Marco Sferini
Un compleanno da dimenticare: Trump e la disfatta in Iran
Una delle prime constatazioni che si possono fare riguardo la bozza di accordo tra Stati Uniti d’America e Iran riguardo il termine del conflitto in corso è che riconosce, seppur non implicitamente, che la guerra è stata persa dalla grande Repubblica stellata e vinta invece – almeno su questo fronte – dalla Repubblica islamica. Diverso il piano inclinato libanese, in cui Israele sta facendo precipitare il Paese dei cedri nel caos più totale: Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir hanno garantito che lì le armi non taceranno, che le bombe continueranno a piovere sulle teste dalla popolazione civile per far indietreggiare sempre di più Hezbollah e garantire quindi la sicurezza di Israele.
Tra le due guerre, entrambe scatenate da Israele e quella contro l’Iran con il supporto trumpiano, vi è un tratto comune che riguarda l’attitudine politica da un lato del gabinetto di guerra dello Stato ebraico e dall’altro lato della Casa Bianca. Ci si riferisce al fatto che, ogni volta che si vuole trovare un pretesto per far funzionare la macchina dell’imperialismo e dell’assimilazione di nuovi territori che, naturalmente, vogliono dire anche la conquista di nuove risorse importanti per il controllo geo-politico-economico e militare dell’area regionale, si prende a pretesto la minaccia terroristica o nucleare. Hezbollah era stato dichiarato decapitato nei suoi vertici e depotenziato militarmente già mesi e mesi fa.
Ora scopriamo, invece, che è ancora in piena attività e capace di essere una minaccia per il nord di Israele. Questo nonostante la penetrazione delle forze armate di Tel Aviv fin dove non si erano spinte da decenni e decenni: oltre il fiume Litani che era divenuto un po’ la linea di demarcazione tra il conflitto storico e quello invece rinverdito oggi con nuove, pensate mire espansionistiche. Stesso discorso vale per l’Iran e per l’arricchimento dell’uranio al fine di ottenere l’arma atomica. Se il possesso della bomba (o delle tecnologie sviluppate per poterla creare) fosse una minaccia costante per gli Stati limitrofi o per il mondo (come in effetti dovrebbe essere…), allora avrebbe anche ragione l’Iran a difendersi preventivamente al pari di Israele e verso Israele stesso.
Perché dell’area mediorientale, lo Stato ebraico è l’unico ad avere armi nucleari (si calcolano circa novanta testate atomiche) e quindi la potenziale capacitò di colpire i suoi nemici in modo davvero irrimediabilmente deflagrante. Fondare un principio di verità sulle dichiarazioni di Netanyahu come, peraltro, su quelle di Trump è fare torto alla propria ed all’altrui anche pur minima intelligenza. Dovremmo davvero trattare tutto questo per quello che è: una recita, anche molto malamente recitata, per vendere all’opinione pubblica la favoletta della minaccia per la regione mediorientale rappresentata dall’Iran e dai suoi alleati storici e anche più attuali (come gli Houthi yemeniti).
Se la sconfitta di Trump è cristallinamente lapalissiana, non c’è però dubbio su un altro fatto: ossia che il conflitto ha ottenuto lo scopo di trasfigurare non di poco la rigidissima immagine che il regime di Teheran si era dato nel corso dei decenni e, soprattutto per l’accelerazione impressa dagli omicidi mirati compiuti dagli attacchi israeliani, decostruirne quella piramide di potere che aveva negli ayatollah i comandanti primi (anche costituzionalmente previsti come tali) e nei pasdaran gli esecutori feroci di una politica oppressiva, repressiva nei confronti degli oppositori e delle minoranze curde, azere, beluce, arabe e non meno criminale di quella esercitata dal governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese.
Il volto della Repubblica islamica sta radicalmente cambiando: la morte di Alì Khamenei e del presidente del parlamento Ali Larijani ha obiettivamente fatto saltare un verticismo che era affidato al clero definito fino ad allora “combattente” e ha aperto la strada per il controllo dello Stato da parte delle fazioni più rigidamente conservatrici dei pasdaran. In questo contesto, la cosiddetta “prima generazione“, quella direttamente espressione del khomeninismo, sta gradualmente lasciando il comando delle istituzioni pur mantenendo formalmente la guida della Repubblica. L’interesse trumpiano qui stava proprio nella creazione di un livello di destabilizzazione tale da consentire il cambio di regime e, sulla scorta di quanto fatto avvenire in Venezuela, mettere un proconsole americano a capo di un Iran ridotto a colonia a stelle e strisce.
Anche in questo frangente, Trump perde una ennesima partita, dopo non aver vinto quella in Ucraina e aver per ora accantonato quella di Gaza. Netanyahu vince sul fronte palestinese, dove il genocidio rimane pratica di ormai lungo corso, ma è costretto a prendere atto del fatto che una combinazione di fattori sfavorevoli (elezioni di medio termine e calo della popolarità del presidente proprio a causa dell’impegno in quel dello Stretto di Hormuz) costringe gli Stati Uniti a dire basta con la guerra nel Golfo. Nemesi storica o meno che sia, le conseguenze dello scontro armato da Tel Aviv e Washington pongono il regime iraniano di fronte alla urgentissima necessità di un rinnovamento interno che, di per sé, non significa affatto moderazione, riconsiderazione dei princìpi su cui si fonda la Repubblica. Tutt’altro.
