I partiti comunisti nascono come funghi, si moltiplicano come prodotti di operazioni matematiche piuttosto ardite e bislacche, si dividono in uguale maniera e si sottraggono da un bilancio che appare sempre più in negativo non solo se si fa riferimento agli ultimi trent’anni ma, anche e soprattutto, agli ultimi recenti periodi. Rifondazione Comunista, da quando è nata, il 12 dicembre 1991, ha subìto ben diciassette scissioni. Se si sommano a queste quelle intercorse nelle formazioni che le sono più meno derivate, il conto supera abbondantemente le venti separazioni nel nome del comunismo e del socialismo.
Può sembrare un mero esercizio di retorica scriverne, un atto persino di masochismo, di autoafflizzione: ma, sebbene lo sport dei commenti acidi e retrivi sui social abbia sostituito di gran lunga il ragionamento, l’approfondimento dei fatti e, soprattutto, il rispetto delle altrui posizioni politiche, culturali e morali, non è privo di senso mettersi qui un attimo a riflettere sul perché e il percome di tutte queste incompatibilità tra persone che dicono di essere contro il capitalismo e che, poi, non trovano un minimo comune denominatore per fare un percorso di lotta comune in quello che è lo spettro di un unico partito comunista in Italia.
Ora, premesso che nemmeno ai tempi d’oro del PCI e degli altri partiti dell’arco costituzionale esisteva una sola forza che si dichiarava comunista e che si fregiava degli emblemi del movimento del lavoro nei suoi simboli, non c’è dubbio alcuno sul fatto che, dopo la fine di quel periodo, con l’avvicinarsi della trasformazione strutturale dell’economia italiana negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del secolo scorso, si è assistito non ad una sintesi delle analisi riguardanti la fase di sviluppo del neoliberismo ma, in nome della sconfitta dello stesso, ad una moltiplicazione delle tattiche di breve periodo per aprire la via ad una mutazione in senso socialista della società.
Le vecchie categorie della galassia marxista di un tempo oggi non hanno un valore pratico, per il semplice motivo per cui non esistono concretamente dei rapporti di forza tali da consentire ad un partito di mettere in essere il suo “bordighismo“, il suo “leninismo“, il suo “maoismo“, eccetera, eccetera, eccetera. Persi nel coccolamento anti-ideale, fortemente ideologico e, per questo, molto politicamente edonistico riflesso di autocompiacimento di una coerenza che rasenta il ridicolo, molte compagne e molti compagni si affannano ancora a rincorrere queste settorialità ormai appartenenti alla storia del movimento comunista.
Se ancora ha un senso una distinzione a sinistra, questa può rintracciarsi nella oggettiva divergenza tra quella moderata e filocentrista di stampo liberale e democratico e quella che, invece, pone come elemento di caratterizzazione propria la critica senza se e senza ma al capitale, ad una struttura economica da cui discendono tutte le contraddizioni evidenti o meno di una società sempre più povera nella stragrande maggioranza dei suoi componenti, dove la forbice tra indigenza e grandissima ricchezza si allarga sempre più. I partiti comunisti che nascono come funghi rilevano tutto questo nei loro documenti fondativi. Ma poi giungono a conclusioni non univoche nel come affrontare il problema.
C’è da dire, per essere del tutto onesti intellettualmente, che alcune di queste formazioni si cristallizzano attorno a piccolissimi gruppi dirigenti che non hanno altro modo di percepirsi ed essere se non in quel determinato piccolissimo spazio. In un partito tendenzialmente più aperto, plurale e dinamico, costretto a fare veramente i conti con la realtà, finirebbero con l’essere parte di un corpo militante e non più di una dirigenza nazionale. Questo “soggettivismo” dei partiti comunisti è uno degli elementi, molto personali e, quindi, per questa ragione ancora più deleterio per il raggiungimento di un piano politico-organizzativo degno di questo binomio.
Nate molto dopo la crisi stessa di Rifondazione Comunista che, con approssimazione, si può datare dal 2008 in avanti, quando si venne a creare la frattura tra partito e istituzioni a causa dell’esclusione dalla rappresentanza parlamentare, della sempre minore visibilità, della sempre minore percezione di utilità da parte di quella che avrebbe dovuto essere la nostra classe di riferimento (quella degli sfruttati di ieri e di oggi, operai, disoccupati, precari, studenti, pensionati, migranti, minoranze, ecc.), queste formazioni politiche si sono date dei programmi radicalissimi, di opposizione netta a tutti i poli aggregati della politica italiana.
