Marco Sferini
Trumpismo e muskismo, competizione interna e riflesso globale
Osserva oculatamente David Harvey che, nel sistema capitalistico, il neoliberismo si è affermato come estrapolazione del peggio di un regime che intende mettere tutto sotto controllo, perché il principio primo dell’accumulazione risiede nello sfruttamento di ogni bene, di ogni cosa, di ogni individuo (animale umano o non umano che sia) e, dunque – ne conclude – che obiettivo essenziale, imprescindibile e inderogabile è la gestione assoluta tanto della domanda quanto dell’offerta.
Si è sempre trattato, almeno in questa fase dell’epoca chiamata “moderna“, di un progetto sviluppato da una piccolissima élite di persone che, proprio perché rappresentava la stragrande maggioranza dei capitali e, quindi, della ricchezza globale, ha avuto, via via, la piena gestione dell’economia planetaria. Ai tempi del G8 di Genova lo slogan era: «Noi 6 miliardi, voi G8». Si riferiva certamente al potere degli Stati che rappresentavano, tuttavia, i privilegi delle cosiddette “classi dominanti” o “poteri forti“.
L’epoca attuale, per capirci quella della “guerra dei dazi” inaugurata da Donald Trump, tenta un nemmeno tanto sicuro salvataggio di un primato statunitense in un multipolarismo che ha, dal 2001 in poi, fatto tanta strada e rovesciato il bipolarismo tra Occidente e URSS prima e l’unipolarismo di Washington in seguito. I trent’anni a cavallo tra la fine del Novecento e i primi due decenni del nuovo secolo e millennio hanno rappresentato proprio un grande sommovimento, una trasformazione davvero epocale del sistema capitalistico.
Dopo la crisi del biennio 2007-2008, ci si rende conto, seppure con grande lentezza analitica, che ad uscirne malconci non sono i megaricchi, ma le classi popolari, il proletariato diffuso delle zone più depresse del pianeta; ne viene compromesso anche il rapporto tra USA ed Europa, a tutto svantaggio della seconda e la domanda che molti si ponevano se davvero si fosse trattato di un attacco al potere capitalistico è andata piano piano scemando, perché è divenuto chiaro che il sistema non solo non era finito, ma aveva imparato come rilanciarsi.
Il mutamento del capitalismo si è strutturato molto baroccamente sul precetto liberistissimo: «Mai lasciare che una buona crisi vada sprecata!». Qualcuno ha ritenuto che il ruolo dello Stato potesse, a quel punto, essere messo in discussione e che la struttura economica e finanziaria ne potesse fare a meno, lasciando ai capitalisti stessi la gestione delle questioni istituzionali e dei rapporti sociali, politici, civili… Ma si sbagliava. Ed allora sono sorte altre domande: su fino a dove potesse spingersi il mercato.
Forse la risposta poteva essere più semplice di quello che si potesse allora, ma anche oggi, ritenere e pensare: il mercato si spinge e si spingerà naturalmente (leggasi: seguendo la sua natura) fino là dove potrà sempre e soltanto sfruttare, accumulare e ridurre il regime concorrenziale creando sempre minori contrasti tra i capitalisti stessi o, per meglio dire, tra le concentrazioni degli stessi, i cartelli che si formano e si disfano, si compongono e si scompongono con una impressionante velocità borsistico-affaristica. Trump, esattamente, che cosa vuole? Bisognerebbe essere nel vuoto pneumatico della sua testa per saperlo.
Tuttavia il presidentissimo non è uno sciocco. Tutt’altro. Senza dubbio è un facilone, uno abituato a comperare tutto quello che i soldi possono comperare: quindi anche la fedeltà, forse soprattutto quella. Ma accade anche che, appena sette mesi dopo il suo reinsediamento alla Casa Bianca, il suo migliore e più fedele miliardiario di sempre lo abbandoni per fondare un nuovo soggetto politico: l'”America Party“. Non c’è incertezza alcuna sul fatto che entrambi, seppure da lati e punti di partenza differenti (ma non contrastanti) perseguano lo stesso obiettivo: il rafforzamento del liberismo spinto.
Ma il trumpismo, a differenza del muskismo, ha messo radici su una rappresentanza politica storica, ha trasformato il Partito repubblicano e ha cercato, così, di darsi una parvenza di costituzionalismo pur essendo il più incostituzionale e sovversivo movimento antidemocratico che si ricordi a far data da fenomeni più ridotti (ma ugualmente potenti) come il suprematismo bianco del Klan o la scuola di Chicago e i grandi teorici del mercato a tutto spiano in America per esportarne i disastri nel resto del mondo e ricolonizzarlo ancora una volta.
Se l’obiettivo di Trump è l’affermazione di un proprio personale potere nei termini di una sostenibilità con il resto del mondo capitalistico nordamericano, quello di Musk appare come il tentativo di offrire una alternativa per ripicca ma, non di meno, per interesse: l’uomo più ricco al mondo vuole rimanere tale e vuole soprattutto non smarcarsi da un rapporto stretto con quello Stato che proprio gli iperliberisti come lui (e come il presidentissimo) tengono in grande considerazione quale strumento di espansione dei propri privilegi assoluti.
La teorizzazione dell’unilateralismo statunitense, del poter fare da soli senza il bisogno di altri, di potersi nuovamente imporre al resto del mondo, minacciando persino l’intera (o quasi) compagine dei BRICS (che, per quanto possano sembrarlo, non sono una alternativa antioccidentale nel senso anche di anticapitalista), è uno dei presupposti del movimento MAGA che, lo si voglia o no, rappresenta oggi negli States una declinazione del tutto differente dal passato del repubblicanesimo.
La conquista del “Grand Old Party” è il risultato di un sincretismo tra disperazione sottoproletaria e della classe media americana, megalomania trumpiana e necessità del capitale di rimodellarsi su un piano tutt’altro che inclinato per affrontare le moderne sfide proprio di quel multipolarismo di cui farebbe volentieri a meno. Il tonfo del mercato obbligazionario a stelle e strisce dopo l’annuncio plateale del “giorno della liberazione“, mediante l’imposizione di esorbitanti dazi al resto del mondo, ha indotto a domandarsi quale fosse l’atteggiamento dei creditori verso la Casa Bianca.
Più che davanti ad una disputa globale sul terreno monetario, ci troviamo ancora una volta in presenza di una lotta commerciale, fatta di grandi catene di distribuzione, di sfruttamento delle risorse primarie e di espansione dei profitti a scapito – nemmeno a dirlo! – delle reti di protezione sociale messe sopravvissute (molto malamente) alla fase neoliberista apertasi negli anni Settanta del secolo scorso e trascinatasi fino ad oggi tra contese regionali e globali al tempo stesso.
Nel momento in cui Trump appare fuori controllo, preda del demone del dazio a tutto tondo, i mercati lo rimbrottano, lo redarguiscono e lo fanno rientrare sempre entro certi ranghi che, persino gli odiati europei della Commissione di Ursula von der Leyen, definiscono come “sostenibili” e “compatibili” tra le due sponde dell’Atlantico. Il fronte protezionista statunitense, tuttavia, non pare fermarsi: al programma di governo si unisce, per l’appunto, la tutela massima dei privilegi dei ricchissimi presenti alla cerimonia di incoronamento di un re che l’America non vuole.
Mentre l’Europa si getta mani e piedi nel riarmo, che pare sempre più una contromossa bilaterale (bellica verso Est, economico-politica verso Ovest), il trumpismo punta su un estorsionismo commerciale globale che è, fatte alcune debite eccezioni ed esclusioni per paesi amicissimi come il genocida Stato israeliano, il metodo politico per impedire che la prepotenza cinese e gli altri assi del capitalismo continentale si avvantaggino troppo in un momento di oggettiva difficoltà per l’economia americana. La Cina, per quanto comunista possa dirsi, ha dimostrato di essere un grande mercato liberista.
Lo ha dimostrato nei confronti tanto dell’Africa quanto dell’Europa. Lo ha fatto mettendo da parte qualunque pregiudiziale presuntamente ideologica, tenendo relazioni buone tanto con la Russia quanto con la UE e non disprezzando affatto un rapporto privilegiato con l’India, con i paesi del Mercosur e con tutto un parterre di Stati africani che sono, anche grazie agli investimenti di Pechino, in rapido sviluppo ma solo e soltanto per le classi medio-alte al loro interno. La strategia cinese non è aggressiva come quella di Trump, ma punta ad un risultato uguale e contrario.
Mentre il magnate-presidente fa ricorso a dazi che definisce, molto sfacciatamente (ma altrimenti non si tratterebbe di Donald J. Trump…), delle “reciproche tariffe” per determinare un disequilibrio a proprio favore nella contesa più generale tra i poli emergenti, la Cina procede con la cosiddetta “doppia circolazione” per istillare un equilibrio, invece tra la propria economia interna e quella esterna. L’obiettivo di Pechino è ridurre la dipendenza del Paese del Drago dalle esportazioni, favorendo il mercato nazionale, alleggerendo la sofferenza sociale e continuando a mandare all’estero ingenti capitali.
Si tratta, oggettivamente, tanto per Trump quanto per Xi, di premesse che antepongono le relazioni mercatiste tra i paesi ma che sono solamente la premessa strutturale per una costruzione sovrastrutturale di accordi politici che stabilizzino gli scambi, le influenze vicendevoli e determinino anche un perimetro di azione nelle differenti sfere di influenza che intendono occupare nel mondo. Mentre l’Europa è troppo debole per un confronto di questa natura, la Cina, che si può permettere questo ed altro, ha ormai i connotati, insieme anche alla Russia, di competitore mondiale per Washington.
Le lettere di annuncio dei dazi sono delle minacce preventive, degli avvisi alla “uomo avvisato, mezzo salvato“. Ad alcuni paesi Trump chiederà sottomissione; a quelli in grado di giganteggiare con gli States, chiederà, con percentuali di minori tasse doganali, di addivenire ad accordi di “libero” scambio che siano vantaggiosi e che, basandosi anche sulle attuali conflittualità regionali, determinino quindi una compensazione utile anche in questo senso.
Il cinismo modernissimo del liberismo utilizza qualunque tragedia (come del resto ha sempre fatto il capitale in quanto forza rivoluzionaria e conservatrice al tempo stesso) per ristrutturarsi e per tentare l’impresa impossibile di superare la crisi eco-sistemica a livello planetario. Il punto di rottura è qui tra noi. Quello di non ritorno è imminente. Trump, Musk, Xi, Putin e molti altri leader dei grandi centri di protezione del profitto e della fintamente libera concorrenza ci costringono a subire gli effetti di una trasformazione devastante.
Ma, proprio perché lo Stato non è scomparso, può essere diversamente impiegato, come mezzo di condizionamento dei processi interdipendenti tra società, economia, ambiente e cultura, per rimodellare molte delle storture oggi evidenti e tuttavia negate da un comportamento individuale e collettivo che rifiuta di associare la modernità al disastro. Non il progresso lo è, ma il modo in cui lo si utilizza e lo si continua ad alimentare. Alla sinistra mondiale tocca battere un colpo. Che non si sente ancora.
MARCO SFERINI
8 luglio 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria














