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Guerre e pace

Truppe americane e anacronismi europei

Il parziale ritiro dei soldati americani di stanza in Europa deciso da un risentito Donald Trump vorrebbe presentarsi come una specie di sanzione. Nella sostanza si tratta per ora di ben poca cosa: cinquemila militari sui 36mila dispiegati in Germania.

Il valore simbolico della decisione è invece piuttosto rilevante. La massiccia presenza delle forze statunitensi nella Repubblica federale del dopoguerra è stata un elemento determinante del suo paesaggio, della sua cultura e della sua stessa identità. Il segno ben visibile di una protezione, una dipendenza, una affinità ideologica e di costume, per così dire “costituenti” del paese più americano d’Europa.

Il paese che un muro, la cortina di ferro e un’ostilità esibita ad ogni occasione, separava da quello più sovietico: l’altra Germania. Una tutela, quella delle forze americane sulla Bundesrepublik che fu ben più anticomunista che antifascista, avendo scelto quasi subito di rimettere al lavoro il personale politico-amministrativo del terzo Reich. In quel paese sarebbe stato inconcepibile un grande Partito comunista come in Francia o in Italia. Per costruire le sue credenziali occidentali e democratiche la Germania doveva farsi americana prima ancora che europea.

È dunque a partire da questa storia che l’impatto delle mosse antieuropee di Donald Trump e il suo dissidio con il governo di Berlino devono essere valutati. Tenendo conto di una minacciosa eventualità e cioè che una Germania non più americana possa evolvere in direzione nazionalista piuttosto che europea, per giunta con la paradossale benedizione e la sotterranea ingerenza di un governo di Washington in guerra contro l’antifascismo. L’attuale forza dell’estrema destra di Afd, e i cedimenti democristiani nei suoi confronti, non fanno che accreditare sempre di più questo inquietante scenario.

Quanto alla presenza militare degli Stati uniti in Europa è del tutto evidente che nessuna amministrazione americana vorrà mai rinunciarvi. Si tratta infatti di una rete di basi essenziali per operare in tutto il Medio oriente e l’Asia centrale. L’intenzione di Washington è solo quella di ridurne i costi e razionalizzarne la struttura in conseguenza di una situazione completamente mutata dai tempi del Risiko giocato durante la guerra fredda. Peraltro con un certo ritardo sulla fine, ormai lontana, dell’«impero del male».

Da un pezzo le forze americane in Germania, Italia e Spagna non servono più a proteggere l’Europa. E da che cosa del resto? La Russia postsovietica sarebbe stata civilizzata (in realtà inselvatichita) dal mercato. E per quale ragione il suo attuale regime neozarista dovrebbe invadere o sottomettere un pezzo di continente del tutto privo di materie prime e vasti territori, nonché abitato da popolazioni bizzose e piantagrane con il quale si possono invece intrattenere fiorenti rapporti d’affari?

Fino ad oggi nessun argomento razionalmente convincente del perché la Russia dovrebbe aggredire l’Europa occidentale è stato mai formulato. Se non la propensione alla guerra come puro e semplice strumento di autoconservazione di un potere personale e narcisista. Una spiegazione sproporzionata. Spiritualista e insufficiente al tempo stesso.

Da molti anni le basi americane in Europa sono invece concretamente servite da appoggio alle guerre che Washington ha combattuto in Afghanistan, in Iraq e oggi in Iran, con molti problemi e nessun vantaggio per l’Unione europea. E a questa funzione di «polizia internazionale» a guida americana si cerca ora di riconvertirle definitivamente.

Diversamente, la spinta al riarmo, peraltro su base essenzialmente nazionale, dei paesi europei appare del tutto fuori dalla storia come una banale questione di vasi comunicanti: se la componente di armi e di investimenti statunitensi diminuisce, allora quella europea deve aumentare per mantenere il livello di difesa richiesto a suo tempo dalla guerra fredda, che rappresentava comunque un modello di contrapposizione ben più profondo e strutturalmente radicato dell’attuale aggressività imputata alla Russia di Putin.

L’anacronismo europeo, affezionato a quel vecchio scenario, si spinge fino al punto da riesumare strumenti di età napoleonica come la leva obbligatoria e a rilanciare la nefasta ideologia che lega ogni garanzia di libertà in primo luogo alla potenza militare. Quest’ultima dovrebbe proteggere, come deterrenza o come intervento preventivo, dalle presunte minacciose mire di altre potenze. Unico elemento materiale in questo mare di funeste supposizioni e di spaventapasseri è la speranza che lo sviluppo dell’industria bellica possa rilanciare l’economia e rimpinguare i profitti.

A ben vedere dalla Russia a Israele, dall’America di Trump al fervore militarista dell’Unione europea e della Germania di Friedrich Merz in particolare, è sempre come risposta a una minaccia incombente che l’inclinazione bellicista e la militarizzazione della società vengono giustificate. Ma sappiamo ormai per lunga esperienza che la libertà viene piuttosto sacrificata a quel potere armato, o in via di armarsi, che pretende di proteggerla prevalentemente in chiave nazionalista.

Da questi temibili protettori solo il conflitto tra governanti e governati, tra democrazia e oligarchia può avere il potere di difenderci. Solo il conflitto, che converrà chiamare di classe, tra chi dalla guerra trarrà i profitti e chi invece ne pagherà i costi.

MARCO BASCETTA

da il manifesto.it

foto: elaborazione propria

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