Mentre a Gaza migliaia e migliaia di persone sprofondano nella fanghiglia dei campi dove sono montante tende improvvisate, fatte di lenzuola, stracci e tutto quello che si trova, mentre l’aggressione israeliana non cessa, giorno dopo giorno, di mietere vittime, a dimostrazione della bugiarda tregua in atto, l’Ucraina rivive un ruolo da protagonista dei commenti internazionali, messa sotto i riflettori dalle smargiassate trumpiane, dai proclami di cessazione del conflitto che il presidente magnate sarebbe in grado di realizzare se – afferma – i contendenti lo lasceranno lavorare a questo scopo.
L’ipocrita tregua di Gaza ha mostrato e dimostrato che Donald Trump è e rimane un abile giocoliere dell’affarismo a buon mercato: sa trattare le ricostruzioni postbelliche come affari per i partner che vorranno continuare ad essergli amici. Promette prebende di ogni tipo, insulta le giornaliste che gli fanno domande giustamente scomode sul caso Epstein, afferma ad ogni apertura di bocca quello che realmente è: un uomo di potere che si è preso il potere convincendo larga parte del popolo americano della bontà di proposte che, per la maggior parte, sono sogni di gloria e niente più.
La partita in corso in Ucraina è tanto truccata quanto quella che si sta barbaramente e cinicamente giocando a Gaza da due anni e mezzo a questa parte. Se in Medio Oriente vige la narrazione del terrorismo palestinese come premessa per la giustificazione di ogni azione di Israele contro tutti i suoi nemici (e sono tanti, davvero tanti), nell’Europa centro-orientale vige un’altra narrazione: quella della guerra giusta contro il solo imperialismo russo, come se dall’altra parte esistesse l’esclusiva, benevola volontà di contenerlo nel nome della democrazia, del liberalismo, dei diritti di tutte e di tutti.
L’Europa per prima è la portabandiera di questa spiazzante bugia, ancora di più degli Stati Uniti di un Trump che non fa mistero dei veri obiettivi della trattativa che sarebbe aperta con il Cremlino: favorire un cessate il fuoco e un trattato di non aggressione successivo tra Mosca, Kiev e Bruxelles, così da potersi spartire il territorio ucraino e permettere a Putin da un lato e all’Occidente dall’altro di mettere sul campo i più sporchi affari sulla pelle del popolo martoriato da tre anni di bombardamenti, crudeltà a non finire come il rapimento dei bambini da un lato, le negazioni delle libertà fondamentali dall’altro.
Il confronto in Ucraina, lo si è già scritto molte volte, è tra due imperialismi, tra due idee differenti di (dis)ordine mondiale. L’Europa ha cercato un protagonismo che non le è riuscito di ottenere perché la tenaglia in cui è stata racchiusa è proprio quella formata dalle due ganasce che sono rappresentate da Washington da un lato e Mosca dall’altro. L’Alleanza Atlantica, con l’esigere l’aumento della spesa militare al 5% del PIL in ogni Stato dell’Unione, ha sigillato un patto di sottomissioni della UE ad un tentativo di riemersione degli USA dalla crisi del bipolarismo mutatosi in un unipolarismo che ha segnato il passo.
A dimostrazione che questa non è una ricostruzione superstiziosamente intrisa di ideologismo antiamericano o antirusso, sta la prova del nove dei fatti: il grande armamentario nucleare posseduto da entrambe le potenze in campo. Una guerra come quella ucraina, lontanissima dal sentimento nazionale statunitense, di quasi esclusiva utilità pro domo loro, ritorna sulla scena dell’importanza globale nel momento in cui i tempi si dilatano così tanto da non consentire all’amministrazione americana di rivolgersi con più compiuta e proditoria attenzione verso altri obiettivi.
La gestione trumpiana del potere, del resto, abbisogna di qualche risultato aleatoreamente concreto, da esibire come trofeo della magniloquenza e della grande sagacia politica del presidente magnate: l’indice di gradimento interno scende e quindi vi si sacrifica sull’altare delle ipocrisie il conflitto irrisolto per eccellenza. Gaza prima, Kiev poi. Possiamo anche raccontarci tranquillamente la favoletta che il riarmo ucraino, cui Ursula von der Leyen dedica questi tutte le più importanti riunioni della Commissione europea, sia l’obiettivo primario per consentire al traballante Volodymyr Zelens’kyj di rimanere a galla come proconsole occidentale, ma in realtà le decisioni vengono prese dai bilateriali tra Putin e Trump.
Uno degli aspetti di politica estera più evidenti in questi quasi quattro anni di guerra in Ucraina, è stato mettere a nudo una quasi completa irrilevanza dell’Unione Europa in una questione che, dal punto di vista geopolitico, la riguarda oggettivamente ma che invece, se guardiamo il tutto da molto più in alto e lontano, sembra riguardare il gioco multipolare in corso nell’intero pianeta. Sia lo zar sia il magnate del MAGA detestano una Europa che non ha un minimo di gioco nelle relazioni internazionali su vasta scala e che persino la riesumazione dell’Alleanza Atlantica (data per morta cerebralmente da Macron, forse anzitempo…) ha posto in secondo, terzo piano rispetto allo scenario bellico.
La UE è stata utilizzata solamente come catalizzatore di armamenti, serva sciocca di un imperialismo che aveva bisogno di racimolare il più possibile per contenere l’avanzata russa che, effettivamente, si è sostanzialmente fermata sul fronte del Donbass ad Est e al di sotto di Zaporižžja nella parte più meridionale dei territori occupati. Il nuovo piano di Donald Trump, in ventotto punti, è, fatte tutte queste considerazioni, tanto uno schiaffo a Zelens’kyj, quanto uno a Bruxelles e Strasburgo.
Prevedendo l’abbandono degli oblast del Donbass e la gestione americana della ricostruzione, al suo completo, ricalca il “modello Gaza“: qualche concessione al più forte, la promessa della pace al più debole e il grosso della torta economica a Washington ed amici. Difficile che Putin lo possa accettare, visto che ha già sancito l’annessione degli altri oblast occupati, oltre a quelli del Donbass stesso. Ma intanto Trump torna ad esibirsi nella veste di grande demiurgo della pace, di presidente che porta qualcosa di più della democrazia (termine di cui finge di non conoscere minimamente il significato) e che finalizza il tutto ad un passaggio epocale da nazione nel multilateralismo che consuma soltanto a nazione che torna a produrre.
Imporsi su nuovi mercati è l’orizzonte di una presidenza MAGA che, per rimanere al potere oltre il mandato senescente del secondo Trump, ha bisogno di un rilancio in questo senso. Ma per poter ottenere questi risultati la prima operazione che il presidentissimo deve fare è modificare la politica daziale che ha imposto a mezzo mondo e, di conseguenza, i contraccolpi che ha assegnato alla Repubblica stellata, seppure indirettamente. Il piano di Trump sembra, sotto questi riflettori da nuovo palcoscenico della storia, solo un favore a Putin; certamente è uno svantaggio per la parte “resistente“, per quella che è stata presentata come l’intercapedine democratica (sic!) tra Est ed Ovest, tra l’impero del male di Mosca e quello del bene dell’Europa (e prima degli USA di Biden).
Oltre alla cessione del Donbass, è infatti previsto il dimezzamento dell’esercito ucraino unitamente alla non presenza di truppe europee (il termine preciso è “straniere“, ma ritenere che il Pentagono ne resti fuori è molto difficile da poter anche solo ipotizzare…). Un’offerta di cessate il fuoco che Putin può certamente rifiutare, avendo ben altri obiettivi (l’inglobamento dell’Ucraina nella sfera di influeza russo e almeno il suo dimezzamento territoriale fino agli oblast solcati dal Dnipro. Ma anche un’offerta tra le migliori fino ad ora avute da Mosca. Garante il più alto rappresentante di un Occidente in cui conta soltanto il volere della Casa Bianca e dove l’Europa è spettatrice.
L’impressione che se ne ricava è quella dell’accelerazione imposta da Trump al processo di pacificazione: come si faceva cenno all’inizio di queste righe, l’attenzione americana deve potersi smarcare dal contesto asfittico del conflitto in Europa per posarsi altrove. Dall’America Latina all’Asia, tanto per citare alcune zone calde, anzi caldissime. Travolto il suo governo dagli scandali di corruzione, Zelens’kyj ha un margine di manovra pari a quello di un patentando cui viene controllato il volante dall’istruttore di scuola guida.
Le diserzioni dall’impegno al fronte si contano a decine di migliaia ogni mese che passa ed aumentano sempre più: l’Ucraina rischia davvero di trovarsi a continuare a combattere una guerra con soldati esausti, senza più alcuna riserva disponibile. Gli stessi dati forniti dal governo di Kiev parlano di oltre un milione e mezzo di disertori e di quasi cinque milioni di fuggitivi dal paese e di richiedenti protezione negli Stati dell’Unione Europea. La complessità della questione è quindi sotto gli occhi di tutti e pochi possono ancora fare finta di avere a che fare con una guerra fatta e continuata nel nome della libertà dei popoli tutti.
Tanto più se il piano di pace dovesse concretizzarsi e, tra i suoi punti, contenesse quel patto di non aggressione tra Est ed Ovest che sarebbe – almeno formalmente – un pretesto di garanzia per evitare nuovi riarmi, nuovi asserragliamenti e dislocamenti di truppe della NATO sul confine con la Russia. Trump ascolta Fox News che gli dice del precipizio in cui si stanno cacciando le percentuali della sua popolarità: deve recuperare e scrollarsi parimenti d’addosso l’ingombrante questione ucraina. Da un lato si mostra ancora amico di Kiev (ammesso che lo sia mai stato…) e fornisce missili a lungo raggio che possono colpire il territorio russo in profondità (i Patriot), dall’altro svende la fine della guerra in favore delle richieste putiniane.
Zelens’kyj stesso si rende conto che la sua presidenza è destinata al tracollo. Soprattutto se la guerra continuerà senza trovare un punto di caduta. La popolazione è esausta, esanime. Gli attacchi russi martellano tutte le città più grandi, le infrastrutture stradali, quelle energetiche e l’inverno è ormai alle porte. Il fronte avanza di poco, ma avanza e tra poco i russi taglieranno le principali arterie di rifornimento delle truppe nel Donbass. Tutto pare complicarsi terribilmente e, quindi, la proposta di Trump finisce con l’essere l’occasione per salvare il salvabile, nella più completa umiliazione per Kiev. Il segnale è forte: qui comandano gli USA e la Russia. L’Europa non fa da mediatrice in nulla. L’ONU nemmeno pervenuta.
La sintesi della questione russo-ucraina è quindi affidata ad un piano di pace che non sarà un vero e proprio piano e che non porterà nemmeno la pace nella regione. Sarà un cessate il fuoco, certamente benvenuto, ma non sarà la stabilizzazione dell’area se non sotto l’egida dei due contendenti veri in campo. La chiusura dei rifornimenti dal gasdotto di Gazprom ai confini del Kursk rende evidente come vi siano tanti modi per combattere una guerra. Alcuni molto più letali delle pallottole e delle bombe stesse o, quanto meno, letali in eguali maniera.
La complessità è la cifra di questo multipolarismo che ancora alcuni mostrano di non aver compreso come nuova fase di riorganizzazione capitalistica e liberistica globale con declinazioni particolari, zona per zona, continente per continente. Di sicuro lo hanno ben compreso Putin e Xi Jinping. Trump ha raccolto la sfida e l’Europa sogna ancora di essere il giardino della democrazia fondata sul riarmo a tutti i costi, spendendo così tanto in armamenti e così poco nel sociale da indurre i popoli dei vari Stati a gettarsi sempre più tra le braccia delle destre. Ci siamo scavati più di una fossa da soli. Ora qualcuno le dovrà riempire.
MARCO SFERINI
21 novembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria







