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Americhe

Trump, Maduro e noi europei

L’impensabile è avvenuto. L’aspirante Nobel per la pace, colui che non doveva iniziare le guerre ma fermarle, ha ordinato l’aggressione a un paese che non rappresenta alcuna minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e ne ha catturato il presidente divertendosi poi a mostrarlo ammanettato sul social Truth. Il culmine di un’offensiva iniziata quattro mesi fa con i raid contro le imbarcazioni di presunti narcotrafficanti e proseguita con la chiusura dello spazio aereo, il blocco navale e l’attacco a un’infrastruttura portuale.

Alla faccia della sicumera di chi prevedeva a beneficio europeo meno guerre grazie a un presidente isolazionista, in un solo anno Trump ha bombardato unilateralmente e pressochè ignorando il Congresso, Iran, Siria, Afghanistan, Somalia, Nigeria e Venezuela, confermando che la storia dell’interventismo statunitense è una storia di violazioni dei diritti umani, rapina economica, povertà e non certo di emancipazione.

L’elenco delle azioni delittuose è lungo e variegato: la violazione della proibizione, nell’art. 2 della carta dell’Onu, dell’uso della forza contro uno Stato sovrano, qualificato come crimine di aggressione dall’articolo 5 dello statuto della Corte Penale Internazionale; l’assassinio di almeno 100 persone che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti sul Parlamento del Venezuela e sul palazzo del governo, la violazione della Costituzione degli Stati Uniti, il cui primo articolo, nella sezione 8, affida le decisioni in materia di guerra al Congresso, il quale invece non è stato neppure informato.

È la proclamazione di una capacità militare senza uguali, diretta al resto del mondo, che si fonde con l’orgoglio personale di aver saputo mobilitarla e guidarla come vari predecessori non hanno saputo fare: dall’invasione di Cuba autorizzata con scarsa convinzione da Kennedy nel 1961, alla mal pianificata e sfortunata spedizione di Carter contro l’Iran (1980) o alla rinuncia di Obama a colpire il dittatore siriano.

Pretestuosa è la giustificazione, o meglio spiegazione (a Trump non interessa giustificare le sue azioni): quella della lotta al narcotraffico, contraddetta dalla grazia recentemente concessa all’ex presidente dell’Honduras, Hernandez, condannato a 45 anni per quel reato nel 2024.

A prima vista, dunque, l’attacco al Venezuela si presenta come una tipica operazione di regime change, condotta secondo lo schema al quale altri presidenti americani ci hanno abituati: polarizzazione su un singolo leader demonizzato (Saddam Hussein, Muammar Ghaddafi, ecc.), impiego di ingenti mezzi militari e di intelligence per catturarlo o liquidarlo, idee poco chiare sulla transizione a un nuovo regime. L’ipotesi più accreditata è quella di una rinuncia ad abbattere il regime chavista in cambio del controllo sulle risorse petrolifere e gasiere.

Cina e Russia non mancheranno di cogliere il messaggio principale: ognuno dei tre Grandi esercita il suo dominio sulla propria sfera di influenza. Non si impediranno dunque a Mosca, come già si è visto, di dettare le sue condizioni all’Ucraina, nè gli appetiti della Cina su Taiwan.

In cima alle reali motivazioni dell’attacco al Venezuela figura, accanto ad un dichiarato progetto egemonico, la volontà altrettanto esplicita di mettere le mani sugli idrocarburi di cui è ricco quel Paese, in linea con la cupidigia mostrata nei mesi scorsi verso le risorse naturali dell’Ucraina, della Groenlandia e dell’Artico. Non per garantirsi approvvigionamenti di cui gli Stati Uniti non hanno bisogno (sono esportatori di energia), ma per appropriarsi di un fattore di potenza e una fonte di reddito.

Vi si mescola l’interesse a garantirsi, in vista delle prossime elezioni, generosi contributi delle compagnie petrolifere, promettendo loro di far ottenere lauti indennizzi per nazionalizzazioni e confische subite vari decenni addietro e lo sfruttamento degli impianti di estrazione. Ricordiamo che l’industria petrolifera di Caracas fu nazionalizzata non da Hugo Chavez o da Maduro ma da Carlos Andreas Pérez, il migliore amico degli Stati Uniti, nel 1975.

Venendo al quadro economico, gli Usa sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta ad esplodere per i dazi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.

Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse per rianimare l’economia interna, affiancandola ai dazi, e imporre al mondo acquisti del loro debito, coperto dalle risorse delle terre “colonizzate”, spaventando fra l’altro le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia, l’unica a cui Trump può puntare.