Il passaggio dal khomeinismo al khameinismo aveva, a suo tempo e anche molti decenni a seguire, rappresentato un cambiamento nell’ottica di un consolidamento rivoluzionario che passasse ad una strutturazione pragmatica dei nuovi apparati dello Stato sorto dalle ceneri del moderno impero persiano della dianastia Pahlavi. Certamente Alì Khamenei era stato uno dei più ascoltati consiglieri della prima Guida Suprema e l’apicalità raggiunta con l’assunzione della carica di Presidente della Repubblica (tra il 1981 e il 1985) ne aveva in pratica determinato una quasi oggettiva e imprescindibile considerazione da parte dell’Assemblea degli Esperti al momento di nominare il successore del padre della rivoluzione islamica Ruḥollāh Khomeini.
Questa cosiddetta “Terza guerra del Golfo” si inserisce dunque in una complessiva storicizzazione dell’evoluzione (o dell’involuzione…) dei contrasti interni al regime iraniano e, in una più generalmente palpabile ridefinizione dei valori rivoluzionari su cui si era impostata la nascita della Repubblica islamica (assolutamente conservatrice se si adotta il punto di vista del progressismo tanto sul terreno della giustizia sociale quanto su quello dei diritti civili ed umani) in perenne lotta, nella ricerca di un equilibrio stabile tanto interno quanto esterno, tra fazioni pragmatiche del clero, della politica e dei pasdaran e fazioni cosiddette “moderate” e “riformiste“. L’accentuarsi dei contrasti tra l’emisfero considerato da Trump come quello “nostro“, ossia di proprietà degli Stati Uniti d’America e di un ormai sempre più slegato e generico concetto di “Occidente“, e l’altra parte del mondo, ha disequilibrato la lotta tra le fazioni iraniane.
Forse, anche più della guerra stessa, ha prodotto una popolarità inaspettata per quelle che sono state le marginalità di un tempo nell’agone dei centri decisionali dello Stato iraniano: i più conservatori di tutti, i “paydari“, nati nel 2001 su impulso del tradizionalismo espresso dall’ayatollah Taqi Mesbah Yazdi, si sono imposti come ala dura del regime, quella che ha respinto qualunque ipotesi di compromesso con Washington, imponendo al tempo stesso sul fronte della politica interna un rigido cerimoniale di corte e una interpretazione superdogmatica dei princìpi religiosi, della legge islamica, del teocraticismo più esasperato ed esasperante. I governi riformisti che si sono alternati alla guida della Repubblica iraniana hanno dovuto fare i conti con questa ascesa dell’intrasigentismo e, nel corso di qualche inciampo elettorale, sono stati sostituiti da presidenti come Mahmud Ahmadinejad.
Non sono mancate nemmeno le frazioni nelle fazioni conservatrici e punti di teologizzazione vera e propria di una politica che, in fin dei conti, altro non sono risultati se non pretesti per cercare di scalzare dal potere l’avversario di turno accusandolo di “devianza“, una sorta di eresia mediorientalmente intesa. Via via che ci si avvicina alla Terza guerra del Golfo, risulta sempre più evidente la mutazione del potere iraniano e la sua trasformazione dal pragmatismo delle origini ed un conservatorismo militare in cui ecco che i pasdaran diventano i nuovi protagonisti: i nuovi, per così dire, custodi dell’identità nazionale fondata sul binomio tra clero ed esercito, tra il potere verticale e uno più orizzontale che tende e sovrastare il primo o, quanto meno, a costringerlo ad una condivisione delle responsabilità.
La guerra portata avanti da Netanyahu e Trump non ha impresso una svolta popolare, non ha destrutturato l’impianto complessivo del potere del regime degli ayatollah e dei pasdaran. Caso mai ha inasprito la risposta nazionale nei confronti di quella che non è stata vissuta come il tentativo occidentale di liberare l’Iran dalla teocrazia dispotica, dalla dittatura religiosa, dal conservatorismo ultraislamico; bensì come una aggressione alla patria in pericolo, alla nazione vilipesa, martoriata e in odore di essere ridotta ad una colonia, ad una subordinata delle politiche espresse dall’asse israelo-statunitense. Il governo iraniano è oggi, a detta di larghissima parte dei commentatori esperti di questioni orientali, un potere esecutivo subordinato al potere militare o, per meglio dire, all’urgenza della questione dell’indipendenza nazionale.
Una questione che riguarda ovviamente l’indipendenza economica e, quindi, il controllo delle risorse che passano per lo Stretto di Hormuz. Trump magnifica l’accordo ancora da siglare ufficialmente come un trionfo, come l’espressione prima di una vittoria assoluta sull’Iran. Non impone, ma si accorda per la riapertura di Hormuz che, a ben leggere, sarà disposta nel momento in cui tutte le truppe americane lasceranno la zona del Golfo e finiranno di puntare le loro armi contro le coste della Repubblica islamica. Il “cessate il fuoco” non è la pace, ovviamente. È la sospensione delle ostilità, il passaggio delle navi da Hormuz sotto il controllo iraniano con l’imposizione di tasse di transito. Le sanzioni sul petrolio di Teheran saranno tolte e verranno sbloccati fondi iraniani per ventiquattro miliardi di dollari.
Prima dell’inizio della guerra non esiste nessun limite al programma missilistico tanto di Teheran quanto dei suoi alleati. Si ritorna a questo punto di partenza con l’accordo tra Casa Bianca e Palazzo Bianco di Saadabad. Questa sarebbe quindi la grande vittoria di Donald Trump sull’Iran? Un bruttissimo compleanno per il presidente-magnate che, per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica, ora parla con Emmanuel Macron al vertice del G7 di una maggiore attenzione verso la situazione dell’Ucraina. Visti gli splendidi risultati ottenuti in Medio Oriente, c’è da augurarsi che si concentri su altro. E anche in fretta.
MARCO SFERINI
16 giugno 2026
foto: elaborazione propria




















