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Stati Uniti d'America

Trump e i dazi. Sentenza storica, ma per il presidente «gli Usa sono io»

La sentenza della Corte suprema statunitense è enorme nel merito e ancora di più nella nel peso simbolico in quanto rara sentenza avversa emanata da un tribunale costituzionale infarcito di integralisti della destra Maga

La sentenza della Corte suprema statunitense è enorme nel merito e ancora di più nel peso simbolico in quanto rara sentenza avversa emanata da un tribunale costituzionale infarcito di integralisti della destra Maga. Per di più su un argomento di cui Donald Trump ha sin dall’inizio del suo secondo mandato imperniato una componente centrale della sua supremazia performativa sul mondo, dichiarando i dazi come strumento di una rivalsa americana su di un immaginato complotto di tutti gli altri paesi.

Nell’inventata rappresentazione conflittuale, i pedaggi commerciali erano dunque giusta e punitiva rivalsa e «tariff», nientemeno, la «più bella parola nella lingua inglese». Il suo commento a caldo ieri è stata un’altra perla: «La sentenza della corte costituzionale è anticostituzionale».

Nello specifico la sentenza emessa ieri dopo lunga attesa respinge la facoltà del presidente di classificare il disavanzo commerciale come «minaccia alla sicurezza nazionale» e su quella base invocare lo speciale potere di imporre per decreto regole commerciali che competono al Congresso. In questo caso, i dazi benché il presidente li abbia sempre descritti come sanzioni sui paesi produttori, sono pagati da importatori e dai cittadini sotto forma di prezzi maggiorati, costituendo di fatto, una forma di tassazione, bisognosa, a maggior ragione, di un’approvazione legislativa.

Il nocciolo della questione, quello in fondo di tutta la sua presidenza, sono i limiti del potere esecutivo che Trump e gli strateghi del suo golpe “soft”, hanno allargato a dismisura e che la Corte suprema ha finora in gran parte avvallato (ad esempio in materia di immigrazione e diritti civili) sotto la teoria giuridica battezzata unitary executive.

La sentenza di ieri per 6-3 ha invece spaccato il fronte “originalista”, la dottrina che reinterpreta la Costituzione riconducendola al presunto intento originale dei fondatori, di concedere all’esecutivo poteri vastamente superiori a quelli della legislatura e della magistratura in virtù del «mandato plebiscitario» ottenuto con l’elezione (lo scarto di Trump nel 2024 è ammontato all’ 1,5%).

È questo il teorema smontato, o almeno ridimensionato dalla Corte compresi i togati alleati Roberts, Coney-Barrett e Gorsuch, che in un’opinione concorrente ha scritto: «Il nostro sistema di separazione dei poteri, di pesi e contrappesi, rischia di lasciare il posto ad un progressivo e permanente accumulo di potere nelle mani di un solo uomo. Non è una ricetta per una repubblica». Scoperta apparentemente tardiva per Gorsuch e i colleghi che, poco più di un anno fa, al presidente avevano certificato l’immunità plenaria e preventiva per ogni atto d’ufficio.

L’amministrazione non se l’era fatto ripetere due volte, abbinando la massima di Steve Bannon («flood the zone with shit») al motto dei magnati di Silicon Valley («muoviti veloce e fai danni») per travolgere le sponde costituzionali con chiusure di ministeri, licenziamenti, deportazioni, censure, ricatti, repressione culminata a Minneapolis con le esecuzioni di Renee Good e Alex Pretti.

Nel caso dei dazi sono stati imposti in maniera arbitraria non prettamente come strumento di politica economica e commerciale, ma soprattutto vettore del dominio americano, superpotenza di cui tutti hanno bisogno, nella formulazione di Trump, e che non ha bisogno di nessuno.

In alcuni casi le motivazioni sono state astruse e avulse all’economia come le gabelle maggiorate a Canada, Messico e Cina per non aver fermato il flusso di fentanyl verso gli Stati uniti. Altri hanno raggiunto arbitrarietà grottesca. Solo una settimana fa Trump aveva spiegato di aver maggiorato i dazi sulle importazioni svizzere dopo una telefonata con la presidente Karin Keller-Sutter perché «non mi è piaciuto il tono che aveva».

In una conferenza stampa consuetamente sconclusionata Trump ha dichiarato che in risposta avrebbe alzato i dazi di un ulteriore 10 % «con altri metodi». Il presidente si è scagliato contro i giudici traditori e ha sostenuto che la sentenza avrebbe in realtà rafforzato la sua mano aprendo la strada a procedure più giuridicamente salde. Precedentemente il rappresentante commerciale degli Stati uniti Jamieson Greer aveva dichiarato a Politico: «Abbiamo riflettuto su questo piano per cinque anni o più. Potete stare certi che quando ci siamo presentati al presidente all’inizio del mandato, avevamo molte opzioni diverse».

Si profila quindi la continuazione dello scontro costituzionale fra la presidenza imperiale di Trump e gli altri rami del governo, con linee di demarcazione ora un po’ più nitide.

I prossimi tentativi di abusare del potere esecutivo, oltre ai tentativi di reimporre i dazi con diverse motivazioni, e a una possibile nuova guerra mediorientale intrapresa senza autorizzazione del Congresso, riguarderanno la legge che il Senato discuterà la prossima settimana che stravolgerebbe l’assetto elettorale trasferendo il potere dagli stati all’amministrazione federale imponendo, a pochi mesi dai mid term, regole atte ad esautorare potenzialmente milioni di elettori democratici con la falsa motivazione di «dilaganti brogli».

LUCA CELADA

da il manifesto.it

foto: screenshot tv ed elaborazione propria

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