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Marco Sferini

Un governo di criminali smascherato dalla Flotilla

«Un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele». Per la prima volta il Presidente della Repubblica si esprime con un tono che travalica la sua compostezza istituzionale. Di fronte all’umiliazione morale e alla violenza fisica nei confronti delle attiviste e degli attivisti della Global Sumud Flotilla, sequestrati nelle acque internazionali davanti a Cipro, condotti nel porto di Ashod e rinchiusi, costretti ad inginocchiarsi con le mani legate con delle fascette di plastica, derisi e insultati dal ministro per la sicurezza interna del governo di Netanyahu, Itamar Ben-Gvir, anche il Quirinale ha perduto il proverbiale aplomb che lo contraddistingue.

La Flotilla, checché se ne dica, ha, tra gli altri, avuto il pregio di costringere tantissime persone, tante istituzioni e governi a fare i conti con la crudissima realtà della finzione democratica di uno Stato di Israele governato da una vera e propria cricca criminale, autrice di un genocidio nei confronti del popolo palestinese che, ad oggi, ha fatto quasi ottantamila morti a Gaza, ferito gravemente più del doppio di questa cifra di assassinati e causato – come riportato dalle agenzie delle Nazioni Unite – una vera e propria carestia nella Striscia oltre allo sviluppo consapevole di una condizione precaria sotto il punto di vista sanitario.

Fino a poco tempo fa, quando Israele sequestrava le navi della prima spedizione verso Gaza, il governo di Giorgia Meloni biasimava i pacifisti che portavano medicine e viveri alla popolazione palestinese. Oggi, in questa seconda traversata finita tra le grinfie di Israele in parte nelle acque internazionali davanti a Creta e poi di fronte a Cipro, il livello della violenza e dell’umiliazione si è alzato soltanto perché è stato mostrato al mondo per quello che realmente è: non la rivalsa cieca di pochi militari considerabili come delle “mele marce“, ma un comportamento ispirato direttamente dal governo di Tel Aviv. Il disconoscimento da parte di Netanyahu nei confronti di Ben-Gvir è addirittura patetico.

Un primo ministro che sta perseguendo il disegno imperialista di un moderno sionismo che punta alla Grande Israele ha veramente dei valori umani da difendere? Pensa di potersi accreditare più buono rispetto al suo ministro della sicurezza interna soltanto perché lui appare più cattivo nell’essere truculentemente irruente, aggressivo verbalmente e, esattamente come i nazisti di più di ottanta anni fa, capace di deridere la sofferenza umana inflitta dai suoi sgherri? Tutto ciò è letteralmente incredibile: un capo di governo inseguito da un mandato di cattura internazionale proprio per crimini di guerra e contro l’umanità avrebbe degli scrupoli per pochi militanti pacifisti ridotti al silenzio, piegati su sé stessi come dei rami di alberi pronti per essere spezzati?

Netanyahu tenta di mostrare una credibilità che non ha mai avuto. La spietata aggressione contro Gaza ne è la ormai storica rappresentazione: sfuggire alla giustizia è la sua missione. Tanto quella dello Stato ebraico quanto quella della Corte Penale Internazionale. Anche a questo serve la criminale missione di annientamento che si è dato, da convinto ipernazionalista, al pari dei ministri che lo sostengono nella maggioranza alla Knesset: per l’appunto il famigerato Ben-Gvir e l’altro fanatico colono Bezalel Smotrich. La risposta della nostra Presidenza della Repubblica è stata diretta, senza mezzi termini. Quella del governo italiano è ondivaga, contraddittoria nel dire e nel fare: da un lato Meloni afferma che è «inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona».

Dall’altro lato a Bruxelles, mentre si vota per per approvare un emendamento ad un dispositivo che richiede l’embargo delle armi europee nei confronti di Israele, anche i rappresentanti della destra italiana si esprimono, come i gruppi cui appartengono, contro. Quindi davanti alle telecamere ad ai microni si propaganda il biasimo verso Ben-Gvir e si afferma (Tajani dixit) che la linea rossa è stata superata. Nelle aule parlamentari invece si continua a sostenere la politica dell’armare il governo criminale di Netanyahu. Ma, comunque, la Flotilla ottiene uno dei suoi scopi: impedire che su Gaza e sulle efferatezze omicide di Israele cali il silenzio. Il punto, infatti, è tutto politico: il primo ministro del gabinetto di guerra teme queste azioni dei pacifisti perché lo costringono a fare i conti con la reazione peggiore dell’ala sionistissima del suo esecutivo.

Che cos’è dunque la Flotilla? È quella rappresentanza del diritto internazionale, che comprende i diritti umani, che oggi nessuno riesce ad interpretare fattivamente, a concretizzare nella pratica: quelle barche che veleggiano verso Gaza sono la buona coscienza di una umanità che impedisce ai governi di voltarsi dall’altra parte perché tanta è l’oggettiva manifestazione della crudeltà cui la finta democrazia israeliana è non solo abituata, ma ormai rappresentatrice e tutto spiano. Il piano di destabilizzazione del Medio Oriente, per riorganizzarlo attorno al fulcro israeliano, è ormai un dato di fatto difficilmente confutabile: Libano, Territorio palestinese occupato, Siria, Yemen e Iran. Sono tutti fronti aperti. Ma i conti sbagliati, per lo meno fino ad oggi, sono stati quelli fatti nei confronti della vecchia Persia.

Netanyahu ha costretto Trump a seguirlo nell’avventura bellica? Lo sta ricattando in qualche modo? C’è chi ritiene che sia così. Altrimenti la spiegazione più semplice (che occamianamente conviene ma non sempre è quella giusta) è la condivisione di interessi prettamente materiali; il che non sarebbe certamente una novità nella lunga storia di strettissima amicizia e collaborazione imperialista tra Stati Uniti d’America e Israele che travalica l’ultima deleteria stagione trumpiana. Il livello infimo di cui Sergio Mattarella parla, riguardo il comportamento di Ben-Gvir, è estendibile a tutto il governo dello Stato ebraico: i generali che rispondo a Netanyahu sono relativamente critici sull’andamento pluriconflittuale. Alcuni addirittura si son espressi favorevolmente anche sull’affamamento dei palestinesi come metodo di eliminazione genocidiaria.

Cosa ha da invidiare questo Israele guidato dai fanatici religiosi all’Iran degli ayatollah? Il fatto che abbia una pluralità di forze politiche nel suo parlamento? Il fatto che possa avere ancora l’ardire di declamarsi come democrazia mediorientale, unica nel contesto di ieri e di oggi? Il fatto che la sua storia origini da un olocausto e che, quindi, gli consenta, tradendo proprio le ragioni di resistenza e di opposizione a quello sterminio di massa compiuto dai nazisti e dai fascisti, di agire indiscriminatamente per la propria “difesa” in spregio al diritto che dovrebbe essere rispettato da tutte le nazioni del mondo? Per capire la storia di Israele non si dovrebbe mai dimenticare che, mentre un po’ ovunque sul pianeta la colonizzazione europea e occidentale andava scemando, e i popoli acquisivano, a fronte di sanguinose lotte, il diritto all’autodeterminazione, per i palestinesi era esattamente il contrario.

Mentre gli Stati africani ed anche quelli mediorientali divenivano indipendenti, il neonato Israele infrangeva le risoluzioni dell’ONU sul diritto di cisgiordani e gazawi di potersi strutturare come nazione, come popolo organizzato sulla propria terra. Dopo i fatti del 7 ottobre 2023, dopo il clamoroso attentato terroristico di Hamas che ha causato la morte di oltre milleduecento cittadini israeliani, per qualche istante – come ha scritto con acutezza Marco Travaglio – lo Stato ebraico era sembrato passare di diritto dalla parte della ragione. Una parte in cui raramente era stato o era potuto essere considerato. Poi quei fatti sono, nel giro di pochissimo tempo, divenuti il pretesto per la messa in opera dell’operazione finale contro il popolo palestinese.

