La lotta al narcotraffico è solo un pretesto: la produzione di sostanze sballanti, che arrivano dal Venezuela negli Stati Uniti è solo una piccola parte di tutto un mondo di droghe che dal resto dell’America Latina, dall’Europa, dall’Asia e dall’Africa si connette e si interscambia con la grande Repubblica stellata. Si farà ingannare chiunque ritenga che Washington e, nello specifico, il mondo MAGA di Donald J. Trump, abbia davvero a cuore la lotta al narcotraffico: se davvero la Casa Bianca volesse affrontarla in questi termini, allora dovrebbe prendersela col Messico, con la Colombia, con il Perù e con una miriade di altri Stati anche molto amici che forniscono le materie prime e i mezzi per la sintetizzazione di queste sostanze da immettere su un cinico, spietato mercato dello stordimento e della morte.
No, gli oppiacei e i loro derivati più complessi non c’entrano niente con l’attacco che Trump sta muovendo a Caracas. Buon anno a tutte e tutti e benvenuti nella consueta visione imperiale del mondo e, più concretamente, del “cortile di casa“. Le dottrine di Monroe, i piani Condor, tutte le intromissioni della CIA e del militarismo nordamericano in America Latina, sono confermati non alla luce del giorno ma nel più fondo, buio della notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026: mentre le ore si fanno piccole, gli aerei sorvolano a bassa quota i dintorni della capitale bolivariana e colpiscono – a quanto è dato fino ad ora sapere – installazioni militari, caserme e anche siti governativi. Tutti luoghi dove si coltivano droghe! Paradossale sarebbe il commento se non fosse l’ennesima tragica svolta imperialista targata USA.
Ma basta leggere il documento sulla “Strategia di sicurezza nazionale“, prodotto dalla Casa Bianca nei primi giorni dello scorso dicembre, per avere più che lapalissiano il motivo dell’intervento statunitense in Venezuela: una nazione oggettivamente ostile al modello neoliberista, il cui governo – definito autoritario e autocratico dai mezzi di informazione occidentali – se davvero difetta in rispetto della democrazia, non ha allora niente da invidiare a quello di Donald Trump. Riprendendo in mano il documento appena citato, vi si legge con limpida chiarezza che il governo degli Stati Uniti d’America intende:
«garantire che l’emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e […] ben governato da prevenire e scoraggiare la migrazione di massa verso gli Stati Uniti; vogliamo […] un emisfero libero da incursioni straniere ostili o dalla proprietà di risorse chiave, che supporti catene di approvvigionamento essenziali; e vogliamo garantire il nostro continuo accesso a posizioni strategiche chiave. Affermeremo e applicheremo un ‘corollario Trump’ alla Dottrina Monroe». Più chiaro di così… L’impero americano in declino non vuole altri se non sé stesso e i suoi lacchè al controllo delle risorse chiave per uno sviluppo ancora maggiore dell’economia statunitense tanto nell’emisfero di suo riferimento primo, quanto nel resto del pianeta.
L’attacco mosso a Caracas in queste ore, come va interpretato se non nel senso che è iniziata quella che gli esperti e più autorevoli commentatori non esistano a definire l’escalation per il “regime change“? Non è un mistero (visto che basta leggersi un po’ di documenti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale sullo stato economico dell’America Latina, facilmente reperibili in rete) che molti interessi cinesi si siano situati proprio in quello che Trump (e non di meno altri presidenti prima di lui) considera qualcosa anche di più del “cortile di casa“: parrebbe una proprietà privata bell’e buona da riaffermare con la brutalità della forza quando occorre. Sembra scoccata l’ora del Venezuela e di Maduro. L’asse antiamericano, del resto, è noto: la Repubblica bolivariana insieme a Brasile, Cuba, Paraguay e Perù.
Sul fronte europeo, Stati Uniti e Russia si spartiscono l’Ucraina. In Asia le tensioni su Taiwan e Corea del Nord non accennano a diminuire. In Medio Oriente il fido alleato israeliano è pronto a mettere nuove radici sull’intera regione, stipulando nuovi patti con i paesi arabi compiacenti (molto amici di Washington, si intende!) e in America Latina bisogna rimettere le cose un po’ in ordine: l’amico Bolsonaro se la passa male; Milei, anche se ancora al governo della povera Argentina (povera in tutti i sensi…), non vive un bel periodo in quanto a stabilità economica, e quindi occorre spezzare l’asse dell’alternativa al sistema iperliberista e imperialista. Ma mentre scriviamo queste righe, si legge ora la notizia sui principali siti di informazione che Maduro e la moglie sarebbero stati catturati (si presume da forze militari americane).
Il condizionale è ancora d’obbligo, ma ogni notizia che si aggiunge ad altra notizia delinea sempre più il quadro di un vero e proprio colpo di Stato organizzato a tavolino dal governo americano e messo in pratica con l’invasione militare del Venezuela, il bombardamento del palazzo del Parlamento (era dai tempi della Moneda di Allende che non si vedeva una scena simile…). Lo dichiara Trump stesso sul social Truth: «Gli Stati Uniti d’America hanno condotto con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il presidente Nicolas Maduro, che è stato catturato e portato fuori dal Paese insieme alla moglie». Buon anno nuovo, quindi. La prepotenza dell’aggressione fa parte della concezione autoritaria insita in una gigantografia statica e statuaria della libertà che è stata, in oltre due secoli e mezzo di storia, tradita sul nascere, nel crescere e nel divenire pericolosamente adulta.
