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Il portico delle idee

Turbinio storico e politico tra carisma, paranoia e leaderismo

Nel tentativo di inquadrare storicamente un certo tipo di “potere carismatico” (concetto particolarmente affascinante, sintetizzato da Ian Kershaw in alcune delle sue più importanti opere sulla figura apparentemente enigmatica di Adolf Hitler e sul dodicennio di terrore del Terzo Reich), si finisce con l’entrare in diretto contatto con il tema della paranoia politica o, per meglio dire, di questa entro la politica stessa. Il carisma, infatti, è una caratteristica dell’uomo o della donna che riescono, soprattutto con poche, semplici, dirette parola, a volte persino banali e scontate, ad attrarre l’attenzione sistematica di una sempre maggiore platea di persone, fino a sedurre interi popoli e portarli così dalla loro parte.

Se è un po’ più complesso ricostruire questa fascinazione che attraversa comunque la Storia dell’umanità rivolgendoci esclusivamente a figure del passato, per cui abbiamo delle cronache spesso zoppicanti, imprecise e, tuttavia, sufficientemente esaustive per sapere chi è stato in quel dato periodo un politico indubbiamente carismatico, più facile (ma si fa per dire…) è analizzare quelle esistenze di uomini e di donne che hanno segnato il cammino di una nazione per un periodo più o meno lungo e hanno lasciato una traccia che ha il suo posto nel corso degli eventi, nella memoria di ieri e nella proiezione futuribile di domani.

Messo in conto che molti esponenti religiosi sono, magari loro malgrado, divenuti carismatici e iconici, tanto da essere rappresentati praticamente ovunque e comunque, divenendo universalmente noti al pari di uomini di Stato, condottieri e mistici (Gesù Cristo, Maometto, Giulio Cesare, Augusto, Carlo Magno, santi, papi, eroine come Jeanne D’Arc, generali come Bonaparte e Garibaldi, eccetera, eccetera), esiste quella che forse non si può definire una “categoria” ben precisa di persone, ma che, negli ultimi centocinquant’anni lo è in un certo qual modo divenuta: si tratta degli autocrati, degli oligarchi, dei dittatori più modernamente intesi.

Le loro immagini sono le raffigurazioni del potere che hanno esercitato e che, in parecchi casi, è stato plasmato anche grazie alle loro paranoie evidenti o altrimenti dette manie o particolari caratterialità. Comunque la si voglia intendere, l’estrema ostinazione di un politico su un dato principio o su un preciso punto di programma non porta mai a conseguenze ottimali per un interesse collettivo e tanto meno per uno singolare. La fissità delle idee è sinonimo di dogmatismo, di insondabilità delle ragioni che inducono a credere che una data affermazione sia migliore di altre e, per questo, assuma un connotato etico privilegiato.

Proviamo a fare un esempio: nel momento in cui Adolf Hitler viene a contatto con l’antisemitismo (ce lo racconta lui stesso nelle pagine del “Mein Kampf“) conta indubbiamente il contesto sociale, civile, economico (per così dire “strutturale“) che vige in quel preciso momento; ma vale certamente anche tanto la sua disposizione mentale, il particolare percorso sincretico che si sviluppa senza che vi sia una eterogenesi di quei fatti che hanno, quindi, del tutto indipendentemente l’uno dall’altro contribuito alla conformazione di uno spirito malevolo nel futuro dittatore tedesco. Sembrerebbe quindi, date queste premesse, che dovremmo includere nel cammino storico dell’umanità anche gli accidenti, le casualità.

Ed è senz’altro così. Ma di per sé, anche l’incontro di Hitler con un uomo che vestiva un caffettano e portava dei capelli neri a riccioli non avrebbe avuto in sé e per sé il potenziale di sviluppare la peggiore delle tirannie conosciute fino ad allora e tutto quello che seguì all’instaurarsi in Germania del potere nazista se avessero dato il loro supporto alla paranoia hitleriana facoltosi imprenditori, sostenitori certi di trarre dall’ondata di revanchismo del movimento völkish un vantaggio, un privilegio rispetto ad altri concorrenti, passando sopra qualunque presupposto morale che, in effetti, non ha mai riguardato il capitalismo in quanto sistema dominante. Sta di fatto che la paranoia in molti leader politici è esistita ed esiste.

Più interessante addentrarsi nella ricerca dell’origine di questo fenomeno molto umano, facendolo anzitutto con un quesito: quanto conta la megalomania, la paranoia, l’ossessione, l’ostinazione assoluta nello sviluppo di una politica totalizzante, che non lascia spazio a nessun altro potere carismatico se non a quello di chi si fregia di essere il punto più alto di una Storia bimillenaria? Qui ce lo si domanda riguardo la figura di Adolf Hitler, ma un punto interrogativo di questa natura non è esclusivo e non riguarda solamente il capo del nazionalsocialismo.  Come non riconoscere che si può fare la stessa domanda nei confronti di un Donald Trump così come di un Vladimir Putin, oppure di un Xi Jinping o di un Kim Jong-un?

Come non riconoscere altresì che il quesito si adatta ai più negativamente eminenti dittatori novecenteschi: da Mussolini a Stalin, da Peron a Pinochet, da Salazar a Videla, da Franco a Pol Pot. Il ruolo giocato dal capo carismatico è quasi sempre una commistione di fattori che non dipendono solamente dal fascino della sua personalità. Tanto nell’acquisizione del potere quanto nel mantenimento dello stesso (forse anche di più in questo secondo caso) gioca un ruolo a dir poco fondamentale la credibilità del leader che, spesso e volentieri, è determinata dal tipo di afferenza che dimostra di avere con una lungimiranza che sorprende.

