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Marco Sferini

Trump e Netanyahu, mani e piedi su tutto il Medio Oriente

I tempi delle guerre sono variabili dipendenti da molti fattori: gli approvvigionamenti, il livello di preparazione degli armamenti, delle truppe, la loro dislocazione nei pressi dei teatri tragici in cui si dovranno tenere i conflitti. Ma non sono solo queste tempistiche ad essere molto elastiche: molto dipende anche dalla strategia di lungo termine che si intende adottare unitamente ad una tattica di medio-breve periodo in cui si esplicano, in pratica, le premesse delle mosse successive. Così, quando il 13 giugno del 2025 si è concretizzato l’attacco all’Iran da parte di Israele, a cui è seguito dal 22 dello stesso mese l’impegno statunitense sulla medesima scia offensiva, si è pensato che fosse giunta l’ora della resa dei conti finale con la Repubblica islamica degli ayatollah.

Un bel po’ di commentatori osservava che era venuto il tempo del cosiddetto “regime change“, quindi del cambio di regime, della fine della dittatura teocratica e dell’inizio di un nuovo governo di segno opposto, spacciato come democratico e pensato da Washington come una nuova, ennesima appendice statunitense, un nuovo proconsolato ma questa volta tra Medio Oriente e Asia. La politica estera di Donald Trump muove nella direzione delle sostituzioni ai vertici dei paesi che gli interessano per poterne acquisire il controllo: indirettamente sul piano amministrativo, direttamente su quello economico e finanziario. Se ne è potuta avere chiarissima constatazione con la questione venezuelana. Le minacce recenti a Cuba confermano questa impostazione: sostiene il presidentissimo che vorrebbe un accordo con L’Avana per poterla acquisire.

La Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Alì Khamenei

Tutto si può comperare a questo mondo. E visto che a Trump i sentimenti non interessano, per lui si può acquistare davvero ogni cosa. A cominciare dalla “collaborazione” dei nuovi governanti di nazioni che devono diventare amiche della Repubblica stellata per espanderne il dominio imperialista sul mondo. Se poi gli interessi vengono coincidendo, come nel caso della questione israeliana in seno al grande problema mediorientale, alla polveriera che è divenuta quella regione a partire dalla seconda metà del Novecento, incendiandosi sempre più con conflitti lunghissimi e con risoluzioni mai veramente definite dopo la loro fine, allora il partenariato imperialista è il punto su cui poggia la ridefinizione anche globale degli interessi vicendevoli. È probabile che Netanyahu e Trump avessero puntato tutto sulla riuscita delle rivolte popolari del gennaio scorso.

La repressione feroce della criminale cricca teocratica di Teheran è riuscita a domare le sollevazioni di piazza, per quanto si sia davvero arrivati ad un passo dalla deposizioni degli ayatollah e dell’instaurazione di un nuovo modello di repubblica o, visto che le disgrazie non vengono mai sole, di una nuova monarchia magari con a capo l’erede della famiglia imperiale Pahlavi. Alle sette e mezza di questa mattina, 28 febbraio 2026, Israele ha portato un attacco vasto su gran parte delle città iraniane più popolose, contro la stessa capitale: sono stati colpiti edifici in cui si trovano le caserme dei Pasdaran, uccisi molti uomini delle forze di sicurezza e, secondo quanto riferiscono le prime agenzie, anche alcuni alti rappresentanti delle guardie rivoluzionarie del regime.

La risposta non si è fatta attendere: primi lanci di missili verso Israele e un attacco anche contro la Quinta Flotta americana di stanza in Bahrein. Così, dopo la Guerra dei Dodici giorni del giugno scorso, si apre un nuovo capitolo di una guerra che non è mai finita, perché l’obiettivo che si erano dati Netanyahu e Trump non era oggettivamente stato raggiunto. Ora è ancora più chiaro rispetto a poco meno di un anno fa. Il presidente americano lo ha detto chiaramente nel discorso che ha rivolto prevalentemente all’interno della nazione, mentre il leader israeliano lo ripeteva al suo popolo: questi attacchi dureranno giorni e giorni e mirano a permettere agli iraniani di riprendere le proteste, di scendere nelle piazze e sbarazzarsi degli ayatollah. Ma di tutto si tratta tranne che di un sincera ispirazione democratica, di una voglia di libertà per il popolo erede degli antichi persiani.

Se il regime teocratico retto da Khamenei crollerà, al suo posto non si porrà un governo democratico per il semplice motivo che non potrà essere realmente indipendente rispetto agli interessi dei paesi che oggi si mostrano interessatissimi amici di un vento di liberazione, di una nuova esportazione di un pluralismo di idee, di pensieri e di giustizia sociale che loro per primi negano tanto in Israele quanto negli Stati Uniti d’America. Il trumpismo è, lo si può affermare con una sempre minore approssimazione, un vero e proprio fenomeno politico criminale: sovverte gli equilibri interni tra i poteri costituzionali, si intromette con la violenza nelle politiche degli Stati che vuole subordinare a sé e fa leva su un feroce liberismo per acquisire il controllo economico e finanziario di sempre più vaste porzioni di pianeta.

La questione mediorientale diviene così, più ancora oggi rispetto a pochi mesi fa, un ginepraio da cui sarà complicatissimo uscire: tenendo conto che l’allargamento alla guerra regionale non è solo un ipotetico paventamento, ma un concretissimo pericolo vista l’instabilità siriana, le conflittualità interetniche, quelle ovviamente economiche, la gravissima crisi di Gaza e della Palestina (tutt’altro che nella direzione della pace, se non per quell’agglomerato di indecenti, cinicissimi affaristi riuniti nel Board comandato niente meno, vita natural durante, da Trump) e, non di meno, i conflitti tra Turchia e curdi, il contesto caotico del Libano, le guerriglie civili yemenite. Ed, infatti, proprio dagli Houthi è arrivata una prima risposta dopo gli attacchi israeliani all’Iran: la ripresa dei lanci di missili nel Mar Rosso.

I bombardamenti israeliani sulle città iraniane

Trump ha parlato con grande chiarezza stavolta: si può anche pensare che si tratti solo di “attacchi preventivi” per “proteggere gli americani“, ma oltre la propaganda presidenziale c’è molto di più. Ai Pasdaran ha mandato un ultimatum: «Deponete le armi o morirete». La stessa ammissione che potrebbero questa volta esservi da parte americana delle vittime è il segnale che la preparazione di questa nuova fase della guerra contro l’Iran è stata pensata non con i parametri di quella avviata nel giugno 2025; è lecito ritenere che, dato l’obiettivo del rovesciamento del regime, la campagna sarà più dura e impegnativa e preveda non solo attacchi dal cielo… Ma per ora sono supposizioni. In vista delle elezioni di medio termine del prossimo autunno, Trump ha bisogno di un evento vittorioso per mostrarsi quel grande presidente che ritiene di essere.

Una svolta propagandistica interna è l’altro grande effetto che potrebbe avere se riuscisse a rovesciare il regime di Teheran dopo aver fatto rapire Nicolas Maduro da Caracas ed essersi assicurato la compiacenza del nuovo governo disposto ad assecondare, dietro il grilletto puntato alla tempia del Venezuela, le “richieste” (molto tra virgolette) dell’imperatore a stelle e strisce. Rispetto ad un anno fa è cambiato tantissimo sul piano internazionale e, rispettivamente, sia nella politica interna statunitense sia in quella israeliana e iraniana. Se nella Guerra dei Dodici giorni gli attacchi erano stati disgiunti e fatti in tempi differenti, oggi Washington e Tel Aviv attaccano congiuntamente. Non può esservi dubbio sui segnali che sono dati e che convergono sul fatto che l’obiettivo certo è l’abbattimento del regime di Khamenei. La fine di una feroce dittatura dovrebbe essere una buona notizia per chiunque.

In questo caso non lo è perché al popolo iraniano, qualcosa si avverasse questo presupposto, non toccherà di vivere liberamente, scegliendosi nuovi rappresentanti che redigano una costituzione del tutto alternativa a quella della Repubblica islamica. L’occidentalizzazione di nuovo modello dell’Iran è appena agli inizi: per loro a scegliere saranno i proconsoli che saranno mandati ad incitare la gente alla rivolta, alla presa finta di un potere che verrà gestito oltreoceano e sarà condizionato non dalle dinamiche interne ma dagli interessi americani ed israeliani nell’area mediorientale. Tutto ciò risulta con nettezza dalle parole di Trump nel discorso pronunciato poche ore fa: «Dovete prendere il controllo del vostro governo, quando avremo finito».

Se nel giugno scorso si era cercata per lo meno la pretestuosa motivazione dell’attacco preventivo per impedire all’Iran degli ayatollah di portare a compimento il programma nucleare, oggi anche questa mera scusa del tutto formale è saltata: il ministro degli esteri israeliano Katz ha dichiarato senza mezzi termini che si tratta della volontà di porre fine alla minaccia rappresentata da Teheran per la sopravvivenza dello Stato ebraico che, parola di Netanyahu, «così potrà essere eterno». Al netto dell’enfasi patriottico-nazionalista, i conti poi si fanno con gli equipaggiamenti in dotazione, con le armi che si posseggono e, quindi, i tempi della guerra saranno determinati poi dalle scorte dei rispettivi eserciti. I generali statunitensi pare abbiano delle riserve in merito: non vi sarebbero sufficienti munizioni per sostenere la contraerea nel Golfo Persico e nemmeno così tante bombe da proseguire oltre una settimana di combattimenti.

In questo contesto così complicato non può sfuggire un elemento centrale della questione: quale dovrebbe essere, alla fine, la potenza emergente nell’area, fatto salvo che gli Stati Uniti d’America possono esserlo soltanto per interposto Stato, per interposto potere presente in loco? Ovviamente, manco a dirsi, sarebbe, anzi è Israele. Il fatto che lo sia poi quello di Netanyahu, il cui governo è responsabile del genocidio di Gaza, dell’apartheid in Cisgiordania, dei peggiori crimini contro un popolo che ha il solo torto di vivere nella stessa terra in cui, migliaia di anni prima, abitavano anche gli ebrei, è un ulteriore elemento di inquietudine e di sgomento se si parte dal punto di vista della pacificazione della regione mediorientale stessa. Con questi figuri non può esservi pace: né con Khamenei, né con Trump, né con Netanyahu, né con altri leader che sono passati dalla lotta jihadista all’essere ricevuti alle corti imperiali moderne.

Nonostante tutto, l’Iran aveva offerto agli USA il dialogo sulla possibilità di rinunciare alla bomba atomica, fermando il programma nucleare dal punto di vista militare. Può essere che Trump non si sia fidato; ma la nuova guerra iniziata congiuntamente oggi da Israele e Stati Uniti ci dice altro: l’obiettivo fin da subito non era soltanto la questione del nucleare ma l’annientamento dell’apparato missilistico della Repubblica islamica per affondare oggi il colpo fatale al regime e impossessarsi della vecchia Persia in un momento in cui, oltre tutto, divampano altre guerre in zona: una fra tutte quella tra il Pakistan e i Talebani afghani.

Un altro punto da considerare è l’obiettivo di Trump: date tutte queste premesse e dati tutti gli accadimenti cui assistiamo, vorrà solo atterrare il regime degli ayatollah o pretenderà di entrare con tutti e due i suoi piedi nel “nuovo” Iran? Qui non si tratta, è evidente, di compravendite di grandi isole come la Groenlandia, di più piccole come Cuba (ma dall’alto valore anche simbolico), di minacce di annessioni come nel caso del Canada o di colpi di Stato portati con l’immediatezza dei blitz militari come nel caso del Venezuela. Qui, per abbattere quello che è oggettivamente un regime potente, serve la forza brutale della guerra. Che, appunto, è appena ricominciata…

MARCO SFERINI

28 febbraio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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