La convergenza tra ragion di Stato, sogno nazionalista, bisogno espansionista e imperialista e affari privati dei vari esponenti del governo sionista ha posto in essere un cambio repentino di rotta nei piani peraltro già stabiliti. Si doveva approfittare dell’occasione per dire al mondo: vedete cosa ci hanno fatto, vedrete cosa faremo ora noi a loro. Il cinico balletto mortifero delle cifre parla da solo. Quale rappresaglia può vedere da una parte milleduecento morti e dall’altra settantamila ed oltre duecentomila feriti, centinaia di migliaia di profughi, città completamente rase al suolo, carestie ed epidemie indotte per aumentare il conteggio genocidiario? Non si è mai trattato nemmeno di vendetta, o per lo meno non solo, per i fatti criminali del 7 ottobre. Si è sempre e soltanto trattato di instaurare un solo Stato in Palestina: quello di Israele.

Ecco perché l’azione della Flotilla è molto più che importante. Risulta necessaria. Altrimenti dei crimini israeliani contro Gaza non si parlerebbe più, così come la causa palestinese finirebbe per essere considerata un accidente della Storia e relegata ad una risoluzione affaristica da resort di lusso, così come è nelle intenzioni di Donald Trump (e non solo di lui). Quei quattrocento attivisti per la pace e per la solidarietà tra i popoli sono oggi la punta avanzata di una critica mondiale verso Israele che, infatti, sente questo peso e tenta di smarcarsi dall’immagine che Ben-Gvir ha prodotto. Ma il ministro della sicurezza nazionale è solo uno dei tanti fanatici sostenitori di un regime (è opportuno e giusto definirlo in quanto tale) che tiene in ostaggio due popoli: quello proprio e quello palestinese.

Gli israeliani, sia di religione ebraica, di altro culto o laici, devono rendersi conto che questa fase della loro storia nazionale sarà un giorno ricordata come una delle peggiori mai vissute e fatte vivere alla regione mediorientale. Uno stigma che rimarrà nella narrazione dei molti genocidi che lordano di sangue il cammino umano. Mettere fine a questo orrore vuol dire aprire le contraddizioni più evidenti di un impianto autoritario che, oggi, determina gran parte delle sorti del pianeta. La risposta di destra ai problemi nazionali di un popolo è quasi sempre una risposta aggressiva, securitaria, opprimente per le minoranze e, quindi, di stampo autoritario. La risposta dell’altro mondo possibile è l’esatto contrario.

È facile deridere la Flotilla e bollarla come una carovana del mare fatta solo di candidi sognatori. Ma, intanto, questi sognatori stanno costringendo i governi europei e persino quello americano a cambiare, seppure tra mille ipocrisie, la disposizione tenuta fino ad oggi nei confronti, se non dell’esecutivo di Netanyahu, di una sua parte. Che siano capaci di un po’ di vergogna? Sarebbe già un timido, modesto passo in avanti. Anche se non è concesso farsi troppe illusioni in merito. Sarebbe significativo se il prossimo Premio Nobel per la pace se andasse proprio a questi equipaggi che rappresentano la fratellanza tra i popoli. Stanno facendo molto di più loro di tante cancellerie e, purtroppo, anche della Nazioni Unite, umiliate da Washington e da Tel Aviv in tante, troppe occasioni.

In questo senso la Global Sumud Flotilla è, oggi, un qualcosa di assolutamente rivoluzionario: per ciò che rappresenta ma anche per ciò che rischia nella realtà. Le scene che abbiamo potuto vedere lo dimostrano inequivocabilmente. Uno, dieci, mille viaggi verso Gaza… Ed un abbraccio a chi ha tentato e tenterà ancora di rompere l’assedio su quell’ombelico del mondo che è sempre più nero e profondo…

MARCO SFERINI

21 maggio 2026

foto: elaborazione propria

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