Le premesse della pace in Ucraina sono affidate ad ancora altre premesse: quelle di un piano americano che sta subendo una revisione nei suoi venti punti proposti e che, a detta dei “volenterosi” europei, dovrebbero anzitutto esigere il pieno rispetto della sovranità di Kiev in una guerra in cui Kiev stessa ha perso. Così come hanno perso gli occidentali che reclamano, seppure divisi, una superiorità morale di cui fanno sempre più fatica a mantenere il primato. In tutto questo scenario di scambi più o meno diretti tra le varie cancellerie dell’Est con l’Ovest e dell’Ovest con l’Est, non viene certamente meno il grande tema dirimente dell’interesse economico.
Trump punta alle terre rare nell’area del Donbass, gli europei e il fronte NATO ad un riarmo a tutto spiano per porre nuovi punti fermi sulla carta geopolitica della contesa internazionale prettamente di carattere neoimperialista. Se Putin prevale in questa fase, non è detto che debba sempre essere vincente. Le risorse della Russia sono enormi, ma non sono infinite; del resto, al di qua dei Carpazi la voglia di gas è un po’ necessità, un po’ golosa occasione di accaparrarsi di filoni di vendita piuttosto lucrosi. Nonostante gli esperti del settore dicano che del metano di Mosca si potrebbe fare a meno, pare proprio che speculatori e affaristi non siano dello stesso avviso.
La guerra non è solo un fronte che avanza o si ritrae: anzitutto è conflitto per il profitto indiscriminato. Trump, che è un affarista di prim’ordine, lo sa molto bene e intende avvantaggiarsene anzitutto ponendosi come grande risolutore di un bellicismo inveterato, incosciente, insensato e che, dunque, solo la sua virtuosa capacità di pacificatore gli permette di fermare. Una ingombrante megalomania che è difficile mettere da parte e, tuttavia, è necessario farlo per poter ragionare essenzialmente in termini pratici della questione russo-ucraina. C’è tutto un mercato del gas (a partire dalla costruzione dei rigassificatori) che aspetta di essere messo in movimento.
C’è una previsione economica che si affida, almeno per quanto riguarda la grande Repubblica stellata, a quella che viene definita la “shale revolution” come elemento di enorme innovazione ma, a dire il vero, soprattutto sul fronte interno, sugli approvvigionamenti che riguardano direttamente la popolazione americana piuttosto che gli scambi internazionali e la bilancia commerciale globale. La produzione statunitense di gas, infatti, è più che raddoppiata negli ultimi decenni e ha raggiunto la soglia di un’eccedenza che rischia di divenire un secondo fronte problematico che si somma ad un mercato piuttosto saturo. Basta osservare l’Unione Europea in merito: consuma circa 491 miliardi di metri cubi di metano all’anno.
Il fabbisogno domestico sarebbe molto inferiore e, per amore di verità, non c’è nella UE quella differenziazione tra pubblico e privato, tra domestico e industriale che è stata invece operata negli States. Questa mancata separazione dei settori di consumo non toglie nulla comunque ad un fatto: il 40% del nostro fabbisogno di gas viene soddisfatto dall’importazione di materie prime russe. Le speculazioni a questo riguardo sono sempre degli azzardi: delle partite che vengono giocate dentro il contesto di guerre che, indubbiamente, scoppiano anche per altri motivi o si prolungano per gli stessi come per altri che si aggiungono strada facendo. Ma è oggettivo il fatto che l’Europa si sia immersa a capofitto in questi rischi e lo abbia fatto puntando ad altri giacimenti.
La filiera che parte dai gasdotti che attraversano Nigeria, Niger, Algeria, Marocco, Tunisia e Libia, è diventata un’osservata speciale e, parimenti, si è messa la barra tutta puntata su un incentivazione della produzione bellica per evitare che nel cinico gioco del multilateralismo e del multipolarismo ormai conclamati, l’Occidente formato più dal dittico Europa e Alleanza Atlantica, piuttosto che da un trittico con gli Stati Uniti d’America, rimanesse schiacciato dal confronto dei due imperialismi che oggi si combattono sulla pelle del popolo ucraino. Si fa un gran parlare, oltretutto, del ritorno, in alcuni paesi della UE come Francia, Italia, Germania, di un leva in massa in alcuni casi, di riserva negli altri.
