Siccome le parole da sole non bastano quasi a mai a definire e a definirsi, l’accompagnamento delle immagini o, se vogliamo, l’accostamento alla realtà è più che necessario per specificare meglio i concetti: del resto, se ci si affida solo alla sintesi espressa nelle definizioni partorite dalla mente per comprendere la realtà, si rischia, il più delle volte, di cadere nella trappola di un soggettivismo esclusivo delle idee e, anzi, di una loro marcata tendenza ad essere strumenti di distorsione dei fatti che, per quanto abbiano la testa dura, a volte possono essere letteralmente stravolti. Soprattutto se uno o più termini assumono connotazioni esattamente opposte a quelle che dovrebbero avere o che avevano avuto all’inizio della loro storia.
Questa premessa per significare che, ad esempio, la locuzione “centro sociale” è stata fatta oggetto di una operazione non molto dissimile da quella proprio ora descritta: da luogo dove si è sempre espressa la volontà di dare vita ad una alternativa di società, un modo di concepire e di praticare la stessa in modo in parte o del tutto opposto alla consuetudine cui siamo abituati dal regime del mercato, del capitale e, oggi, del liberismo sempre più esasperatamente spinto, si è passati alla formulazione data dai giornali e dalle televisioni che ha seguito la classificazione operata dai governi e da chi, in genere, ha detenuto le leve del potere.
Questa classificazione ha corrisposto, per la maggiore, a fare del centro sociale un sinonimo di violenza, di eversione, di ostilità manifesta tanto nei confronti delle forze politiche più reazionarie (tipicamente quelle più collocate nella galassia della destra neofascista) quanto delle istituzioni in quanto espressione sovrastrutturale del capitalismo sia italiano. Una semplificazione banalizzante, però utile alla narrazione di chi ha inteso limitare sempre e comunque gli spazi di costruzione oggettiva di una alternativa a tutte quelle che erano invece i costrutti dati dal mercato, dai governi e dal privato in generale riferiti agli ambiti più disparati della vita quotidiana di ciascuno e di tutti.
Siccome nelle manifestazioni di piazza “quelli dei centri sociali” erano i più rumorosi, i più evidenti, circondati da fumogeni e lacrimogeni, da canti e slogan tutt’altro che dialoganti con chi ha sempre proposto povertà e sfruttamento per lavoratori, lavoratrici, precari, disoccupati e per un disagio più complessivo che è andato via via crescendo, in barba alle promesse salvifiche di un po’ tutti i governi, ecco che l’equazione è risultata presto facile: centri sociali uguale estremismo, intransigenza ottusa, violenza e, naturalmente, eversione contro i poteri dello Stato. Che siano le destre a proporre questo revisionismo di una attualità dei fatti facile da conoscere, ma anche altrettanto facile da distorcere, non stupisce. Indigna, ma non stupisce.
Che questa operazione venga a volte condivisa con settori del cosiddetto “progressismo” lascia, francamente, interdetti e costringe ad una riflessione ulteriore su come sia possibile che non si operi una distinzione tra ciò che si fa dentro e fuori un centro sociale e ciò che si fa in piazza, in un corteo, lì dove è evidente che gli animi si scaldano, soprattutto se le forze dell’ordine vengono poste nelle condizioni di essere l’instrumentum regni di esecutivi che cercano quel tanto di scontro sociale per mostrare all’Italia e al mondo che quelli brutti, sporchi e cattivi sono sempre le ragazze e i ragazzi che rifuggono le convenzioni e le abitudini fondate, il più delle volte, su pregiudizi piuttosto consolidati.
Inutile fare appello al buon senso o alla possibilità di avvicinarsi, da parte della politica di palazzo, a realtà di strada, a veri e propri esperimenti di una alternativa di società tentata in decenni di collaborazioni fattive con i quartieri in cui i centri sociali si trovano: chi è il propalatore della vulgata secondo cui lì ci sono solo le “zecche comuniste“, quindi dei parassiti che vivono alle spalle della società stessa, non ha alcun interesse a sapere cosa fa un centro sociale. Vuole cercare esclusivamente dei pretesti per chiuderlo, per marcare ancora di più nell’immaginario collettivo che si tratti di un sito in cui si fumano le canne, si bighellona, si aiutano non prima gli italiani ma tutti gli altri, e così via.
Insomma, i governi sono così buoni, come alcune amministrazioni comunali, mentre i centri sociali sono cattivi cattivi. Le immagini associate ai concetti, si diceva. Ebbene, la correlazione qui è facilissima: dopo la chiusura di Askatasuna, sgomberata di una decina di persone, due gatti, murate le tubature e interrotte le forniture elettriche, prende vita a Torino un normalissimo corteo di protesta verso il provvedimento deciso dal sindaco dopo che la magistratura aveva detto di sì, che si poteva fare, e dopo, soprattutto, la solerzia del Ministero dell’Interno che, per bocca del ministro stesso, vedeva nel centro sociale in oggetto un covo di violenza.
Ma l’Aska non era niente di tutto quello per cui viene descritto oggi e per cui è stato fatto oggetto di inchieste nel corso dei trent’anni di occupazione dello stabile (abbandonato nel 1980, acquisito dal Comune di Torino e diventato centro sociale nel 1996): dopo appunto tre decenni il patto di collaborazione con le istituzioni locali aveva sancito che si portassero a termine una serie di lavori per migliorare le esperienze sociali e culturali che riguardavano direttamente la popolazione del quartiere Vanchiglia. Il punto è proprio questo: chi offre alla gente la possibilità di rendersi conto che ciò che ci accade tutti i giorni non è una inevitabilità, ma che i rapporti tra persone, cose e situazioni possono trovare soluzioni diverse da quelle consuete, diviene automaticamente un pericolo.
Un pericolo perché mostra che può esistere un modo molto differente di affrontare i problemi: soprattutto se ci si dispone a farlo insieme e non singolarmente. La vera logica sociale, civile e morale della partecipazione sta proprio nella condivisione non solo degli spazi, ma pure delle esperienze, delle necessità, di tutti quei bisogni che il mercato e i governi risolvono con provvedimenti economici diretti e con leggi che impongono, mentre un centro sociale si pone come esplicita alternativa a tutto questo. Non per sovvertire la democrazia, ma semmai per renderla più concreta, praticamente intesa e non solo formalmente declamata in tanti comizi, presente in ogni dove nelle belle parole di chi promette e mai mantiene.
Ciò non significa che i centri sociali siano dei piccoli eden di un socialismo mancato a livello più globale: sono semplicemente dei ritrovi in cui anche la rabbia ha il suo spazio e la sua possibilità di essere non confinata in un recinto, bensì di trovare risposte differenti da quelle cui vorrebbe indurla una lotta antisociale, un restringimento delle possibilità di esprimere i propri diritti di critica, di protesta, di opposizione alle politiche iperliberiste che impoveriscono da un lato i già più indigenti e sfruttati, mentre dall’altro foraggiano il riarmo a tutto spiano per combattere guerre che favoriscono esclusivamente le industrie delle armi e fanno fare affari a chi ne detiene quote, incarichi e responsabilità, salvo poi dirsi estraneo alle conseguenze.
Lo sgombero di Askatasuna ci parla di tutto questo: di una destra che mostra i muscoli e contraddice ancora una volta le fondamenta costituzionali della Repubblica lì dove sta scritto che ognuno è libero di esprimere la propria volontà politica per contribuire alla costruzione della vita tanto nazionale quanto delle comunità più ristrette in cui stiamo. Facilissimo, così, per chi vuole limitare sempre di più gli spazi di partecipazione e di costruzione di esempi dell’alternativa di società, recuperare l’armamentario pregiudizievole sui centri sociali come luogo dell’eversione e farne quindi un correlato strettissimo con episodi, come quello dell’assalto alla redazione de “La Stampa“, affermando candidamente che non si vorrà mica pensare che questi dei centri sociali non abbiano nulla a che farvi!
Che diamine! Se sono dei contestatori nati, come li si vorrebbe far passare, pigri mentalmente, dediti al nullafacentismo, non vorrete che non siano pure degli estremisti ProPal tutti, ma proprio tutti quanti, che passano i cancelli del quotidiano torinese, che ne devastano i locali e che, quindi, dimostrano così la loro vera natura di intolleranti e di violenti? Il sillogismo è presto fatto. Se poi le premesse risultano viziate, pazienza. L’importante è che la gente sia indotta a continuare a credere che nei centri sociali ci sono solo dei criminali o dei potenziali tali e che, quindi si abbia tutto il diritto ex lege per sgomberarli, per chiuderli, per mettervi la parola fine.
Chi oggi applaude alla fine dell’esperienza dell’Askatasuna (almeno lì nel luogo dove da trent’anni si era abituati a vederla concretizzata giorno dopo giorno), dovrebbe meditare sul fatto che un governo che proibisce di pensarla diversamente, di non condividere l’impostazione stessa delle politiche messe in pratica, di voler provare a costruire una alternativa senza per questo fare oggettivamente del male a niente e nessuno, senza limitare l’altrui diritto di ritenere altre le soluzioni per una esistenza degna di essere vissuta, pone le premesse per sempre maggiori contenimenti di libertà individuali e collettive.
La chiusura dell’Aska è sinonimo di legge e ordine senza alcuna interpretazione: valgono le norme e non i bisogni delle persone. Se qualcuno prova a contestare le leggi ingiuste, viene richiamato all’ordine. Se qualcuno non sta all’ordine, si dirà che non vuole sottostare al comune patto della Legge con la elle maiuscola. Le eccezioni non sono ammesse. Se non per legge e la legge la fa la maggioranza del Parlamento, ossia, ormai, direttamente il governo. Ma quando la maggioranza soffoca i diritti delle minoranze, si può parlare ancora di democrazia? Quando quest’ultima non contempla gli spazi per un pluralismo vero, per una dialettica anche istituzionale ma, in particolare, propriamente insita nella società, che tipo di Italia abbiamo in noi, tra noi e davanti a noi?
Il passo breve dalla democrazia all’autocrazia è fin troppo ormai evidente in tante mutazioni genetiche di Stati che si potevano, fino a poco tempo fa, definire democratici e che sono passati sotto l’egida di un partito pigliatutto, di un presidente reazionario, di un consolidamento progressivo dell’unica morale di Stato: quella del governo. Se i centri sociali rappresentano ancora un presidio di difesa dei valori costituzionali, di libertà, di condivisione, di pluralità e di realizzazione dei diritti di ciascuno e di tutti, allora la loro preservazione è doppiamente utile. Difenderli è difendersi dalla minaccia di una destra che tenta di permettersi tutto.
Chi sono i veri eversori, dunque…?
MARCO SFERINI
19 dicembre 2025
foto: screenshot tv ed elaborazione propria














