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Marco Sferini

Sulle macerie e sui cadaveri di Gaza. L’orrore del Board trumpiano

Una corrente analistica delle geopolitica recente tanto quanto le nuove svolte globali impresse dal multipolarismo e, nello specifico, dal trumpismo nordamericano, sostiene che ci troviamo in una fase di “transizione egemonica“: in pratica siamo completamente immersi in un passaggio storico che non solo ridefinisce le sfere di influenza delle potenze nuovamente emergenti e di quelle più nostranamente tali, ma mette fine, soprattutto per chi sognava un universalismo affidato ad una sola grande superpotenza, all’unipolarismo per come lo abbiamo conosciuto appena dopo il crollo del socialismo reale e dell’impero sovietico.

Superato anche il colonialismo di vecchia maniera, oggi possiamo con un po’ di certezza affermare che, in questo disordine mondiale attuale, la competizione tra i giganti del pianeta è una lotta veramente tra titani che si contendono una predominanza in differenti sfere di influenza: anche geopolitiche, ma soprattutto economico-finanziarie e, quindi, in una sorta di neocapitalismo iperliberista che si mostra in tutta la sua aggressività predatrice mediante la saldatura con forze politiche superconservatrici come il mondo MAGA. Le destre liberali sono rubricate così ad elementi di secondo o terzo ordine di una politica che è sempre più spregiudicata se vuole rimanere a galla.

Più che giustamente qualcuno ha parlato dell’oggi in cui viviamo come di un'”epoca impazzita“, di una sorta di eccezionalità che si è fatta regola e che quindi non può che mostrare un Donald Trump come la rappresentazione plasticamente fisica, politica e istituzionale di un caos in cui l’unico ordine ammissibile è quello dettato da chi è più forte e non in maggioranza, ad esempio, tra gli Stati del mondo intero. Sussistono pochissimi dubbi sul fatto che nel presidente statunitense sia presente qualcosa di più di una pallida traccia di megalomania. Caratterialmente è parso di capire che Trump è egoticamente preso da sé stesso più di chiunque altro.

Tutto gravita e deve gravitare attorno a lui che non ha remore di nessun tipo, che mostra ed esibisce anzi una spregiudicatezza tipica anche dell’autocrate, ma più di tutto dell’aristocratico riemerso dal mondo quasi dimenticato di un assolutismo persino oltrepassante quello sei-settecentesco. L’ultima, ma non ultima, delle esorbitanti trovate è il davvero famigerato “Board of Peace“, un conglomerato di rappresentanze di nazioni che si sono genuflesse all’imperatore a stelle e strisce, proprietario del marchio, dell’idea, dell’organizzazione di un consesso di pacifisti tanto quanto erano contro la pena di morte i boia più feroci della Storia.

Il proposito è tutto affaristico-speculativo, oltre che intriso di un militarismo necessario a garantire l’affermazione dei nuovi grandi interessi che calano come ombre nerissime sulla Striscia di Gaza. Tacito qui viene superato e anche di molto: non c’è più il deserto soltanto dove si erige la pace. Ci sono le macerie fumanti delle città palestinesi, rase al suolo dalla criminale aggressione del governo di Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir che ha fatto, secondo una approfondita ricerca del “The Lancet Global Health“, molto più dei settentamila morti contati dal ministero della salute di Hamas. Le cifre sono spaventose: si presuppone che si debba almeno raddoppiare il dato e che questo stesso per oltre la metà si rappresentato da donne e da bambini.

Molti cadaveri giacciono ancora sotto le macerie e questo, a detta di qualche voce dal sen fuggita dalla Casa Bianca, sarebbe un problema. Su cui però poi non ci si sofferma più di tanto, visto che i video mostrati nella prima riunione del Board trumpiano, si magnificano costruzioni ipermoderne, strade sospese da terra, grattacieli di ogni forma, giardini lussureggianti meglio di quelli pensili dell’antica Babilonia. Trump batte il martelletto sulla base appoggiata sul tavolo e sancisce l’inizio dei lavori e della speculazione. I cadaveri sono lì sotto. Pazienza. I progetti che riguardano la prima grande base americana in zona poggiano proprio su quei terreni martoriati. Del resto, la Striscia è piccola e da qualche parte si deve costruire il presidio militare permanente.

Nel Board ci sono tutti gli Stati più antidemocratici del mondo. Mancano solo gli iraniani, i russi e i coreani del nord e poi il parterre è al completo. L’Italia – dice il governo Meloni – è lì come osservatrice: guarda dal buco della serratura, oppure partecipa attivamente? Tace o parla? Tajani non dissimula molto bene un certo imbarazzo: lui dovrebbe essere un liberale di destra e, anche se in gioventù era un monarchico, un dominus assoluto come Trump forse è un po’ troppo anche per lui. Tuttavia, la Presidente del Consiglio, che non perde occasione per mostrarsi fedele alleata del presidentissimo-magnate, rimarca proprio questo: Roma è oggi diversa da Parigi, da Berlino, figuriamoci poi da Madrid.

Roma vuole fare la sua parte perché ha scelto di stare non da quella dei popoli oppressi dal neoimperialismo e neppure soltanto da quella dell’atlantismo tout court: ha scelto di stare dalla parte del vincitore del momento, quello che pare inarrestabile così come lo sembravano essere gli eserciti hitleriani nella prima fase della Seconda guerra mondiale. Dei palestinesi nel Board of Peace nemmeno l’ombra. Il destino loro lo decidono prepotenti affaristi e nuovi colonizzatori della peggiore risma. Ed il destino dei palestinesi, se davvero questo progetto dovesse prendere campo, sarà oggettivamente l’esclusione de facto dalla loro terra: l’esilio forzato.

I piani di Netanyahu, sul fronte cisgiordano, del resto, puntano ad annettere la West Bank pezzo dopo pezzo. Il Grande Israele pare dietro l’angolo. C’è, proprio nella teorizzazione della “transizione egemonica“, quella incapacità intrinseca di non riuscire a trovare una nuova sintesi collaborativa tra gli Stati. Questo nonostante tutta la protervia, esibita con una sicurezza priva di qualunque striata venatura, senza alcuna apparente imperfezione. Quella che Carlo Rovelli ha, nel suo libro “Helgoland“, descritto come una frantumazione in un «gioco di punti di vista che non ammette un’unica visione globale. È un mondo di prospettive, di manifestazioni, non di entità con proprietà definite o fatti univoci» (p.20, ed. Adelphi, 2020).

Così è il Board of Peace di Trump: una manifestazione di prospettive e viceversa che non punta ad altro se non a concretizzare una particolarissima sezione degli interessi americani nel mondo e, per assestare un colpo quasi mortale alle Nazioni Unite, ultimo benevolo retaggio della precedente Società delle Nazioni dopo la fine della grande seconda catastrofe mondiale, propone quindi un consesso imperiale in cui ammaestrare non nuove nazioni alla pari ma, nel migliore dei casi, delle subordinate compiacenti. Nel peggiore dei veri e propri scendiletto istituzionali, pronti a pronarsi senza se e senza ma. Ormai, come ha dimostrato la vicenda venezuelana, l’imperialismo americano non ha bisogno di conquistare nuovi territori. Li asservisce con una esibizione di forza differente.

Li conquista mettendo fine ai governi che li guidavano con azioni di vero e proprio terrorismo. Le nuove minacce all’Iran, con il dispiegamento delle portaerei nel Golfo Persico e quella ormai prontezza all’attacco dichiarata dal “New York Times“, sono storia vecchia, si potrebbe dire… Invece sono sempre un nuovo capitolo ma di uno stesso libro: quello in cui si narra della competizione con la Cina che, per forza di cose, ossia per una sorta di eguale potenza offensiva e difensiva, economica e finanziaria, non può non rimanere nell’ambito di una sorta di forzata coesistenza nella rimodulazione più complessiva affidata alle dinamiche del multipolarismo.

Gli analisti internazionali registrano, a questo proposito, una sorta di “pausa tecnica” nelle reciproche offensive che Pechino e Washington tengono di volta in volta quando uno dei due fa una mossa e aspetta quella della controparte. Intanto il mondo prosegue nella sua scia di sangue e a Gaza si giocano le sorti di una questione mediorientale in cui si riverberano quelli che sono stati i comportamenti che un tempo intercorrevano proprio tra i due giganti riemergenti. Negli ultimi trenta, quarant’anni i cinesi guardavano agli Stati Uniti d’America come ad una sorta di modello di riferimento. Poi questa interpretazione è andata mutando, seguendo una spinta al cambiamento globale che mostrava tutte le potenzialità di Pechino.

Oggi il trumpismo ha scompaginato ulteriormente le carte: il Board of Peace è a metà tra una esibizione di autoritarismo a tutto tondo e una megalomania che lo giustifica patologicamente ma non certo moralmente e tanto meno sul piano di una innovazione della politica internazionale fra gli Stati. Trump decide tutto, dispone ogni cosa e stabilisce che, ad esempio, un seggio permanente nel suo board vale il versamento di una somma vertiginosa: un miliardo di dollari. Quel consesso non rischia soltanto di diventare un’alternativa privata all’ONU, ma una sorta di consiglio di guerra in cui i partecipanti dovranno soltanto ratificare la volontà dell’imperatore massimo.

Non è solo Gaza ad essere nel mirino, ma ogni altro territorio del pianeta in cui si tengono conflitti pluriennali e in cui vi è lo spiraglio di aprire delle contraddizioni per la modificazione della geopolitica regionale in virtù del cambiamento di quella più propriamente globale. Nemmeno le peggiori dittature totalitarie del Novecento avevano osato immaginare un obbrobrio di questa natura innaturale per le sorti di una umanità più che umiliata, divisa, lacerata e contorta nelle tante crisi che la attraversano: prima fra tutte quella ambientale ed ecosistemica. Tutta una invenzione per Trump e per il suo mondo MAGA. Qui non c’è nessun metodo nella follia. Perché c’è una voglia di trionfo della volontà che è prevaricazione antica e moderna al tempo stesso.

C’è una voglia di superiorità economica, finanziaria, politica, militare, culturale… C’è il peggio della nostra epoca fintamente moderna. C’è un decandetissimo processo di glorificazione dei crimini contro l’umanità mostrati come liberazione dei popoli. C’è chi muove guerre e omicidi di massa. Chi li subisce sta fuori o ancora sotto le macerie su cui verranno costruite le fondamenta del nuovo orrore imperialista, del nuovo disordine mondiale.

MARCO SFERINI

20 febbraio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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