Il portico delle idee
Un apice del pessimismo leopardiano: la scommessa di Prometeo
La fascinazione per il Grande Mistero dell’esistenza nostra e dell’Esistente quasi come essere metafisico molto più laicamente interpretato da questo epiteto tutto umano rispetto al classico e imperante concetto di “Dio“, ci riconduce a considerare le “Operette morali” leopardiane che sono, a questo proposito, un vero capolavoro di indagine tanto introspettiva dell’autore, quanto un rivolgimento delle angosce endogene su una esogeneità di cui – è assodato – sfugge il senso, sfugge il significato. Sì, anche quest’ultimo, visto che ogni cosa è prigioniera (nel rapporto che noi ovviamente stabiliamo con la medesima) della dicitura che le abbiamo affibbiato per provare a dare al meccanicismo dell’Universo una parvenza di ordinamento logico e, incastonandolo nella fluidità della linearità temporale, anche cronologico.
Giacomo Leopardi ne fa discutere ampiamente i tanti protagonisti dei dialoghi operettistici, confrontando le più moderne idee in merito con le vecchie scuole filosofiche e le culture che avevano percepito l’insensatezza esistenziale e avevano provato a mitigare la sofferenza data dall’angoscia dell’inconoscibile per eccellenza con la trasmutazione mitologica, con l’affidarsi a divinità abitanti su un monte irraggiungibile dagli esseri umani ma su cui vivevano esseri onnipotenti e immortali con tutte le caratteristiche difettazioni dell’animo dei mortali. Non c’è migliore anticipazione della otto-novecentesca indagine psicologica se non quella che ci è data dai miti greci.
Da qui, quindi, si può partire e ripartire quando si intende divertirsi (un po’ autolesionisticamente) nel farsi e rifarsi domande consapevolmente prive di risposta. Dell’aprile – maggio 1824 è una operetta che ci racconta del rapporto tra esseri umani e animali, senza peraltro tralasciare il complicato (e al tempo stesso semplice) rapporto leopardiano con la Natura. Si fanno sentire qui influenze lucianiane e non di meno quelle di opere come il “Candido” di Voltaire: stiamo facendo riferimento a “La scommessa di Prometeo“. Nell’incipit dell’operetta Leopardi precisa subito in che tempo ci troviamo: un anno inimmaginabile che è l’ottocentotrentatremiladuecentosettantacique del regno di Giove.
Già affascina l’ovvio doversi arrovellare per pensare non solamente un tempo così lungo, ma dove poter situare questo calcolo che riguarda una data che non appartiene al mondo propriamente umano e terrestre. Ed infatti siamo in quello degli dei e degli eroi ellenici. Qui le Muse, figlie dello stesso grande padre di tutte le divinità olimpiche, si danno alla stampa di manifesti da affiggere in ogni città e sobborgo conosciuto: viene indetta una gara, una tenzone ma tutt’altro che letteraria. Dei grandi e piccoli, maggiori e minori sono invitati alla disputa pratica sulle invenzioni. Quale sarà la migliore cosa o creatura naturale prodotta? Il premio è modesto, perché – precisa il nostro Giacomo – le casse del collegio giudicante sono relativamente ricche o, se vogliamo, molto povere.
Quindi al vincitore toccherà una corona da alloro che, però, potrà esibire in pubblico, con cui farsi ritrarre tronfiamente e di cui, pertanto, vantarsi senza limite alcuno. Tra le tante proposte che vengono sottoposte al collegio delle figlie di Giove, custodi delle arti, vengono messe sul podio: Bacco, premiato per l’invenzione del vino; Minerva, premiata per aver creato l’olio e Vulcano per aver forgiato una pentola economica. Non è la pubblicità di una modernissima televendita. È proprio così: pregio di questa marmitta sarebbe la capacità di cuocere in breve tempo i cibi e a fuoco lento. Qualche imprenditore può sempre prendere spunto per fare nuovi affari. Non c’è che dire: Leopardi è a dir poco esilarante nel fare questo accostamento agli altri elementi premiati dalle Muse.
