Il portico delle idee
Umanità ed umanesimo nell’antitesi tra messaggio filosofico e religioso
Nell'”Orazione sulla dignità dell’uomo“, Pico della Mirandola fa dire a Dio queste parole circa ciò che noi esseri senzienti ed autocoscienti siamo: «…non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto». L’umanesimo filosofico di cui il giovane pensatore è portatore e, in un certo senso, fondatore, esprime dunque una particolare entità ontologica per i discendenti di Adamo e di Eva: la parabola biblica dell’avventura umana si dovrebbe compiere secondo un volere divino che non ci consegna una particolare, precisa natura, ma una libera interpretazione del nostro volere e un operare quindi nella direzione di ciò che dovrebbe essere la costruzione di una armonia praticamente universale.
A questo punta, senza alcuna ombra di dubbio, l’umanesimo filosofico che Pico introduce nell’agone delle dispute dell’epoca in contrapposizione a quello letterario valutato come vuoto e privo di concretezza; fondato quindi un’astrattezza che fa della metafisica una sorta di metafora dell’esistente proiettato in un divino inconoscibile che mortifica invece quel pensiero che qui invece si intende mettere a valore per esaltare il carattere specifico di una umanità che ha un suo ruolo in una unicità dell’Universo visto come inscindibile da Dio che è e rimane l’Uno per eccellenza. L’essere umano, quindi, non è né creatura celeste e nemmeno completamente terrestre, perché possiede peculiarità che gli altri esseri non hanno.
Gli animali non umani, infatti, non si pongono (per quanto ancora ne sappiamo) problematiche di natura esistenziale: seguono un’istintività che mostra loro come vivere al meglio, rifuggendo i pericoli, scansando per quanto gli è possibile i dolori e le afflizioni, provando a soddisfare i loro bisogni fondamentali e cercando quella convivenza che, tuttavia, non sempre l’a-democratica natura del mondo non sempre gli permette di realizzare. Ma Pico non ha incertezze in questo contesto: tutto si relazione con l’interezza di un Universo in cui il collegamento delle esistenze è nei fatti la dimostrazione di un destino comune e, quindi, di una finalità che si ritrova nel tutto che non è privo di senso se si pone l’ipotesi-Dio al termine (o al principio) di essa.
La concessione della massima libertà possibile all’essere umano, data da Dio, è la disponibilità a farne il plasmatore diretto del suo destino: qui si riprendono vecchi cardini delle filosofie precristiane, ma ugualmente si aggiornano gli schemi di un passato che, nonostante possa apparire come l’ispiratore di una scopiazzatura o, se vogliamo, di una rivisitazione ed attualizzazione delle interpretazioni ormai lontane dell’esistenza in quanto tale e del rapporto tra cielo e terra, tra iperuranicità e pragmaticità quotidiana della vita, porta con sé una carica quasi immutata nel consentire alla nuova filosofia umanistica di predisporsi come programma di “pace” proprio per la filosofia stessa. Il messaggio evangelico, del resto, è stato alterato dal sovrastrutturalismo delle istituzioni religiose che si sono date il compito di essere le uniche intermediarie tra Dio e l’uomo.
Pico della Mirandola, non escludendo Dio, mette l’essere umano al centro della realtà, antropocentrizzando certamente il carattere dell’esistenza nostra ma non nella direzione data fino a quel momento: non il dominio esclusivo su tutti gli altri esseri viventi (che i credenti chiamano “creature“, in quanto parte del “Creato” voluto dalla divinità) e sulla Natura, bensì la convergenza tra tutte le genti, tra i molti pensieri e le altrettante differenti culture per fare in modo che si potesse, insieme, arrivare sempre più vicini alla prossimità (quindi ad una pur evidente approssimazione) della verità. Lui che era un giovane di belle speranze, benestante e brillante sotto ogni punto di vista, ad un certo punto, per seguire questa ispirazione che gli era intrinseca, che lo riguardava nel profondo, lasciò tutto quello che era il mondo che aveva conosciuto per dedicarsi ad un’esistenza modesta ma certamente intellettivamente ed intellettualmente ricca.