Nel 1932, dei tredici milioni di tedeschi che votarono per l’NSDAP (“Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei“, ossia il Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori“) una ristretta minoranza aveva potuto entrare direttamente in contatto con la figura reale del futuro cancelliere e presidente del Reich. La stragrande maggioranza lo aveva visto ritratto sui manifesti, fotografato sui giornali e ancora pochi ne avevano ascoltato la voce stentorea, muscolare, imperativa. Il carisma hitleriano era stato, almeno fino a quel momento sostenuto e creato in larga parte da una macchina propagandistica che, in un certo qual modo, lo aveva riplasmato, pur conformandosi alle sue caratteristiche originarie e, non c’è dubbio, originali. 

Di per sé qualunque carisma finisce con l’avvitarsi su sé medesimo se non è continuamente alimentato da un contorno di sostegni crescenti che contribuiscono così a renderlo uguale e nuovo al tempo stesso giorno dopo giorno. Senza una precondizione favorevole, frutto di una combinazione di fattori di cui si è già fatto cenno, nessuna singolare personalità potrebbe di per sé essere tanto forte da superare la prova del giudizio popolare, quindi un vasto sentire comune che è così largo quanto è fragile come terreno di supporto del potere. Oggi l’elettorato ti può premiare, domani può abbandonarti e farti tornare in men che non si dica all’opposizione o, peggio, decretare la tua scomparsa dalla scena politica.

Fino a che permane una correlazione tra quella che Max Weber definiva l'”autorità carismatica” e la “missione” che finisce per attribuirgli il vasto consenso popolare, è scongiurato il pericolo per il capo di venire messo da parte. Intorno a lui stesso regna un aura di riconoscimento di qualità eccezionali, letteralmente sovra-umane che, quindi, ne fanno l’interprete ora della volontà metafisica del divino, ora il predestinato da una sorte magari più laica ma comunque sacra in quanto non appartenente alla terrenità, alla stretta materialità delle cose e dei rapporti per l’appunto “comuni“.

Carisma e assolutismo si incontrano là dove inizia il principio di un potere che non può essere spartito con altri e nemmeno condiviso con assemblee legislative se non per mero formalismo di facciata, per potersi ancora accreditare presso quei potenti paesi democratici che, altrimenti, romperebbero ogni rapporto con le autocrazie o le dittature esplicitamente tali. Alla religione propriamente intesa, quella di una chiesa, quella per cui esiste una fede nel soprannaturale, nell’ultrattereno, nella vita oltre la morte, si affianca così un “culto” del capo che è, in tutto e per tutto, un cieco fideismo.

Una delle caratteristiche più pregnanti della seduzione esercitata dal nazionalsocialismo su grandi masse di persone e, in particolare, sulle giovani generazioni, è rintracciabile in quella che anche Hannah Arendt aveva descritto compiutamente come la vacuità in cui si situava la più abietta “banalità del male“. Il nazismo era riuscito ad incamerare i consensi di vasti strati popolari così come di élite di intellettuali: accademici, scienziati, sociologi, esimi esperti del diritto finiti tra le grinfie di un regime che negava l’importanza di una pluralità delle idee e che richiedeva l’assoluta obbedienza al “Führerprinzip” (“Principio del Capo” o, se si vuole, “Principio del Duce“, per quanto questo termine appartenga indubbiamente di più alla romanità e, dunque, alla sua moderna traduzione e volgarizzazione fascista).

Ed era riuscito in questa opera di amalgama delle più grandi diversità di carattere sociale, civile e culturale proponendo una visione indefinibile di futuro a cui ognuno era libero, nell’affidarsi completamente alla figura del capo, di dare il significato che più gli risultava familiare, confacente, condivisibile in una declinazione esclusivamente singolare entro una partecipazione fattiva ad un processo di ridefinizione globale di una società che era, fino a poco tempo prima, vissuta nell’Impero bismarkiano e nella traballante Repubblica di Weimar. Ci si domanda, proprio sulla scorta della definizione weberiana di “autorità carismatica“, quanto sia stato influenzante Hitler nei confronti del popolo e quali altri elementi abbiano giocato nel favorire il passaggio legale, parlamentare dalla democrazia alla dittatura.

Può essere una risposta a queste domande il presupporre che molte persone, inconsciamente, siano state attratte da una sorta di “ego ideale“? Può essere, indubbiamente, visto che stiamo trattando di una molteplicità di fattori che hanno concorso a quel particolare passaggio storico che, nel momento della sua più stringente attualità, non dava adito a molti di poter essere pensato come una delle più grandi tragedie mai conosciute nel cammino dell’umanità. Ed è proprio per questi motivi che, premesso che è sempre molto difficile riconoscere le torsioni antidemocratiche entro i perimetri ipocriti delle dittature che seguono il solco delle democrazie medesime, l’attenzione va mantenuta piuttosto alta.

La dualità tra riconoscimento personale nell’Ideale e, più ancora, nel Capo con la ci maiuscola e viceversa (del Capo con ogni singolo e con la totalità della massa), è la sostanziale conformistica conformazione ad un fluire massivo di identità che si perdono nella sintesi leaderistica: nel Führer vivono quindi le aspirazioni di ciascuno e di tutti e in ciascuno e in tutti vive la rappresentazione di una perfezione nazionale che è identità a tutto tondo, senso pratico e postulato primo di un significato esistenziale che non ha nemmeno bisogno di Dio per essere e per divenire.

Se il carisma conosca una scala di valori è difficile poterlo dire. Ma molti esempi novecenteschi dovrebbero aiutarci in questo caso a tentare di formularne una: per avere ancora maggiori probabilità di non incappare più in quegli inciampi così tragici dalle cui cadute è davvero difficile potersi rialzare e soprattutto dire: «Non mi sono fatto niente».

MARCO SFERINI

2 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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