

Non c’è dubbio che spesso, e anche volentieri, si tenda a banalizzare quelle che sono invece tanto delle sottili quanto delle più marcate ed evidenti differenziazioni tra soggetti sociali, comunità altrettanto tali ed istituzioni rappresentative. Per cui è facile affermare che ad un governo corrisponde simultaneamente l’interezza della sua popolazione: ma dovremmo invece fare uno sforzo per circostanziare le affermazioni, per renderle sempre meno superficiali e operare così nella direzione del maggiore accostamento possibile ad una verità dei fatti che può emergere solo se non ci si affida al pressapochismo semplificazionista di chi vuole intorbidire le acque, rimestare nel torbido.

Se Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir agiscono come dei criminali contro l’umanità – lo sostiene la Corte Penale Internazionale che ha spiccato dei mandati arresto, non ha solo scritto che sono dei “cattivoni” – non lo si può più affermare, pena l’incorrere nell’accusa di antisemitismo formulata da Graziano Delrio? Come si può appellare altrimenti un governo che manda il suo esercito a spianare intere città, bombardando qualunque cosa gli capiti a tiro, facendo dei centri abitati dei cumuli di macerie, sterminando donne, bambini, anziani che sono considerati tutti “terroristi” e che, quindi, meritano solo di morire?

Se noi che condanniamo il genocidio del popolo palestinese, la sua pulizia etnica da parte del governo israeliano, siamo antisemiti, allora vuol dire che i gazawi meritano di morire assassinati perché le azioni di Tel Aviv sono incensurabilmente giuste? Se si scrive che quelli sono veri e propri crimini contro l’umanità, che quella di Gaza non è una guerra – come molti lasciano intendere – ma è una aggressione dichiarata dall’ONU una risposta oltre ogni misura per i fatti del 7 ottobre 2023, si è immediatamente antisemiti? Che cosa c’entra l’antisemitismo con oltre cinquantamila morti e oltre trecentomila feriti gravi nella Striscia di Gaza?

Se Hamas è antisemita, si colpisca Hamas. Ma può un popolo essere definito “terrorista“: possono milioni e milioni di persone essere tutti assimilati all’estremismo fanatico religioso di un movimento che è speculare al fanatismo religioso dei coloni israeliani, della peggiore destra che oggi governa lo Stato ebraico? La definizione di “antisemitismo” data dall’IHRA è stata ampiamente contestata da moltissimi intellettuali, storici e analisti anche ebrei, anche israeliani. La proposta di Delrio è censoria nel momento in cui chiede che all’AgCom si diano funzioni «in materia di prevenzione, segnalazione, rimozione e sanzione dei contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme on line di servizi digitali in lingua italiana» e nel concetto di antisemitismo include anche un articolo come questo.

Chi sta leggendo si rende conto che non vi è in queste righe, e nemmeno in tutti gli altri articoli da me scritti sulla questione israelo-palestinese, nessun odio verso gli ebrei, nessun odio verso gli israeliani, nessuno verso nemmeno lo Stato di Israele in quanto tale (tanto che si ripete da sempre la soluzione dei “Due popoli, due Stati” come unica possibile stabilizzazione di una convivenza), ma, questo sì, una critica senza se e senza ma al governo di Netanyahu. Pari pari a quanto affermano le decisioni della Corte Penale Internazionale, le risoluzioni dell’ONU e le tante indagini svolte sui metodi per indurre i palestinesi ad andarsene da Gaza: uno fra tutti, la carestia indotta, la fame diffusa, la morte per inedia.

Se un disegno di legge di questa natura fosse arrivato dai banchi della destra di governo, non avrebbe stupito più di tanto. Ma stupisce invece che arrivi dal centrosinistra, che sia un parto di un’area che si definisce “riformista” e che, pur essendo la più moderata all’interno del PD, non ha mai cercato uno scontro diretto con la maggioranza, tanto meno sui temi che hanno riguardato la vicenda israelo-palestinese. Oggi si apre questo fronte su un problema che è qualcosa di più di una interpretazione nominale, di una declinazione concettuale di un termine storicamente affidato alla memoria di tutte e tutti per evitare il ripetersi di orrori come quelli perpetrati dalla megalomania criminale dei nazionalsocialisti.