L’umanesimo filosofico che ne viene meglio affinato riconosce Dio in ogni ambito naturale, in ogni vita, in ogni espressione concreta di una realtà che va indagata e non invece percepita e accettata dogmaticamente. Lo ribadisce spesso: «Dio parla nei cuori degli uomini, nelle voci infinite della natura. All’occhio vigile del ricercatore le mirabili corrispondenze fra numeri, parole, suoni, colori, fra libri e natura, fra arte, geometria e fenomeni fisici, dimostrano come quell’unica parola risuoni in infiniti linguaggi senza che nessuno la esaurisca». Proprio dell’essere umano, quindi, è il continuo impegnarsi nella disamina di una realtà in cui è presente e di cui può comprendere non solo un funzionamento che appare quasi meccanicistico, ma perfino può sperare di dare ad essa un significato nell’ordine oggettivo che è un misto di tranquillità da un lato e di violenza dall’altro.
Qui l’essere umano è arbitro di scelta. Credere in Dio, in sé e per sé non è sinonimo di bontà di fede; a meno che non si inverta la strada del peccato che per Pico della Mirandola un “punto di rottura” con la stessa armonica, divina essenza e presenza del cosmo e dell’unità che ne è propria. Ciò che preme qui osservare, traendo dal pensiero di Pico quello che è più progressivo (e progressista in un certo senso…) è la valorizzazione della dignità umana non separata (perché secondo lui non separabile) dalla dignità di tutti gli altri esseri viventi e della Natura. In un contesto simile, la pienezza dell’essenza umana si realizza anche tramite lo stabilimento di una concordia nel dibattito filosofico: non più diatribe contrastanti, ma incontri permanenti per una unificazione delle fedi, delle credenze con il fine di puntare – come già poco sopra evidenziato – alla ricerca della verità.
La critica alla corruttela tanto del pensiero quanto delle azioni umane, anzitutto di quelle di chi si è sempre proclamato intermediario tra Dio e l’umanità, è presente nella misura ponderata di una conoscenza dei difetti tutti tipici dell’essere autocosciente che, proprio perché ha questa peculiare capacità di introspezione, viene a possedere anche la malizia, il pregiudizio, la malignità e quella cattiveria (talvolta anche molto molesta) che sono la negazione prima di una vera unità cosmica del Dio che non si scinde dal suo Creato, dall’Universo, dall’umanità come dall’animalità. A margine del pensiero mirandoliano sulla fratellanza universale tanto culturale quanto sociale, si potrebbe fare riferimento a tutto un contraltare che, nel consolidarsi delle prerogative religiose entro il contesto statale di un regno, come di grandi imperi, ha reso plasticamente la dicotomia tra princìpi e realtà.
Proprio ai tempi dell’attività politico-religiosa di Gesù di Nazareth, la casta sacerdotale ebraica si era in pratica autonominata unica mediatrice tra la volontà divina e la vita umana. Definendosi in questo modo, come custodi di un tempio che Dio stesso non aveva preteso dal re David (che aveva, prima di edificare il Tempio, costruito per sé stesso una sontuosa reggia…), altro non avevano fatto se non pensare al proprio esclusivo tornaconto: inscrivendo nelle leggi religiose antiche una parola divina che pretendeva, per placare la sua ira contro gli empi e i peccatori, sacrifici e, comunque, il «non presentarsi a mani vuote» (Esodo 34,20), i sacerdoti erano riusciti a trasformare quella che era la “casa di Dio” in quello che Gesù definirà «una spelonca di ladri!» (Marco, 11,17). La scissione tra funzione ascetica della fede e funzione di controllo socio-politico-economica era connaturata non solo nel monoteismo ma anche nei culti ad esso precedenti (o coevi).