Per molti versi le loro analisi trovano una certa coincidenza nell’affermare che tra destre e sinistre non c’è grande differenza: è più ciò che accomuna Meloni e Schlein rispetto a ciò che le divide. Questioni economiche e finanziarie, guerra, riarmo, posizioni filo-Nato, filo-Israele, e così via. Ed è vero che il PD in molte occasioni non fa di tutto per sembrare una forza progressista (che l’essere di sinistra è ancora altra cosa…). Come è vero che la politica del vecchio centrosinistra e quella dell’attuale “campo largo“, fatte le debite eccezioni che riguardano il contesto in cui si trovano, non sono poi così dissimili. Ma è anche vero che rimane inalterato lo schema dell’ambivalenza tra i diritti.
Se si parla di diritti sociali, centrosinistra e centrodestra hanno, nelle loro presenze a Palazzo Chigi, messo in pratica tutta una serie di controriforme sociali che hanno colpito nell’ordine: il ruolo pubblico dei grandi apparati dello Stato, della sua partecipazione in settori produttivi di primaria importanza, dando adito al teorema delle privatizzazioni come elemento di nuovo rilancio degli stessi settori. Non solo le grandi aziende di Stato di un tempo, ma in particolare il Servizio Sanitario Nazionale, i trasporti, i beni comuni più elementari come acqua, terra, le infrastrutture, la scuola pubblica, il settore previdenziale e persino il grande serbatoio culturale e ambientale dell’Italia moderna.
Tutto sacrosantamente vero. Ma, proprio perché la tendenza di una certa sinistra moderata è stata quella di fare del governismo tout court il suo mantra esistenziale, noi che ci definiamo comunisti avremmo dovuto tirare dalla parte opposta la giacchetta e fare in modo che, al vuoto lasciato dalla sinistra moderata proprio a sinistra, si sostituisse una nuova presenza organizzata, certamente plurale al suo interno, ma saldamente ancorata alla dualità necessaria tra piazza e palazzo, tra lotta e governo, tra rappresentanza sociale e rappresentanza politica. Ci abbiamo provato? Sì, e non è andata come pensavamo e volevamo: questo perché se non raggiungi presto un livello di un certo tipo, percentuali a due cifre, diventi un aggregato semplice.
Peggio ancora è assumere le connotazioni di una forza gregaria che, pur di sopravvivere o di rilanciarsi, accetta qualunque alleanza nel nome più di sé stessa che delle ragioni che invece intende portare avanti sul terreno sociale, politico e civile. Dunque, Rifondazione Comunista sconta questa crisi della partecipazione che è crisi verticale per tutte le formazioni partitiche e di movimento: alcuni la sentono meno, viste le loro proporzioni e presenze nella quotidianità, altri la avvertono con più rilevanza. In particolare se si fa riferimento al diretto rapporto con il mondo del lavoro: tanto quello salariato quanto quello delle partite IVA e dei soggetti autonomi che si sono venuti accrescendo nel corso degli anni.
Non possiamo nasconderci che la mutazione strutturale della società è alla base di una mutazione radicale del panorama politico, in cui la destra è riuscita a prevalere perché ha sfruttato le contraddizioni esistenti tra sinistra moderata e sinistra radicale, è penetrata populisticamente prima (con Forza Italia da un lato, la Lega dall’altro e le prove di creazione di terzi poli da parte tanto del grillismo quanto del renzismo) e autoritariamente poi con l’attuale era meloniana. Ma, nonostante sia così, ciò non può essere un alibi per dichiarare una manifesta impotenza e ascriverle tutte le colpe del minoritarismo in cui si sono cacciati i comunisti in Italia. Chi pensa che la risposta sia una piena autonomia da entrambi i poli, per cercare cossì di ricostruire la sinistra vera, soffre ancora di questo minoritarismo.
Pensarsi al riparo dai torti non aiuta a superare gli errori del passato. La via dell’alleantismo a tutti i costi non paga, non ha pagato e non pagherà: se non forze come Alleanza Verdi e Sinistra che sono riuscite, dismettendo ogni riferimento all’anticapitalismo, assumendo quindi un piano di collaborazione fondato su un ecologismo di sinistra da un lato e di un socialismo democratico e moderato, ad inventare un’offerta politica nuova, visibile grazie alla mediaticità ottenuta grazie alla permanenza in Parlamento. Meno male che ci sono, altrimenti sarebbe davvero difficile poter trovare nei dibattiti alle Camere un rappresentante che sia uno con cui potersi dire (quasi) d’accordo nove volte su dieci.
Ma questo non può essere il nostro obiettivo: non possiamo diventare governisti, ma possiamo riconsiderare come prioritario l’uscire dal minoritarismo prima di tutto mentale in cui siamo andati ad infilarci e, con caparbietà, renderci conto che dialogare con le altre forze progressiste non è tradire i nostri ideali e nemmeno gli obiettivi che ci vogliamo ancora dare circa il cambiamento radicale della società. Se tattica deve essere, almeno che lo sia puntando sul massimo delle possibilità che abbiamo. Nel nome dell’unità dei comunisti si fondano partiti che rappresentano qualche centinaio di persone, forse qualche migliaio in tutta Italia.