Forse Delrio e colleghi non hanno soppesato la qualità delle loro affermazioni che vorrebbero tradurre in atto legislativo: in un concetto non si può includere tutto, ma si dovrebbe invece andare all’origine dello stesso e attualizzarlo senza snaturarlo. Se l’antisemitismo è una forma di razzismo, un governo come quello di Netanyahu, che è ferocemente antipalestinese, è razzista allo stesso modo di chi è antisemita. Estendere l’antisemitismo ad ogni espressione critica verso lo Stato di Israele è sancire una intoccabilità di un potere, non è dare protezione ad un popolo. Siccome è oggettivo il fatto che non vi è perfetta coincidenza di vedute tra tutti gli israeliani e il governo di Netanyahu, non è possibile neppure affermare che chi critica quel gabinetto di guerra è un anti-israeliano.

Davvero il disegno di legge di Delrio è qualcosa di inaspettatamente allucinante, di incredibile, nel senso che non è proprio credibile nella sua formulazione, nella prospettazione di un antisemitismo diffuso e presente in ogni parola che si può dire e scrivere esplicitando la parziale o totale critica nei confronti di uno Stato che può, a seconda dei governi che pro tempore lo rappresentano e lo guidano, avere un tratto democratico, liberale, illiberale o apertamente autoritario e anche razzista. Il principio che si tenta di far passare è che uno Stato, in quanto tale, è incontestabile perché il potere è legittimo sempre e comunque.

Non è così, perché altrimenti dovremmo annullare ogni distinzione tra democrazie e dittature e affermare che, per il solo fatto di esistere, un’istituzione è scevra dalle opposizioni tanto delle maggioranze quanto delle minoranze che si formano di volta in volta in seno alla società. Sono le opinioni differenti che contribuiscono a movimentare la politica di una nazione: si esprimono nella formazione dei movimenti, dei partiti e non possono essere sempre tutti consonanti. La nostra Costituzione tutela proprio la libertà di espressione in tutte le sue forme. Se però non sappiamo più distinguere tra il razzismo antisemita e l’antisionismo, tra l’odio verso gli ebrei e l’avversione al governo di Netanyahu, allora esiste un problema più ampio ancora, di carattere espressamente culturale.

Ebraismo, sionismo ed israelismo non sono la stessa cosa. Come non lo sono l’essere cristiani, nazionalisti e italiani. Si può essere ebrei ma non sionisti, ebrei ma non israeliani, così come si può essere soltanto israeliani e magari arabi al tempo stesso. Ciò che il disegno di legge Delrio fa è livellare le differenze storiche, politiche e socio-antropologiche riguardanti una comunità religiosa diffusa in tutto il mondo, un movimento culturale e politico nato sul finire dell’Ottocento, uno Stato sorto dopo la immensa tragedia dell’Olocausto e, più complessivamente, della Seconda guerra mondiale. Specchio dei tempi? Può essere. Di sicuro, visto che la proposta è quella di rendere efficiente questa legge nel giro di un semestre, pare ovvio che ad applicarla dovrebbe essere un governo che, salvo improvvise crisi, durerà almeno ancora un anno e mezzo.

Quindi è davvero utile alla causa della chiarificazione delle ragioni oggettive dei conflitti attuali impostare la lotta contro l’antisemitismo su un piano così vasto, così indefinito, così negativamente includente tanto da tradire il diritto della libertà di espressione, di cronaca, di analisi e di critica di chiunque verso Israele, verso i suoi governi, verso i suoi ministri? Distinguersi nell’avversione a ciò che oggi sta facendo Netanyahu insieme alle destre superfanatiche ipercolonialiste contro il popolo palestinese è davvero il miglior modo per non tradire la memoria dell’Olocausto. Saper riconoscere ogni probabile, possibile sterminio di massa già dalle prime avvisaglie, contestualizzando il tutto e riconducendolo alla piccola realtà della Striscia di Gaza, è fare buon uso della memoria.

A tradirla, nel nome di oltre sei milioni di morti fatti dai nazifascisti di tutta Europa e di quelli fatti da Hamas nella strage del 7 ottobre 2023, non siamo noi che avversiamo le azioni del gabinetto di guerra, ma coloro che quelle azioni appoggiano, sostengono e difendono. C’è un solo modo per rimanere fedeli alla consegna dell’imperativo morale che l’immagine di Auschwitz ci rimanda ogni volta alla mente: prendersi cura dei più deboli, degli oppressi, di coloro che subiscono perché deboli e inermi, di coloro che sono schiacciati da un potere che non gestisce, non guida, ma punta solo ad eliminare facendo spazio a sé stesso e strumentalizzando la volontà dei popoli.

Non solo la verità storica va salvaguardata. Anche quella del presente merita lo stesso trattamento.

MARCO SFERINI

6 dicembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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