Gesù rivela quindi, come Pico della Mirandola, un aspetto del tutto ovvio di una perversione della sacralità di un luogo dedicato alla divinità, al pari di come il filosofo umanista rivela l’altra perversione: quella del pensiero che non viene finalizzato all’armonizzazione, tramite l’incontro e la compenetrazione vicendevole, delle culture e, quindi, delle genti tutte, ma allo stabilimento di una verità assoluta che viene proclamata, assunta e fatta vivere come unica possibile tra le altre interpretazioni di quelle che sono chiamate “Sacre Scritture“. Il parallelismo ci è utile per comprendere meglio come pensiero e fede siano afferenti ma non completamente interdipendenti: visto che non esiste la seconda senza il primo, mentre può esistere il primo senza la seconda. Il punto per Pico è il destino dell’essere umano. Ed è il punto anche che pone Gesù di Nazareth: una nuova società priva di speculatori, sfruttamento, dominio e, se vogliamo, classismo.
L’enunciazione dell’uguaglianza a tutto spiano è il presupposto imprescindibile per la proclamazione di quella determinazione di un’azione umana che non sia da considerare altrimenti se non l’avvento di un “regno” diverso da quello vissuto fino a quel tempo tanto dagli ebrei quanto dai popoli europei dell’epoca di Pico, quindi nella seconda metà del Quattrocento. Gesù fa affidamento alla capacità cosciente dell’essere umano di potersi liberare dai tanti giochi che lo opprimono grazie ad un pensiero critico che metta in dubbio persino le leggi religiose più sacre, quelle che danno ai sacerdoti il potere che essi stessi si sono attribuiti. Questi si sono tanto spinti oltre da fare in modo di organizzare un vero e proprio impero del commercio della carne: i sacrifici offerti a Dio sono sacrifici di poveri, innocenti animali. Perché – dicono – il “Dio degli eserciti” (quello del Vecchio Testamento) è un dio vendicativo e bisogna placarne l’ira.
Così, chi si presenta al Tempio, sacrifica e per sacrificare deve comperare un animale: da chi lo compera? Da mercanti che sono dipendenti della famiglia del sommo sacerdote Anna. Il commercio non è solo dentro quella che Gesù chiama spelonca dei ladri, ma vi è tutto intorno. Con queste premesse è facile intendere che la religione è strumentalizzazione della vera fede che chiunque di noi può avvertire, avere e mantenere liberamente nei confronti del Grande Mistero dell’Universo. Proprio un amore intenso per una fede che invece travalica la meschina sete di potere e le avidità, induce Pico della Mirandola ad indire un grande congresso internazionale di sapienti e di dotti tra il 1486 e il 1487. L’obiettivo che si pone è tanto alto quanto, pare, molto difficile da raggiungere: una concordia filosofico-religiosa, premessa di quella più grande di tutta l’umanità.
Al centro di questa volontà un po’ ingenua – eppure tanto affascinante – di stabilire una armonia tra critica e fede, tra le genti più diverse, c’è sempre e soltanto la descrizione dell’essere umano come federatore di sé stesso con i propri simili, come costruttore della propria esistenza e del proprio essere lasciato libero da tutti i vincoli che, un tempo, proprio sacerdoti come quelli ebraici (ma non di meno il clero di ogni secolo) hanno imposto con tutta l’ipocrisia di chi ipotizza Dio soltanto per stabilire un potere fondato sul timore e non sulla speranza di migliorare l’esistenza con la ricerca della verità qui ed ora, parziale e non assoluta. Non solo i filosofi – come sosteneva Marx – hanno dibattuto per interpretare il mondo e la vita. Lo hanno fatto anche i preti: ma almeno i pensatori, nella maggior parte dei casi, hanno fatto meno danni degli ambienti clericali.
MARCO SFERINI
5 aprile 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria


