In Italia è il ministro Crosetto a discuterne con i cronisti: una leva obbligatoria o volontaria? Per quanto la prima possa sembrare di più ampio spettro, il punto, nelle (molto tra virgolette…) “difese” di oggi, è la formazione di eserciti di professionisti (la “parte kombat“) che affrontino le “crisi” («…non voglio dire guerre…» puntualizza il titolare del dicastero meloniano) come quella in Niger e che siano in grado di spostarsi su più teatri regionali anche molto differenti fra loro per genesi delle controversie che, ovviamente, sono annose. Ma il dibattito si è, più che giustamente, animato: abbiamo bisogno di una leva volontaria che radicalizzi il concetto di società pronta a tutto? Anche ad una nuova guerra?
C’è questo pericolo? La Russia è un nemico che può aggredire l’Europa? Puntualmente si sono riproposti tutti quegli artefatti di un pensiero diffuso, ma non necessariamente maggioritario nella popolazione, per cui il nemico è sempre e soltanto ad Est, mentre ad Ovest si troverebbero solo grandi amiconi. Il cuore della questione è, in questi frangenti, sempre l’impercettibilità della dicotomia esistente tra i blocchi che si contendono le nuove aree regionali dove insistono le risorse primarie da saccheggiare: il petrolio nel Golfo Persico prima, le terre rare oggi, come le ricostruzioni moderne di Gaza in vista di una espansione israeliana tanto nella Striscia quanto nella forse ancora più golosa (almeno storicamente parlando…) Cisgiordania.
Ed allora ricorre, tra queste considerazioni di tipo economico, tra affarismi neoliberisti di diversa postura, la domanda su quale specie di pacificazione poggi il piano di Trump: Casa Bianca e Cremlino sanno che gli ucraini hanno pagato in termini di uomini un prezzo davvero grande. Con proporzioni diverse, lo stesso vale per i russi. Gli scandali per corruzione che riguardano il governo di Volodymyr Zelens’kyj pesano come un macigno su trattative in cui la debolezza di Kiev era già piuttosto evidente e, per questo, calcolata a tutto svantaggio anche del fronte europeo rappresentato dai “volenterosi“. Eppure, fino a poco tempo fa, von der Leyen e alti commissari della UE presentavano l’immagine di una Russia completamente isolata.
Una così bassa capacità di analisi dello scenario internazionale è ingiustificabile per dei leader continentali che aspirano ad essere, ma prima di tutto a dirsi, degli statisti di calibro ultramoderno. I fatti dicono esattamente l’opposto: Mosca non è isolata, le sanzioni non hanno avuto quegli effetti devastanti che avrebbero dovuto avere sull’economia di guerra e il fronte è praticamente immobile, salvo alcune conquiste di villaggi negli oblast meridionali e dell’importante centro nevralgico di Pokrovsk in Donbass. Ma si tratta di successi piuttosto modesti, soprattutto se spalmati su un arco temporale che si fa sempre più lungo e che, quindi, consegna alla guerra una fisionomia di stanco confronto per gli imperialismi in gioco.
Kiev non può nemmeno negare che ha vissuto nei mesi passati, e tutt’ora vive, una crisi nella propria capacità di mobilitazione militare. Non mancano le armi al fronte. Mancano i soldati. Ogni unità riceve pochissimi rimpiazzi e questo fenomeno è ormai considerato piuttosto strutturale nella condizione presente che riflette, in tutta oggettività, quella, per lo meno, degli ultimi dodici mesi. L’Europa agonizza in questo scenario di convulsioni politico-strategico-militari e il piano di Donald Trump ha due strade futuribili: o piace a Kiev e all’Europa o piace a Putin (e dunque anche al presidentissimo-magnate). Tertium – come si diceva nell’antica Roma – non datur. Che cosa si ricava da tutto ciò? Quali conclusioni (ammesso che se ne possano trarre) sono formulabili almeno nel medio-breve termine?
Una parrebbe riguardare l’ormai stretto legame, l’intesa piuttosto reclamizzata, tra Mosca e Washington: i due autocrati si muovono se non all’unisono, certamente su un piano sintonico che relega all’angolo l’Unione Europea come soggetto politico la cui unità ha un valore esclusivamente monetario che non si è mai evoluto in direzione sociale, civile, militare. Un’altra potrebbe invece riguardare il futuro del presidente ucraino e del suo governo: chi ne fa ancora “lo specchio” di un popolo che resiste, chi invece lo delinea come un capo di Stato ormai tanto irregimentato nel suo ruolo straordinario di capo della guerra in corso da avere i mesi (o i giorni…) contati in base all’imposizione del “cessate il fuoco“. L’entusiasmo europeo per Zelens’kyj, considerato un po’ un “asso nella manica“, appare sempre più immotivato.
Se le ricostruzioni fatte dal Wall Street Journal sono esatte, il futuro della presunta pacificazione del conflitto tra Russia e Ucraina non passa per l’acutezza politica del presidente ucraino ma, semmai, per la ricerca di una uscita strategica che, nei venti o ventuno punti del piano di Trump, delinei un ripristino dei rapporti soprattutto economici e commerciali con il regime di Putin. La saldatura fra i sovranismi, fra le oligarchie autocratiche pare realizzarsi proprio nel nome della sconfitta di quel piano democratico che l’Europa pretende ancora di rappresentare e che, piuttosto drammaticamente, ha invece fatto acqua da tutte le parti ed è clamorosamente fallito.
Se poi, aprissimo il capitolo degli affarismi mafiosi che, carsicamente, prosperano sotto l’evidenza del conflitto visibile, ci renderemmo conto che questo fallimento riguarda ancora di più i pacchetti di sanzioni che sono stati tanto tronfiamente varate dalla Commissione europea e che hanno avuto come risvolto più agghiacciante il moltiplicarsi dei traffici di armi di clan locali, di enormi affari che non hanno riguardato solo il cerchio dei più stretti collaboratori di Zelens’kyj, ma che si sono estesi fino all’Asia partendo dall’intera Europa. I contrabbandi di armamenti si possono trovare tanto da una parte quanto dall’altra (per esempio quelli iraniani hanno fornito a Mosca missili anticarro RPG, droni d’attacco e tanti, tanti proiettili di artiglieria.
Non di meno sul fronte occidentale: verso l’Ucraina si sono dirette delle reti di traffici di armamenti che hanno dato adito (e si sono servite, quindi) di una sempre più intricata rete di corruzione ad alti livelli. I venti punti del piano di Trump saranno l’ennesima pantomima per fermare un conflitto entro cui si situano altri dieci, cento guerre: commerciali, finanziarie, di potere politico, di ricostruzione del distrutto, di sminamento di ampie porzioni di territorio, di rapporti internazionali, di ridefinizione complessiva degli assetti istituzionali di un paese letteralmente fatto a pezzi.
Qualunque sia la fine di questa tragedia, pare piuttosto acclarato che il contenzioso non è più tanto tra Est ed Ovest per come classicamente lo si intendeva ai tempi della Guerra fredda o ancora in quelli più recenti. Oggi quel contenzioso ha oltrepassato il livello del conflitto meramente militare ed è passato, con lo scaricamento dell’Europa e la marginalizzazione del ruolo della NATO (pure rinvigorita in questi anni proprio dallo sforzo bellico sul campo), ad un piano più alto: quello della grande contesa globale che è sinonimo di multipolarità. Una guerra ben più grande e – non è detto, ma è probabile che sia così – con molte vittime ancora…
MARCO SFERINI
9 dicembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria














