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Marco Sferini

Un fronte progressista ampio per il disarmo, per la giustizia sociale

La necessità urgente di creare un fronte progressista molto ampio, più che largo come campo in cui accogliere tutte le forze antifasciste e democratiche di questa Italia scivolata nel più becero dei populismi neosovranisti, non può prescindere, se vuole essere una costruzione seria e non un raffazzonato aggregato alla stregua di una somma improvvisata per andare contro le destre, da un’altra idea di Paese, da un’altra idea di Nazione, da una idea profondamente diversa di socialità, di individualità, di collettività, di beni comuni e, quindi, di una economia nel suo complesso che non possa non prendere necessariamente tutte le distanze possibili da qualunque concetto di guerra.

Se esiste una urgenza in questo frangente è ristabilire il principio costituzionale della pace come pilastro della generazione di una serie di virtuosismi che riguardino tanto l’equilibrio tra i poteri e, dunque, il ristabilimento dei rispettivi settori di intervento per governo, parlamento e magistratura, quanto il rapporto con i cittadini che è andato via via logorandosi negli ultimi decenni. Come si può ottenere questo recupero di fiducia? La risposta sembrerebbe semplice: mettendo letteralmente in pratica quelle urgentissime misure sociali che preservino da tutti gli interventi delle politiche liberiste che hanno minato i salari, le pensioni, la scuola e la sanità pubbliche, la preservazione dei territori, dell’ambiente e anche l’ambito culturale.

L’Italia del dopo-Meloni va non solo immaginata oggi, ma costruita con una ripresa del confronto, con una disponibilità a stare davvero tra i bisogni delle persone, percependoli concretamente, vivendone le tribolazioni: sapendo che il carrello della spesa è insopportabile in quanto a costi e che tutto il resto, dalle cure sanitarie ai minimi bisogni essenziali per far studiare i figli, per gestire la loro infanzia e la loro adolescenza, è oggi serrato in una prigionia privatizzatrice che consente a chi ha i soldi di proseguire nel cammino esistenziale sufficientemente garantito e, invece, a chi non li ha offre le alternative di un ricollocamento in zone d’ombra tanto precarie quanto sempre più afferenti alla malavita, al disagio esteso, alla compromissione dei propri diritti e al loro mercimonio per, davvero, un tozzo di pane.

In una società così tanto atomizzata, dove l’individualismo spadroneggia con la prepotenza di un ras, la decomposizione della democrazia è ancora più facilmente ottenibile tramite una ridefinizione dei ruoli istituzionali, con controriforme che colpiscono, come nel caso del referendum del 22 e 23 marzo, l’equidistanza dei poteri di uno Stato che si è preservato da torsioni a-democratiche già in passato quando è stata platealmente messa in discussione la genuinità della Costituzione della Repubblica, il ruolo delle Camere, l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri. Il fronte progressista non può, in questo caso, farsi trascinare sulla spiegazione meramente tecnica della “riforma” Nordio.

Deve essere capace di svelare il trucco, mettendo i cittadini davanti al fatto che questa destra sovverte l’impianto democratico col precisissimo scopo di mantenere un potere con artifici che esulano le norme condivise e che trasformano il parlamentarismo in un qualcosa di unico al mondo dal punto di vista del diritto costituzionale: governo e presidenza della repubblica simbiotizzati con la madre di tutte le controriforme chiamata “premierato“. Il passo successivo a quello dell’attuale attacco alla magistratura se, disgraziatamente, dovesse prevalere il SÌ. La scadenza naturale della legislatura deve trovare il campo progressista nella sua formulazione più ampia, il più compatto possibile, riunito attorno ad un programma essenziale.

In questo programma non può, come si accennava all’inizio di queste righe, non esservi la pace come presupposto della riconversione economica in aperto contrasto con la tendenza euro-atlantica a corrodere le residualità di stato-sociale che ancora resistono molto pietosamente alla furia devastatrice del neoliberismo. Per questo se campo ha da essere larghissimo, e se il PD, i Cinquestelle e AVS intendono renderlo ancora più partecipato per prevalere sulle destre estreme che ci governano oggi e che smantellano l’essenza democratica e antifascista della Repubblica, un primo presupposto è recuperare i valori senza compromessi con i poteri. Le compatibilità tra politica di governo e istituzioni europee non sono monoliti inaccessibili, incontestabili e immarcescibili. Se l’Europa va nella direzione del riarmo, l’Italia può andare nell’esatta direzione opposta e proporre una alternativa alla mattanza.

Un governo progressista che avesse questo coraggio, potrebbe rimettere mano a tutta una serie di misure economiche che oggi sono volutamente distratte dall’ambito sociale e collocate nel settore del rifornimento di armi a tutto spiano, nell’implementazione degli organici, nell’aumento della produzione bellica e, quindi, nella conversione anche delle industrie da settori civili a settori militari. Senza una convinta critica al riarmo, senza l’abbandono dell’ossequio all’atlantismo e al consolidamento dell’asse Roma-Berlino (sia detto senza riferimento al tremendo passato che non passa mai…), quindi del portamento offensivo (in tutti i sensi) di Meloni e di Merz, non è pensabile un campo progressista capace di invertire la rotta attuale e, quindi, di realizzare quelle riforme capaci di riportare il mondo del lavoro, con tutte le sue attuali sfaccettature negativissime, al centro dell’agire di un governo realmente alternativo.