Ma non c’è un terzo, un secondo e un primo tra queste tre divinità. È un pari-merito e, quindi, la corona d’alloro va divisa in tre parti. A ciascuno ne toccherà un pezzetto. Così, per non dover subire questa umiliazione indiretta, tutti e tre rifiutano di riceverla, adducendo una serie di scuse. Ma è a questo punto che Leopardi introduce la figura del titano Prometeo, figlio di Giapeto, che aveva rubato il fuoco agli dei e lo aveva donato agli esseri umani. Da lì, secondo il mito greco, sarebbe nato il progresso. Così, indispettito per questa sottrazione arbitraria, Giove avrebbe punito il ladruncolo incatenandolo ad una rupe e costringendolo a subire il tormentoso rodimento del suo fegato da parte di una vorace aquila. Lo liberà Ercole. In sostanza a Prometeo si deve la nascita e la crescita del genere umano.
Prometeo, al pari del dio dei monoteismi, plasma l’uomo: ne fa prima un calco, un modello e poi lo genera. Non ha dubbi: lui avrebbe dovuto essere premiato dalle Muse per aver creato, tra gli esseri viventi al di sotto delle nubi del monte Olimpo, quello certamente più intelligente, sagace, produttivo. Di questa, che lui ritiene essere una ingiustizia, parla con Momo, dio dell’arguzia e della maldicenza, figlio del Sonno e della Notte. I due scommettono: Prometeo dimostrerà, vagando per il mondo, che ovunque il genere umano è superiore a qualunque altra invenzione degli dei. Così intraprendono un viaggio intorno al globo: incontrano nelle terre aspre in cui non c’è ancora la cosiddetta “civiltà” un selvaggio che si sta cibando della carne del proprio figlio.
Prometeo ne rimane stupito e chiede: «Hai tu per figliuolo un vitello, come ebbe Pasifae?», «Non un vitello, ma un uomo, come ebbero tutti gli altri». Allora il titano si inquieta e domanda come sia possibile cibarsi della propria carne. Ma il selvaggio gli replica che in fondo quella non è la sua carne, bensì del figlio. Se poi la madre non sarà in grado di dargli altra progenie (destinata a non essere tale, visto che la divora…), allora anche lei farà la stessa fine… Per l’uomo del nuovo mondo non caduto sotto la scure della civiltà è un carnismo assolutamente normale: quando la gallina non fa più uova, la si butta in pentola e la si divora, chiosa il dio Momo.
Il figlio del Sonno e della Notte non perde tempo per ironizzare sulla sottrazione del fuoco da parte di Prometeo agli dei per darlo agli uomini: ma ci avresti mai più pensato, caro titano, che proprio quel fuoco lo avrebbero usato per mangiarsi l’un l’altro? Ci avresti mai più pensato che ne avrebbero fatto un elemento non solo di progresso sociale e civile ma pure un principio di ardimento per i più manifesti intenti bellici? Le micce di quante bombe sono state accese col fuoco? Quanti milioni di esseri umani sono stati uccisi nel corso della Storia grazie all’uso del fuoco? E non solo tramite ordigni di guerra, ma anche su pire issate per bruciare vivi coloro che erano dichiarati eretici dalla Chiesa o nemici di questo o quel sovrano.
Il fuoco purifica, impedisce che i panni sporchi intrisi di morbi e malattie possano contagiare altri. E qui la traduzione metaforica è fin troppo, tragicamente semplice da rendere… Ed infatti, quando Prometeo e Momo arrivano in un villaggio indiano, assistono al rogo di una vedova che ha la sola colpa di essere divenuta tale per la morte del marito: le tradizioni locali impongono che lo debba seguire nella sorte e che sia, quindi, bruciata viva. Qui, nella città di Agra, «in un campo pieno d’infinito popolo» si compie il misfatto che è accettato come naturale conseguenza familistica: sopra la catasta di legna sta un donna giovane «coperta di vesti sontuosissime e di ogni qualità di ornamenti barbarici». Non sembra spaventata, anzi: danza e pare trasmettere una surreale spoliazione delle essenze umane più recondite ma anche più evidenti. Proprio come la paura, il terrore di fronte alla morte atrocemente violenta.
Leopardi cita così delle vite finite in eguale maniera: Lucrezia che si uccise per il disonore arrecatole da Tarquinio Sesto, figlio del Superbo. Oppure Virginia, ammazzata dal padre per evitare che fosse oltraggiata dal decemviro Appio Claudio. Simile sorte subirono le figlie del re Eretteo, sovrano di Atene. Era incorso nelle ire di Poseidone e le figlie si immolarono alla divinità per placarne l’ira funesta. Dunque, nemmeno questo secondo incontro con l’umanità riesce a renderne quella positiva superiorità rispetto agli altri esseri viventi, agli animali propriamente non umani. Ma c’è un terzo atto: la scena si sposta a Londra. La città che, già nei primi decenni dell’Ottocento leopardiano, mostra tutti i segni della futura espansione commerciale, di quel progresso che, quasi per antonomasia e oltre le intercapedini date dalle fasi della Storia, è quindi figlio anche di quella mitologica vampata consegna dell’elemento divino all’umanità.
Qui Prometeo e Momo vedono una folla di persone che si accalca di fronte ad una casa. Entrano e vedono sul letto «un uomo disteso supino, che aveva nella ritta [destra] una pistola; ferito nel petto; e accanto a lui giacere due fanciullini, medesimamente morti». Un servo del defunto interloquisce con i due visitatori. Prometeo domanda se la tragedia si è compiuta sotto il peso della povertà e del biasimo che gli riservavano parenti, vicini, amici. Oppure, chissà… la causa poteva essere una delusione amorosa… Ma niente affatto, replica il “Famiglio“. L’uomo era ricchissimo, stimatissimo da tutti e non era tipo che si curava di faccende amorose. Il servo non ha dubbi: ha ucciso i figli e sé stesso per il «tedio della vita». Lo ha anche lasciato per iscritto.
La conclusione cui giungono il titano e il dio è condivisa: l’essere umano è l’unico vivente che si dà la morte o la cagiona agli altri volontariamente. Momo ha vinto la scommessa. Prometeo «senza curarsi di vedere le due parti del mondo che rimanevano», gliela paga. La conclusione unanimemente accettata, su una operetta morale piuttosto dibattuta tra gli studiosi, è che la civilizzazione non è affatto una garanzia o, per di più, un sinonimo di eliminazione della malvagità umana, della propensione tutta nostra di privilegiarci a scapito degli altri o del fare del male del tutto gratuitamente, anche senza un apparente giustificazione (in caso di legittima difesa) o motivazione quanto meno immanente nel contesto che si viene a creare (come le guerre tra le nazioni subite dai popoli). Siamo ad uno degli apici del pessimismo leopardiano.
Soprattutto perché qui l’elemento filosofico è chiave di indagine di un substrato antropologico che cerca di scoprire ciò che sa di non poter scoprire e che, come si scriveva all’inizio di queste righe, rimane un inconoscibile se spostato ancora di più sul piano esistenziale. Tuttavia, nonostante sembri impossibile mostrare e dimostrare una speranza per il futuro, sarà questa premessa assolutamente pessimistica a dare seguito all’ultima fase dell’indagine prosaica leopardiana e a porla su un piano di necessaria, in qualche modo ancora vitale, resistenza alla rassegnazione, al vuoto cosmico dell’insensatezza tanto dell’Esistente quanto del presente quotidiano significato che proviamo a dare al nostro essere qui ed ora.
MARCO SFERINI
24 maggio 2026
foto: elaborazione propria



















