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Marco Sferini

Tra le pieghe della finzione democratica delle destre

Se ne è discusso molto e, forse, proprio per questo il tema merita ulteriori approfondimenti. Non fosse altro perché riguarda esplicitamente ciò che sta nelle pieghe di una pseudo-riforma della giustizia che, lungi dall’essere ciò che i suoi proponenti propagandano ogni giorno, è invece l’esatto opposto. Certo, l’argomentazione più facile è affermare che ognuno ha diritto alle proprie opinioni: niente da dire in merito. Ma, proprio per questo, è legittimo obiettare che di un testo di riforma costituzionale possono non solo esistere differenti interpretazioni, ma anche confutazioni propriamente politiche e non meramente tecniche.

Questo sembra quasi un tabù, un qualcosa di inconcepibile, un preconcetto assoluto: se si vuole negare che la riforma di Meloni e Nordio possa avere dei riflessi politici nell’architettura istituzionale repubblicana, lo si può fare, ma si fa un torto, questo sì davvero assoluto, alla verità dei fatti e, ancora di più, alle proprietà delle leggi fondamentali e del diritto nel suo insieme. Le Costituzioni non sono un qualcosa di neutro, ma rispondo a precisi princìpi su cui si è deciso di fondare la vita di un intero popolo. La mitizzazione degli effetti esclusivamente tecnici della riforma è un absurdum.

Si potrà o no dire che questa separazione delle carriere, così come impostata, non va bene? Si potrà ancora affermare, senza essere tacciati di politicizzazione estrema del dibattito tra il SÌ e il NO, che ogni riformulazione del testo costituzionale ha non uno, ma più ripercussioni politiche, sociali, civili nella vita del Paese? Il governo ha messo in moto un meccanismo di intangibilità della riforma, tentando di farla apparire come un qualcosa che, nella sostanza, non cambia affatto la relazione equipollente tra i poteri dello Stato e non altera quindi le funzioni: non le diminuirebbe nel caso della Magistratura, non le aumenterebbe nel caso dell’esecutivo stesso.

Nelle pieghe della riforma meloniano-nordiana non vi è nemmeno tanto nascosto quello che dovrebbe essere un intento politico-istituzionale piuttosto evidente: la riduzione della giustizia ad una mansuetudine cui sarebbero costretti giudici e pubblici ministeri messi sotto la stretta osservazione di nomine politiche in un sezionamento del CSM che è, in sé e per sé, il garante dell’autogoverno della Magistratura. Qui sta il cuore del problema, la sua eminente e tragica essenzialità. La separazione delle carriere è un pretesto, visto che, nei fatti, esiste già (come si direbbe in gergo, c’è de facto ma non de iure). La destra-destra punta quindi ad un sovvertimento degli equilibri stabiliti dai Costituenti.

Lo fa parandosi dietro la necessità di una regolamentazione dei diritti e dei doveri soprattutto dei magistrati giudicanti, molto meno di quelli requirenti. Lo si nota con grande nettezza dai penosi dibattiti televisivi (non tutti, per carità…) che affollano gli schermi e che vengono rimandati sui social: gli esponenti della maggioranza meloniana rimproverano a chi giudica di aver sbagliato nella gestione processuale, nell’emissione delle sentenze. Il PM, che esercita senza dubbio l’obbligatorietà dell’azione penale, viene in un certo qual modo messo in secondo piano. Come se responsabilità non ne avesse. Non c’è dubbio che, dai tempi del primo governo Berlusconi, l’obiettivo erano i giudici nella loro unità magistratuale.

Ma oggi, per fare più presa su una popolazione che appare verticalmente divisa su questa controriforma, si tenta la carta della messa in discussione di un potere dello Stato che, a detta di chi fa le leggi elettorali che più gli garbano per essere eletto, che consiglia a chiunque di usare anche il clientelismo per ottenere voti favorevoli al referendum, avrebbe dei privilegi di intoccabilità inaccettabili. Parlando con la gente comune, quella che è a volte lontanissima dalle questioni istituzionali e politiche, ma anche con chi si è relativamente informato sul quesito che sarà proposto domenica 22 e lunedì 23 marzo, ci si rende piuttosto conto che ancora fanno breccia non argomentazioni tecniche ma messaggi di bassa propaganda.

Chi dal fronte del SÌ, quindi dal campo governativo, accusa i contrari alla riforma di politicizzare il dibattito è il primo a farlo e con una sfacciataggine che è degna della peggiore arroganza di un potere che non vuole essere contestato, criticato, messo in discussione in nessun modo. Se lo si fa, automaticamente scatta l’accusa di antipatriottismo, quasi di anti-italianità, di essere contro il proprio stesso popolo. La crisi della credibilità della rappresentanza politica e della politica in senso stretto (prettamente afferente al concetto di “potere” e non di condivisione costituzionale dello stesso) si riflette con qui con tutta l’evidenza del caso. La facilità con cui ci si può consentire di chiamare al voto clientelare, da parte di un esponente della maggioranza meloniana, è indicativa di una convinzione che, intanto, magistratura o no, si può fare quel che si vuole.

Dovrebbe essere lampante, quindi, la manifesta antipatia (letteralmente intesa come quell’ ἀντιπάϑεια (antipátheia) che è qualcosa che significa l’essere contro l’emozione positiva, l’essere in una condizione di vera e propria contrarietà, di sofferenza per questo) che gli eredi della fiamma missina hanno, unitamente ai nuovi sovranisti di derivazione padaneggiante e di coloro che, da posizioni più di centro, si sono fatti eredi del berlusconismo santificato, nei confronti non tanto di poteri dello Stato che esercitano un controllo su altri, ma più in generale su chi ha facoltà di sindacare anche solamente ciò che avviene nella Repubblica. Del resto, Berlusconi già sosteneva nei primi anni della sua ascesa politica che i giudici se volevano veramente giudicare avrebbero dovuto farsi eleggere. Proprio come lui.