I presupposti perché la sinistra di alternativa faccia parte di un progetto di alternativa sono questi e non solo. Ma principalmente devono prendere l’avvio da una piattaforma in cui pace, disarmo e giustizia sociale si leghino senza troppi giri di parole. Gli ultimi atti parlamentari in questo senso non lasciano ben sperare: non solo il PD, ma soprattutto lui, come forza politica trainante delle opposizioni, si assume ogni volta una responsabilità non da poco nel tradire il presupposto citato. A parole magnifica la pace, si dice contro ogni guerra e poi al momento del voto nelle Camere asseconda le peggiori pulsioni riarmiste esibite dal governo come atto di sommissima fedeltà al viatico imperialista di nuovo modello tracciato tanto da Washington quanto da Bruxelles.

In questo modo è difficile poter essere credibili agli occhi dell’elettorato. Se un giorno prima tuoni contro i conflitti e il giorno dopo finanzi ancora l’invio di armi in Ucraina presupponendo con una certa oggettività che quella sia davvero una guerra per la libertà di Kiev e di quella dei popoli europei, allora o neghi l’evidenza dello scontro tra i due poli contrapposti (ad est quello putiniano, ad ovest quello euro-atlantico) o sei in aperta malafede e ti barcameni tra asserzioni quasi favolistiche, da vendere come migliore propaganda possibile, e una politica nei fatti che cede ancora una volta alle compatibilità di sistema già citate. Deve poter trovare spazio, nell’opera di ricomposizione di tutte le opposizioni a questo governo, una idea di condivisione delle scelte davvero democratica: in un luogo rigenerativo della politica in cui il contributo di tutti sia l’effettivo sentimento delle parti in causa.

Parti che fanno ovvio riferimento a settori sociali e che, per quanto grandi possano essere, rappresentano pur sempre una parzialità; per quanto piccole possano essere, rappresentano pur sempre un’altra parzialità. Insieme è possibile avere una visione più ampia e meno rarefatta di una percezione collettiva che oggi chiede: la fine dell’economia di guerra che ha aumentato il costo della vita a livelli insostenibili; la ripresa di una economia sociale che ponga il pubblico come cuore cuore dell’azione di un governo in netta discontinuità con l’attuale che, invece, si rivolge esclusivamente alla tutela dei privilegi e al privato. Sgomberare il campo dalle ambiguità, date dalle molteplici aree di pensiero e di collocazione politica presenti nei partiti più grandi, non è certamente un gioco da ragazze e da ragazzi.

Ma il tentativo va fatto. Perché questa volta l’alternativa che si richiede alle destre che siedono a Palazzo Chigi va dimostrata sul campo della concreta applicazione di nuove norme che mostrino alla popolazione, al mondo del lavoro, del volontariato, della scuola, della sanità, a quello della disperata indigenza che avanza, un testa coda repentino rispetto ai tre anni appena trascorsi di governo Meloni: un governo che ha inasprito i legami con i settori del liberismo tanto continentale quanto con il pericolosissimo populismo sovranista trumpiano. Se non si saprà cogliere questa peculiare necessità, si regalerà alle destre un potere ancora maggiore di sovvertimento della Costituzione, di trasformazione della Repubblica in altro da sé stessa.

Diversamente da chi pone pregiudiziali inaccessibili, prevenzioni autoreferenziali ed isolazioniste, la sinistra di alternativa che evita il campismo e il frazionamento nel nome dell’unità, il molteplice nel nome dell’unicità, lontani quindi da qualunque tribolazione settaristica, possiamo pensare ad un dialogo tra sinistra moderata e sinistra di alternativa capace di dare seguito ad un progetto di cambiamento radicale dell’Italia dal 2027 in avanti. I contesti internazionali renderanno questo compito davvero molto difficile: le resistenze dei poteri economici saranno tante e anche violente. La destra sarà pronta a farsi carico di questa tensione assolutamente di classe, promettendo ancora più securitarismo, ancora più repressione, ancora più dirigismo verticista e governativo nel nome della “stabilità nazionale“.

Ecco, a questa impostazione protuberantemente prepotente, andrà contrapposta non la promessa del cambiamento, ma la dimostrazione, partendo da oggi con un impegno massivo nella vittoria del NO nella competizione referendaria, che l’alternativa è davvero concretizzabile se si mettono al centro di tutto i bisogni sociali, i diritti civili e quelli umani. Non scindere mai più diritto da diritto, ma unirli tutti quanti in un unico paniere di rivendicazioni davvero condivise: cominciando dal disarmo, dalla pace, dal rifiuto della guerra per gli interessi imperialisti tanto dell’est quanto dell’ovest. Se, pur nell’ipocrisia ricorrente che si accompagna quasi sempre a tanta parte della politica (e non solo italiana), si saprà calcare il viatico di questa direzione, forse una possibilità di archiviare la stagione meloniana sarà reale e realizzabile.

MARCO SFERINI

14 febbraio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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