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Iran

Ucciso Khamenei, Teheran colpita al cuore

La leadership iraniana – decapitata dagli attacchi di Usa e Israele – appare per ora compatta, ma la successione al vertice apre una fase di forte incertezza. Tra paura diffusa nella popolazione, traffici nel Golfo in calo e divisioni internazionali, la crisi rischia di allargarsi all’intera regione

Ali Khamenei, leader supremo della Repubblica Islamica, è stato preso di mira mentre era in riunione con Mohammad Pakpour, comandante dei Pasdaran, Ali Shamkhani, consigliere politico, e Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza, insieme ad altre autorità militari. La notizia della morte di Khamenei è stata confermata alle 2.30, ora italiana, di questa mattina dalla TV di Stato iraniana, mentre le ondate di attacchi israeliani a Teheran coprivano il canto del muezzin che annunciava l’inizio del digiuno dell’undicesimo giorno di Ramadan. Non è azzardato presumere che l’orario dell’annuncio sia stato scelto per impedire eventuali raduni non controllati.

Secondo alcune fonti, gli iraniani avevano ricevuto dal ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore dei negoziati, la garanzia che gli americani non avrebbero attaccato prima del prossimo round di negoziati programmato per la settimana successiva. Badr Albusaidi aveva incontrato la sera precedente il vicepresidente americano J.D. Vance.

A prescindere dallo schieramento, l’operazione israelo-americana si configurerebbe come l’assassinio di un leader di uno Stato sovrano, in palese contrasto con la legalità internazionale. Tuttavia, se la politica internazionale ha distolto lo sguardo davanti al genocidio dei civili palestinesi a Gaza, l’eliminazione di un dittatore fanatico difficilmente richiamerebbe i principi della legalità internazionale.

L’uccisione di Khamenei era già stata messa in conto dall’establishment. Nel suo ultimo intervento, Khamenei aveva detto di non cedere alle pressioni del presidente americano Trump, paragonandolo a “Yazid”, riferendosi a uno degli eventi più significativi della storia islamica: la Battaglia di Karbala, quando il terzo successore del Profeta, l’Imam Hussain, fu martirizzato per aver rifiutato di giurare fedeltà al califfo Yazid. Il pensiero di essere martirizzato era sicuramente presente nella sua visione.

Per il momento, il potere di Teheran mostra un’immagine di stabilità. La questione principale resta chi sostituirà il defunto leader e come questa scelta verrà effettuata senza mettere in pericolo il futuro leader. Il presidente americano ha rivolto un appello diretto agli iraniani affinché «prendano il controllo del proprio paese», definendo questo momento come «l’ora della vostra libertà».

Nonostante l’ottimismo di Washington e le celebrazioni segnalate in alcuni quartieri di Teheran e Karaj, dove i cittadini hanno festeggiato la notizia della caduta del leader, non ci sono ancora segni di una ribellione popolare. La gran parte della popolazione sta vivendo momenti di puro terrore a causa dell’intensità degli attacchi aerei. Testimonianze dirette descrivono famiglie con bambini terrorizzati che si nascondono nei seminterrati, incerte sulla propria sopravvivenza. Molti cittadini hanno iniziato a fuggire dalla capitale, Teheran, per cercare sicurezza altrove.

La situazione nelle città è descritta come caotica fin dalle prime ore del mattino, con lunghe code ai panifici e alle stazioni di servizio, mentre le persone cercano di fare scorta di beni di prima necessità. Molte aree urbane sono diventate deserte, poiché i residenti si sono rifugiati nelle proprie case. Le unità speciali e le forze in borghese e armate pattugliano le strade, effettuando arresti di persone ritenute sospette. Le autorità hanno ordinato la chiusura di scuole e università fino a nuovo avviso. Sembra che gli iraniani siano divisi tra il timore di una guerra prolungata e la speranza della fine del regime.

La seduta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di ieri sera sulla questione ha messo in luce una profonda spaccatura tra i paesi. Russia e Cina hanno condannato esclusivamente gli attacchi americani e israeliani. Gli Stati del Golfo — Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Oman, Qatar, Bahrein, Siria e Giordania — hanno invece definito “vigliacchi” gli attacchi iraniani contro di loro, dichiarando di ritenere Teheran “pienamente responsabile”. Altri membri si sono limitati a chiedere una de-escalation.

Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha lanciato un severo avvertimento: l’escalation militare in Medio Oriente rischia di innescare conseguenze incontrollabili per l’intera regione. Il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz ha subito un drastico rallentamento dopo che i Pasdaran iraniani hanno intimato alle navi di evitare lo stretto. La piattaforma MarineTraffic ha registrato un calo del 70% del traffico navale. La maggior parte delle navi ha invertito la rotta, deviato su percorsi alternativi o rallentato la navigazione nel Golfo dell’Oman.

I paesi più a rischio — Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti e Qatar — sono i più esposti, poiché la quasi totalità delle loro esportazioni di petrolio greggio e gas naturale liquefatto transita proprio per questo stretto. Secondo TankerTrackers.com, 55 petroliere si trovano attualmente nelle acque iraniane, con evidenti rischi per le forniture globali di petrolio.

Una chiusura totale rimane difficile: gli esperti sottolineano che bloccare completamente lo Stretto sarebbe complesso anche per l’Iran stesso, poiché richiederebbe una presenza militare continua e limiterebbe la sua capacità di condurre altre operazioni militari, oltre a danneggiare le proprie esportazioni petrolifere.

FRANCESCA LUCI

da il manifesto.it

foto: screenshot ed elaborazione propria

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