Qui, davvero, siamo in presenza di un pensiero fortemente sovversivo: non si riconosceva alla Magistratura le prerogative date dalla Costituzione e si voleva, in perfetto stile gelliano, una legittimazione popolare dei giudici e dei PM, creando così un qualcosa non più di indipendente rispetto alla competizione politica tout court, bensì quasi di similare, di eguagliabile. Si voleva, e tutt’ora si vuole, da parte delle destre una investitura per poter affermare: ecco, noi siamo i soli ad avere una delega da parte del popolo e, quindi, abbiamo ragione senza alcun dubbio, senza se e senza ma. E dove sta la ragione, sta anche, quindi, l’opportunità politica a tutto tondo, senza confine alcuno. Tanto meno senza qualcuno che si mette ad indagare su quello che, per l’appunto, stai facendo.

Il punto in questione, in questi ultimi giorni di campagna referendaria, è cercare di mostrare ancora e ancora il carattere propriamente eversivo di una finta riforma della giustizia, di una vera e propria controriforma che va contro l’impianto repubblicano e democratico, che prepara il viatico per altri interventi come quello tra i più temuti che ha per nome un unicum mondiale: premierato. Molti elettori del SÌ sono convinti che, invece, il quesito proposto intervenga soltanto nei limiti degli articoli costituzionali che andrà a modificare. Niente e nulla di più. È una manifesta ingenuità, anche benevola: perché dal giurista più insegne al cittadino meno acculturato in merito si produce una continuità qui determinata dalla volontà di stare al merito.

Ma non è possibile, perché il merito implica una metodologia di acquisizione e mantenimento del potere che non è separabile da esso e che, quindi, ne è premessa e conclusione al tempo stesso. Per disarticolare gli equilibri esistenti tra i poteri dello Stato, questa destra ha bisogno di un grimaldello: lo ha trovato, in questo frangente, nel pretesto riguardante la separazione delle carriere a cui ha agganciato il tema della correntizzazione del Consiglio Superiore della Magistratura. Ma i dati parlano, anche in questo caso, molto chiaro: è un falso problema, perché solo il 23% dei magistrati italiani appartiene, quindi è iscritto, ad una corrente. Che poi, non è nemmeno un delitto, un reato, una colpa, una responsabilità di cui dover rispondere.

Una politica di governo (e anche parlamentare) che vive praticamente di clientelismi e di cambi di casacca dettati da ragioni opportunistiche si permette di tacciare la Magistratura di un qualcosa anche lontanamente simile? Ecco la sfacciataggine arrogante di questa interpretazione del potere da parte delle destre. Non esiste più la verità dei fatti, ma solo quella di parole buttate nel vento per generare quella utile confusione in una popolazione messa a dura prova da crisi economiche, ambientali, dall’economia di guerra, da un crescente disagio sociale che espone milioni e milioni di persone ad una incertezza del e nel futuro veramente insostenibile.

Così, quando le crisi si sommano e la rabbia diventa tanta, è facile per l’uomo o la donna sola al comando farsi strada.  Grazie alla democrazia che fa finta di apprezzare e che, invece, non ama per niente. Le obiezioni del fronte del NO non sono pregiudizievoli: sono lo svelamento della vera natura di questa controriforma, delle intenzioni di una parte politica che vorrebbe fare dell’esecutivo il centro dell’attività istituzionale, dopo aver messo ai margini la dialettica parlamentare, tentando ora di ostracizzare l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura. Siamo di fronte ad un ennesimo tentativo di dimostrare che, proprio partendo da radici democratiche, si può andare oltre la democrazia stessa, mettendola in discussione pezzo dopo pezzo.

Chi vota per partito preso ha le sue convinzioni e magari ritiene, da posizioni di destra illiberale, di avere perfettamente ragione nel volere un’Italia governata con i cosiddetti “pieni poteri“. Chi invece vota senza partito preso, può ancora riflettere sul fatto che la separazione delle carriere si sarebbe potuta fare con legge ordinaria: l’avrebbe potuta fare il Parlamento senza farsi imbeccare dal governo con un testo di riforma costituzionale su cui, peraltro, ogni discussione è stata evitata, ogni confronto con le opposizioni è stato escluso. Gli stessi sostenitori del SÌ, a cominciare dal ministro Nordio, passando per Giulia Bongiorno, hanno dichiarato dentro e fuori il Parlamento che questa riforma non migliorerà affatto tempi e modi di gestione della giustizia.

La successiva propaganda meloniana e salviniana ha provato a correggere il tiro, forse nemmeno ricordandosi che alcuni eminenti suoi esponenti di governo e d’aula avevano fatto dichiarazioni esattamente contrarie ad un dichiarato, sicurissimo efficientamento successivo di tutto il compartimento magistratuale della Repubblica. Siamo di fronte ad un attacco mai veramente visto nei confronti della democrazia italiana: la matrice politica da cui proviene non lascia dubbi in merito. L’autoritarismo le è proprio ed è per questo che bisogna fermarlo. Con consapevolezza, quindi con decisione. Milioni e milioni di NO possono essere oggi questo argine. Ogni voto conta, soprattutto perché non c’è quorum da superare.

Ogni NO è un presidio di difesa della Repubblica Italiana, dello Stato democratico, della preservazione di garanzie e di diritti che, altrimenti, sarebbero seriamente in pericolo.

MARCO SFERINI

17 marzo 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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