L’aspetto più penoso della vicenda è stato il sostanziale silenzio dell’Unione Europea e dei suoi stati membri. Un simile servilismo si nutre della speranza di ricevere un trattamento di favore da parte di Trump quindi accettando fino in fondo il ruolo di servo sciocco, solerte a fornire risparmi e capitali, a pagare dazi e armi e a non tassare i servizi americani. Trump naturalmente disprezza e usa questa Europa nella certezza che il vecchio continente accetti tutto, persino la guerra.

L’Italia, sempre un passo avanti, attraverso le dichiarazioni della presidente Meloni, giustifica la guerra Usa perché difensiva contro la guerra ibrida di Maduro contro gli Stati Uniti! E’ chiaro invece che tali comportamenti e dichiarazioni aprono invece le porte a una guerra continua; qualsiasi potenza militare voglia impossessarsi di un territorio può farlo, accusandolo di propaganda, di narcotraffico o di quant’altro.

Di passaggio, secondo l’ufficio contro la droga e il crimine dell’ONU, il Venezuela non è un paese produttore né di cocaina né di Fentanyl ma al massimo un territorio di transito della cocaina peraltro diretta principalmente all’Europa. Riguardo l’oppioide sintetico Fentanyl in arrivo negli Stati Uniti, questo proviene in larga parte dal Messico.

Sia pure con lo scontato appoggio diretto della Destra latino-americano più dura, da parte del presidente argentino Milei e del presidente dell’Ecuador Daniel Noboa che di Narcos se ne intende, visto che la gran parte della cocaina che arriva negli Stati Uniti viene proprio dal suo paese, spesso insieme ai carichi di banale di cui la sua ricchissima famiglia è il massimo esportatore nazionale, un’operazione militare extraterritoriale, senza nessun tipo di mandato di un qualche organismo internazionale, resta illegale anche se il bersaglio è un dittatore.

Lo era quella in Iraq contro Saddam Hussein, come lo era quella in Afghanistan contro i Talebani. Il diritto – e quello internazionale non fa eccezione – non si applica discrezionalmente e questo non significa in nessun modo né rimanere indifferenti né tantomeno avallare regimi autoritari.

Visto che molti considerano l’appello alla legalità un ingenuo esercizio da anime belle, mentre invece pare che oggi debba prevalere solo il sedicente “realismo” politico, aggiungiamo: il rispetto del diritto internazionale non è solo un principio di giustizia; è una garanzia di sicurezza per tutti. E non serve chissà quale capacità di analisi per capirlo, basta ascoltare gli autocrati e prenderli sul serio, da Trump a Putin. Non erano passate neanche 48 ore dall’attacco al Venezuela che il presidente degli Stati Uniti ha minacciato, tra gli altri, anche la Groenlandia.

Per l’Unione Europea difendere il diritto internazionale senza doppi standard è una questione di sopravvivenza. L’Europa non è una potenza militare. L’unico vero capitale politico che le resta è il diritto. Rinunciare a questo significa rinunciare a qualunque ruolo autonomo nello scenario globale ed esporsi (ancora più di quanto già non siamo) al rischio di essere fagocitata dai nuovi imperialismi che soffiano da est e da ovest.

Mai come oggi sarebbe perciò necessaria, per fermare questa deriva, una reazione istituzionale, senza la quale il diritto internazionale cesserà di esistere: anzitutto l’incriminazione di Trump, come già quella di Putin e quella di Netanyahu, da parte della Corte Penale Internazionale, i cui membri sono stati più volte, aggrediti, minacciati e pesantemente intimiditi; in secondo luogo una condanna politica, decisa a maggioranza, da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, oltre che di tutti i paesi che ancora credono nelle ragioni del diritto; in terzo luogo la mobilitazione in tutto il mondo delle forze pacifiste e, più semplicemente, di tutte le persone civili.

L’impunità del crimine, la sua passiva e spaventata accettazione, la sottomissione alla sua violenza e prepotenza equivalgono sempre alla sua legittimazione. Non c’entra tanto il giudizio su cosa ha fatto Trump, che per fortuna ha lasciato molti almeno interdetti, ma il criterio con cui si definisce cosa e chi sia democratico e cosa e chi non lo sia.

Bisognerebbe rimettere in circolazione il bel documentario inglese girato nel 2002 a Caracas a partire dal momento in cui il presidente in carica viene arrestato nel palazzo di Miraflores. Poi le immagini della schiera dei golpisti trionfanti: i rappresentanti della Confindustria, la petrolifera PDVSA, i sindacalisti corrotti e strapagati, un’estesa burocrazia, autorità ecclesiastiche di alto livello, signore della borghesia con il cappellino, una schiera di ambasciatori occidentali.

Infine, a valanga, le immagini del popolo che scende giù dai barrios sulle colline, una folla incredibile, disarmata ma talmente estesa che dopo tre giorni i golpisti sono costretti a cedere e a liberare il presidente incarcerato. il film sembra un affresco di Diego Rivera, l’epopea del popolo nel palazzo del governo di Città del Messico. Maduro certo non è Chavez, non ha la sua capacità, la sua cultura. È vero che ha preso misure antidemocratiche, non perché ha cambiato l’impianto costituzionale ma perché è ricorso a decreti e ha proceduto ad arresti illegittimi.

Interrotta la vita dal cancro che lo stroncò prima ancora che compisse 60 anni, Chavez stesso fece alcune autocritiche: innanzitutto non esser riuscito ad avviare un progetto di sviluppo economico del paese per concentrarsi sulla spesa sociale, quella destinata a garantire al popolo dei barrios l’istruzione, la salute, il potere. Perché, diceva, a me interessa in primo luogo il capitale umano. In realtà la sostanza del progetto economico c’era. L’idea era creare un mercato comune che abbracciasse tutto il continente meridionale, come aveva fatto l’Europa.

Ben più efficace dell’Unione Europea – scrisse l’economista brasiliano Theotonio Dos Santos – perché si trattava di una comunità corrispondente a un’identità politico culturale fondata su un dato storico e geografico molto più forte di quello della UE: l’aver sofferto tutti, ugualmente, della colonizzazione spagnola e portoghese, poi americana. Questo progetto è il peccato originale che gli Usa non perdonano, quello che mette loro paura e che Washington definisce la “pericolosa minaccia venezuelana alla sicurezza nazionale degli Stati uniti”.

Se è a questa gara di democrazia che vogliamo partecipare, dovremmo riflettere su una questione decisiva: perché a partire da un certo momento c’è stata nella repubblica bolivariana del Venezuela un crescendo di violazione dei diritti? Tra i commentatori, nemmeno uno che ricordi l’embargo omicida imposto dagli Stati uniti, misure pesantissime per un paese pur ricchissimo di materie prime ma con una struttura economica elementare, priva della possibilità di fornire quanto è indispensabile alla sopravvivenza di un popolo.

Cibo, innanzitutto, visto che il petrolio non si mangia. Peggio ancora l’embargo sui medicinali, un ingiustificato atto di una guerra che ha massacrato il paese: una Ong americana ha denunciato la morte di almeno 40mila venezuelani per mancanza di farmaci che avrebbero potuto salvarli. Questa vera e propria strozzatura del paese, analoga a quella imposta da 65 anni a Cuba, ha ovviamente prodotto malavita e ha incoraggiato l’emigrazione. E allora, giusto denunciare i molti errori che nel gestire questa situazione sono stati fatti da Maduro, un leader inadeguato a una situazione così difficile, ma pesa il disinteresse che il nostro egoismo occidentale produce per tutto quanto non ci colpisce direttamente.

L’uomo forte del nostro tempo debole non ha una visione strategica di medio-lungo periodo. La modalità d’azione ormai riconoscibile è tenere tutti sulla corda – negli Stati Uniti e nel mondo – in un mix d’imprevedibilità e di sfide sfacciate alle regole in metodo di governo. Viviamo tempi sbrigativi senza bisogno di simulare legittimità. L’operazione su Caracas è l’equivalente delle operazioni delle squadre dell’ICE, quelle che piombano su quartieri o fabbriche arrestando i presunti clandestini e deportando le sue vittime in altri continenti in violazione della Costituzione e della decisione dei giudici in uno scenario da guerra civile.

Il contesto internazionale amplifica ulteriormente il peso del dibattito interno statunitense. Di fronte all’inerzia e alla frammentazione europea, perfino in presenza della minaccia di conquista di un pezzo importante del suo territorio, la Groenlandia, sono le dinamiche interne a diventare il principale fattore di contenimento democratico di un’amministrazione sempre più autocentrata e irresponsabile. Paradossalmente la longa manus della Neo America potrà essere prima limitata e poi spazzata via solo dalla volontà popolare degli stessi americani che hanno eletto la loro peggiore amministrazione di tutti i tempi.

LUCA PAROLDO BONI

27 gennaio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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