Se le notizie che arrivano saranno confermate, non faranno che aggravare un quadro di destabilizzazione totale del Venezuela, il cui popolo viene chiamato dal governo bolivariano alla resistenza e alla lotta armata contro l’invasore nordamericano. Nell’ambito della strategia di sicurezza nazionale di Washington rientra tutta quella politica dei dazi che mira, sostanzialmente, all’esclusione del grande mercato cinese dalla sfera di influenza dell’impero a stelle e strisce. Ogni occasione è buona per mostrarsi, oltre che come i gendarmi del mondo con in mano copia della Costituzione del 1787 per esportare la democrazia, anche come coloro che sostengono tutti i tentativi dei popoli di liberarsi dei tiranni che li opprimono. L’esempio di questi giorni è l’Iran: paese teocratico, il cui spietato regime reprime ogni dissenso, critica, opposizione, incarcerando donne, uomini, ragazze e ragazzi che chiedono più libertà.
Adesso le motivazioni delle rivolte di questi giorni, tanto a Teheran quanto in altre centri importanti del paese, sono prettamente sociali ed economiche: la povertà divora gran parte della popolazione e le sommosse quindi sono la naturale conseguenza di chi è alla fame e non ha altra speranza se non quella di cambiare le cose partendo dal basso, dalla grande massa di coloro che non riescono a sopravvivere. Trump si è già fatto sentire affermando che è pronto a sostenere ogni tentativo di rivolta contro gli ayatollah e contro il loro regime tenuto in piedi dall’ala militare dei pasdaran. Ma, anche in questo frangente, non è certamente la democrazia il punto di arrivo su cui gli americani (e anche gli israeliani…) intendono scommettere, magari infiltrando loro agenti, sovvenzionando organizzazioni spacciate per umanitarie e invece con ben altri scopi.
Ma siccome la destabilizzazione è la cifra prima della politica internazionale dell’impero americano, sembra abbastanza ovvio che per Washington valga di più in questo frangente un Iran in bilico piuttosto che un passaggio da un regime clericale e teocratico ad uno democratico nel senso liberale del termine. Qualcosa cui gli USA si stanno lentamente disabituando, passando dal dualismo tra democrazia e liberismo (già di per sé incompatibili nei fatti oltre che in linea di principio) a quello tra autoritarismo e neoliberismo. La dimostrazione è oggettivata dallo schema degli interventi tanto in politica interna, con la repressione dei movimenti civili e sociali, quanto nella ben più articolata linea di politica estera che vede al momento quattro poli di concentrazione delle forze militari: la NATO nella guerra tra Ucraina e Russia, la guerra di Gaza in Medio Oriente, la questione Taiwan in Asia e, ora, l’attivazione del quarto grande incendio in America Latina.
Con l’attacco al Venezuela gli Stati Uniti provano quella che hanno definito la “Dottrina Monroe 2.0“, ossia il riaffermare che l’intera America, dal Canada (Groenlandia compresa…) alla Terra del Fuoco, è zona di interesse, influenza e sviluppo tutta loro e di nessun altro. Intromissioni cinesi e russe sono quindi intollerabili e devono essere scalzate via anche con la forza, come è piuttosto evidente da quanto avviene in questi momenti. Ma c’è ancora almeno una considerazione da fare a riguardo della politica estera statunitense. La morte del diritto internazionale, uno dei tanti decessi che si registrano ormai da tempo: l’ONU si riunirà per condannare, si presume, l’atto di aggressione e il sovvertimento di un legittimo presidente, di un legittimo governo di uno Stato sovrano. Ma poi, sostanzialmente, la comunità internazionale che misure adotterà? Difficile immaginare delle sanzioni nei confronti degli USA.
A parte le condanne di governi storicamente critici nei confronti della grande Repubblica stellata, le reazioni in merito non andranno oltre le dichiarazioni delle cancellerie e dei ministri degli esteri di turno. La prepotenza della potenza americana del nord sull’impotenza del sud ricalca il rapporto anche geopolitico tra primo e secondo-terzo mondo. La logica del più forte si unisce all’etica di un valore indiscutibile: la democrazia sta nei libriccini costituzionali da agitare come atto fondativo della Nazione, per esibire un patriottismo che riguarda solamente coloro che si possono permettere di amare il loro paese in tempi in cui il paese è più che mai diviso in classi sociali che vengono distratte dai temi migratori e dalle minacce esterne che incomberebbero.
Qui la minaccia sono gli Stati Uniti d’America. Qui la minaccia è il trumpismo come espressione più conservatrice all’interno e più reazionaria e imperialista all’esterno: la fase multipolare dell’economia globale rende la disperazione ancora di più disperante e, per questo, aggressiva nei confronti di chi rappresenta una alternativa a tutto questo stato di cose. Rimangono pochi esempi in merito: certamente il Brasile e Cuba che, visto quello che sta accadendo, hanno bisogno di tutta la solidarietà dei popoli che ancora si pensano liberi e che vogliono esserlo. A dispetto della prepotenza americana e di ogni altra prepotenza imperialista.
MARCO SFERINI
3 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














