La servitù tutta italiana, nei secoli dei secoli, propensa a compiacere ora quello ora questo padrone, la si ritrova nella critica che Piero Gobetti fa ad una attitudine dal tratto nazionale che, ben prima del Risorgimento, si è mostrata in forma esplicita di passività e di passivizzazione piuttosto costante nella storia dello Stivale. Questo giovanissimo intellettuale liberale che sa distinguere tra la figura di Mussolini e l’impianto più generale del movimento fascista, rendendolo quasi per definizione “l’autobiografia della nazione“, intuisce la portata di qualcosa di più di un fugace, passeggero disorientamento della politica nazionale nell’immediato primo dopoguerra.
Piero Gobetti fa dell’impostazione culturale avversaria del fascismo uno dei punti di forza di una reazione a quella passivizzazione appena citata: per quanto la storia d’Italia sia improntata alla rassegnazione, spesso utilitaristica, imperniata sul “Franza o Spagna purché se magna“, coglie nelle complessive novità del Ventesimo secolo una possibilità di non cedere ulteriormente alla condizione dell’inevitabilità: mentre Mussolini è il capobanda, il capobastone, il truculento conducator di una masnada di nuovi arrampicatori sociali e politici, il regime che instaura, con la complicità dell’imprenditoria italiana, risulta la risposta moderna alle esigenze proprietarie della classe dirigente.
L’insopportabile condiscendenza di vasti strati popolari è, in parte, compresa nel ricatto anche sociale ma, più di tutto, indotta dall’autoritarismo incedente che trova in una ampia fetta della borghesia quella sponda necessaria per stabilire un equilibrio, un nesso ambivalente tra brama del potere da parte fascista e voglia di conservazione dei privilegi padronali. Di fronte a quello che appare sempre di più un nuovissimo destino assolutamente ineluttabile, Gobetti lancia una sfida: nonostante tutto, non ci si deve arrendere. Più che teorizzare, evidenzia con acume che le crisi istituzionali e quelle economiche hanno una lunga tradizione storica: vengono da lontano e non accennano a diminuire.
Qui Gobetti legge con le lenti della moralità, più ancora che con quelle della mera politica, una mutazione genetica del Paese che sta scivolando verso un modo del tutto differente dai precedenti di impostare il vivere cosiddetto “civile“. Di civiltà e di civismo se ne vede davvero poco nelle squadristiche violente premesse del movimento inventato da Mussolini sulle rovine di una società borghese attaccata su più fronti. Il titolo che Paolo Di Paolo dà al suo lavoro sul giovanissimo intellettuale torinese è, da questo punto di vista, illuminante: «Un mondo nuovo tutti i giorni» (Solferino, 2025), per significare che le fondamenta dialettica dell’esistenza, anche sotto il più duro dei regimi totalitari, non vengono meno.
C’è sempre una possibilità di aprire delle contraddizioni: soprattutto lì dove la durezza pare più coriacea che altrove, dove il potere si fa respingente, oppositore rispetto alle esigenze popolari, al diritto alla critica, alla contestazione e, quindi, riesce abbastanza semplice (nella complessità più generale di una società pretesa come “granitica“, un tutt’uno col partito, con lo Stato che ne è uniformato e con il regime come imprimatur di tutto e su tutto) individuare le angustie di perimetri sempre più ristretti entro cui muoversi ancora un poco, sempre meno, con sempre maggiore difficoltà. Di Paolo pone l’accento esattamente sul lascito gobettiano qui nell’oggi, in cui non sembra che si ripetano, ma si ripetono con una ciclicità impressionante, i tentativi autoritari.

Piero Gobetti
Piuttosto interessante rileggere tanto Gobetti quanto Gramsci interpretando la loro fiducia in una umanità che, per quanto plauda (o sia costretta a farlo) le dittature che emergono dalle concatenazioni di eventi critici postbellici, non perde il suo senso critico quasi junghianamente collettivo: si rende conto di andare incontro a qualche disastro, anche se non imminente, e lo fa cercando di barcamenarsi tra la passività cui è sottoposta da un lato e l’istintiva coscienza attiva dall’altro. Il fascismo “normalizza” la nazione, condiscende, lusinga, intimidisce, picchia con ferocia, fa bere litri e litri di olio di ricino, bastona, incendia e tenta la via della demoralizzazione.
Gobetti non fa assolutamente l’eroe, ma suo malgrado si trova quasi costretto a rispondere alla più genuina forza pacifica della sua interiorità, non evitando la chiamata ad una resistenza intellettuale che è per il regime di Mussolini una vera spina nel fianco. Non che le lotte sociali non siano importanti, ma ciò che si dice non lo è – a dire il vero – nemmeno. Così il duce del fascismo ordina la prefetto di Torino di rendere la vita impossibile al giovane liberale che, nonostante tutto (ci si ricordi sempre di questa congiunzione concessiva), scrive, riscrive, elabora e rielabora: fonda giornali, riviste, case editrici e manda splendide lettere di lotta e di “disperato amore“ (per riprendere il titolo dato a quelle di Rosa Luxemburg al suo Leo Jogiches) alla sua Ada.
La straordinaria attualità di Piero Gobetti, visto il mutare dei tempi e il loro riproporsi comunque sempre molto simili, in particolar modo nelle tragedie che seguono le violente crisi economiche e sociali, la si riscontra quindi anche prima di coglierne il grande lascito intellettuale: qui non siamo di fronte al pensatore marxista, ad un Gramsci ad esempio, che osserva il fascismo in tutta la sua portata storica di “sovversivismo delle classi dirigenti“, bensì ci troviamo davanti ad un lucido interprete di un mondo che si vorrebbe regolato da rapporti economici non da capovolgere ma da condividere con gli esperimenti democratici. Pare quasi più una utopia questa di una rivoluzione comunista tanto ieri e, manco a dirlo, soprattutto oggi (per quanto le contraddizioni si siano fortemente acuite…).
Gobetti, proprio mentre la lotta contro il regime autoritario mussoliniano diviene sempre più difficile, perché il fascismo occupa ogni momento della vita quotidiana delle persone e ne limita pesantemente i margini di autonomia, di elaborazione tanto intellettuale quanto materiale, insiste sul fatto che non vi è utilità nel tentativo di separare la cultura politica dalla lotta politica e, più in generale, proprio la cultura dalla politica. Qui Di Paolo, ma non solo lui ovviamente, riprende il concetto di una rivoluzione fascista come di un fenomeno prettamente anti-culturale, perché nega anzitempo tutte quelle che sono le elementari necessità dialettiche del confronto anche fra opposti e si impedisce (oltre che impedire) una crescita in questo senso.
Il fascismo è immobilismo cerebrale, è stagnazione mentale su un solo assunto: quello del capo che “ha sempre ragione“, che non sbaglia mai perché altrimenti, se commettesse un errore, questo si ripercuoterebbe a cascata sull’intera nazione e questa stessa sarebbe un errore alla massima potenza. Ciò è non solo impossibile – visto che il fascismo è giustezza sopra ogni cosa – ma diviene anche impensabile: entro la dittatura totalitaria non è consentito ritenere nulla. Bisogna solo accettare e condividere. Più che comprensibile, quindi, che Gobetti sottolinei il “nonostante” come congiunzione necessaria per non perdere qualcosa di più della semplice speranza che si affida differitamente ad un immediatissimo futuro e non al presente.

Piero Gobetti e sua moglie Ada Prospero
Il rischio è di smarrire completamente l’identità critica propria, l’essere (oltre al pensarsi) altro rispetto all’uniformità crescente imposta ieri dal fascismo tout court e oggi da numerosi altri esempi di autoritarismo in chiave ipermoderna, ma non di meno pericolosi per i tentativi di mantenere vive le eredità democratiche novecentesche. La “rivoluzione liberale” di Gobetti è, quindi, anzitutto una rivoluzione che si staglia contro l’addomesticamento dell’Italia alla persuasione della passività, della ricettività sola ed esclusiva dall’alto verso il basso, senza altra possibilità di elaborazione dei messaggi di una politica che, nell’essere anti-culturale, produce una sua contro-cultura specifica fondata su un qualunquismo che nega ante litteram le peculiarità assolutamente critiche di ogni vera cultura.
Quella fascista è una posizione di rendita che campa su quella “immaturità” di popolo che Piero Gobetti non attribuisce esclusivamente all’italianità in quanto tale, quasi fosse atavicamente propensa ad esserlo: vi è un tratto piuttosto comune in molti paesi, in molte nazioni che si evidenzia quando le criticità sociali producono una instabilità manifesta e i primi profittatori di turno sono quelli che voglio il potere, lo desiderano per farsi i propri esclusivi affari e celarsi proprio sotto i manti (e i pelosi vanti) di un patriottismo a tutto tondo. Ne sappiamo qualcosa proprio noi oggi: nell’Italia di Giorgia Meloni vige la saldatura tra destra neoconservatrice e imprenditoria altrettanto tale. Vige uno stato di economia di guerra che sovvenziona i più bassi istinti e le più ciniche realtà del mondo della produzione e del profitto.
Gobetti denuncia una pervasiva stanchezza morale, dunque anche intellettiva (prima ancora che intellettuale), nel reagire, nel non adagiarsi in un apparentemente comodo lasciarsi andare al corso degli eventi. Così si diviene solamente spettatori di un declino progressivo, si finisce con l’essere non più cittadini ma sudditi di qualcosa di più enorme e imponente rispetto alla sempliciotta, quasi fiabesca eredità monarchica post-ottocentesca. Proprio questo è il germe del fascismo: una sinuosa, seducente zona di conforto in cui ci si pone nel momento in cui il disagio diffuso induce ad occuparsi sempre meno dei “problemi” legati alla complessità dell’esercizio democratico e si eleva la delega oltre ogni potenza immaginabile. Fino a rendersi conto, quando è troppo tardi, di non avere più quella facoltà.
Una lettura, quella del libro di Paolo Di Paolo, che fa riscoprire Piero Gobetti in tutto e per tutto, senza paletti ideologici, priva di qualunque intento agiografico, in una descrizione dei tempi e dei modi dell’azione dell’intellettuale antifascista torinese che permettono un accostamento tanto al periodo in cui visse, quanto a lui come persona, come giovane che non conobbe mai l’età più adulta, l’evoluzione e la crisi finale del fascismo che, spietatamente, lo uccise.
UN MONDO NUOVO TUTTI I GIORNI
PIERO GOBETTI, UNA VITA AL PRESENTE
PAOLO DI PAOLO
SOLFERINO EDIZIONI
€ 16,50
MARCO SFERINI
7 gennaio 2026
foto: particolare della copertina del libro
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