Non si possono nemmeno più fare le classiche somme pensando di aver aggregato chissà quali coalizioni, perché, alla prova dei fatti, il migliore risultato è quello ottenuto da “Toscana Rossa” alle ultime regionali e i peggiori allo zero virgola stanno tanto nel campo dei sostenitori dell’alleantismo quanto in quelli dell’isolazionismo indefessamente purista. Ma davvero queste compagne e questi compagni pensano, ognuno, nei loro piccoli partiti, di essere l’avanguardia di un nuovo movimento dei lavoratori? Di essere la spinta propulsiva di una nuova grande politica aggregante nel nome del comunismo e del socialismo? Un po’ viene da sorridere, ma molto, molto amaramente.
Potere al Popolo!, Partito Comunista Rivoluzionario, Fronte Comunista, Partito Marxista-Leninista Italiano, Sinistra Anticapitalista, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista di Unità Popolare, Partito dei CARC, Partito di Iniziativa Comunista e se me ne sono scordato qualcuno chiedo molto pietosamente venia… Ognuno produce la sua ricetta per far avanzare le istanze di liberazione dallo sfruttamento del sistema capitalistico oggi, sulla scorta di scuole di pensiero di ieri, verso un futuro in cui la realtà oggettiva ci consegna il quadro di una destra italiana, europea e mondiale in forte avanzamento.
Queste compagne e questi compagni, alle obiezioni qui mosse, replicheranno che si tratta dell’attuale fase del capitalismo neoliberista e che, quindi, anche dialogando, alleandosi con il campo largo non si migliorano le politiche sostanziali per la popolazione, ma si accresce il problema. Di sicuro, questo possiamo certificarlo, non si fa quella rivoluzione più propriamente intesa come piacerebbe non solo ai minoritari soggettivisti del comunismo moderno, ma si opera nella direzione di limitare i danni, di invertire le tendenze, di proteggere un po’ di più chi ha sempre meno e sta sempre peggio.
Rifondazione Comunista, dal canto suo, vive una spaccatura interna verticale: metà del partito guarda alla possibilità di un recupero del dialogo con il progressismo, con il campo largo per sostenere i bisogni urgenti tanto del mondo del lavoro quanto degli altri comparti sociali; l’altra metà invece vuole costruire una sinistra di alternativa ai due poli, partendo da un rapporto con la società che si intende di massa ma la cui costruzione non è veicolabile con le buone intenzioni, con i messaggi anche chiari di netta distinzione da tutto e da tutti, rivendicando una coerenza con i propri princìpi che si scontra inevitabilmente sempre con la dura realtà delle cifre.
Cosa realmente non riusciamo a comprendere? Perché siamo così tanto sicuri di ciò che facciamo e poi non riusciamo ad intercettare il consenso del mondo del lavoro, di quello precario, degli studenti, dei pensionati, di chi sopravvive a stento ogni mese? Non basta avere ragione, bisogna creare le condizioni per cui le nostre posizioni vengano sentite come le uniche possibili per far uscire dal disagio, dalla povertà, dal malessere sociale e dalla crisi moderna dei tempi coloro che oggi vi sono immersi fino ed oltre i collo. L’unità dei comunisti, di per sé, è un valore solo se c’è una collaborazione nella costruzione di una vera entità politica di massa che, quindi, volendo essere tale, non ha paura di venire a contatto con chi le è anche fortemente opposto o, quando meno, molto diverso.
Parlarsi tra simili o uguali è appagante ma non contribuisce a spostare di una virgola le contraddizioni sociali in atto. Le sfide del presente sono talmente gravi che dovrebbero indurre ad una riconsiderazione complessiva del ruolo delle comuniste e dei comunisti oggi tanto nella politica italiana quanto in quella europea. Dobbiamo mandare a casa il governo Meloni e creare una alternativa progressista in cui Rifondazione Comunista abbia un ruolo riconoscibile di partito della sinistra antiliberista. I danni che questa maggioranza sta facendo al Paese si conteranno per anni e anni se non saremo in grado di evitarne ulteriori inviluppi.
Autonomia differenziata, magistratura sotto attacco, premierato ed esclusione del Parlamento dalla sua naturale, costituzionale centralità. Se questi problemi sono considerati dirimenti, non si può fare finta di niente. Non si può studiare per la rivoluzione, pensarsi rivoluzionari e, nei fatti, non essere minimamente utili ad un mutamento di rotta? Prima mandiamo a casa le destre, poi penseremo a come gestire anche una opposizione ragionata e non pregiudiziale a politiche liberiste che dovessero arrivare da nuove aggregazioni, da nuove coalizioni. Non si può escludere nulla, mentre i minoritaristi di oggi escludono troppo. Escludono tutti. Tranne sé stessi…
MARCO SFERINI
20 dicembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria














