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Marco Sferini

Sull’America e sul mondo l’ombra della prepotenza trumpiana

Non è mai facile utilizzare i termini corrispondenti in qualche modo alla realtà dei fatti per descriverla. Soprattutto se si tratta di eventi che sono candidati ad entrare nella Storia perché determinano un cambiamento di fase tale da divenire uno spartiacque nella vita di un paese o, addirittura per un intero continente e, di riflesso diretto per l’intero pianeta. Questo, in sostanza, perché il soggettivismo delle interpretazioni è sempre in agguato e si rischia di chiamare Caio ciò che invece si chiama Tizio e viceversa, facendo un gran pasticcio e contribuendo ad alterare la logica consequenzialità degli avvenimenti.

La premessa è necessaria anche nel caso dell’attacco statunitense al Venezuela: di cosa si è trattato? Di un colpo di Stato? Di una tentata invasione? Di un avvertimento? Se proviamo a mettere in pratica l’esercizio dell’essere il più afferenti possibili a quanto avvenuto a Caracas nei giorni scorsi, si può affermare che è stato un po’ tutto questo: un golpe esterno, portato avanti dall’amministrazione Trump che ha dato l’ordine alla Delta Force di rapire il presidente Nicolas Maduro insieme alla moglie e di trasferirli sul suolo americano per processarli con l’accusa di narcotraffico.

Un’accusa che reggerà nei tribunali della Repubblica stellata solo se supportata da qualche super-testimone chiave: magari una spia venezuelana che si è pentita (o che è stata costretta a farlo) e che ora lavora per il governo di Washington. Con altrettanta facilità, rispetto a quella con cui si è accusato Maduro di essere un capo di qualche cartello della droga di cui non è dimostrata nemmeno la più vaga esistenza, Trump ha rinvigorito le minacce a gran parte dell’America Latina: oltre a Caracas ha preso di mira anche Bogotà.

Gustavo Petro, presidente di sinistra, figlio di un rivoluzionario e a sua volta militante dell’M-19 (il movimento guerrigliero di ispirazione bolivariana e socialista), è un altro nemico del presidentissimo a stelle e strisce. Anche per lui è pronta l’accusa di narcotraffico, di spaccio di droga per avere il pretesto di una rimozione, magari di un processo alla Maduro negli Stati Uniti e l’instaurazione di un governo fantoccio in Colombia. Trump afferma di fare tutto questo nel nome dei popoli, della loro libertà, della democrazia. Siamo al capovolgimento della realtà: l’imperialismo yankee si stende sul resto del continente e minaccia il sud, il centro e anche le regioni più a nord.

Dalla Groenlandia al Messico, dal Venezuela alla Colombia: tutti nel mirino di un governo a cui, oggettivamente, non importa un bel niente della stabilizzazione democratica, ma solamente – come del resto dichiarato dallo stesso Trump senza tanti infingimenti – di riaffermare l’egemonia statunitense su tutta l’America e di appropriarsi dei beni primari, delle terre rare e della posizioni geopoliticamente strategiche per partire ad una nuova contendibilità del pianeta con i concorrenti russi e cinesi.

Se parliamo in termini di diritto internazionale, Trump e il suo governo hanno violato praticamente ogni regola che impone il rispetto dei confini degli Stati sovrani, della loro indipendenza, così come della loro autonomia: minacciano, aggrediscono, chiamano “blitz” delle guerre che durano anche intere settimane (come nel caso dell’attacco al nucleare iraniano durato ben dodici giorni), prendendosi gioco del Congresso, scavalcandolo e imponendo al resto del mondo la logica della prepotenza su tutto e su tutti. Dopo il rapimento di Maduro e della moglie c’è qualche leader mondiale che può dirsi al sicuro?

Se agli Stati Uniti del magnate-presidente domani non piacerà un altro leader, proprio come Gustavo Petro in Colombia, a cosa saremo costretti ad assistere? Ad un’altra missione della Delta Force, con un bombardamento di Bogotà e il prelevando del presidente nottetempo? Davvero siamo in presenza di qualcosa forse di mai visto negli ultimi ottant’anni. A memoria, l’unico rapimento di cui ci si ricorda è l’azione del Mossad per prelevare il nazista Adolf Eichmann e trasferirlo in Israele per processarlo e rendere giustizia ai milioni di ebrei assassinati dal regime hitleriano che aveva trovato in questi “ragionieri dello sterminio” dei puntualissimi, freddi, rigidi e cinicissimi burocrati.

Ma quel rapimento aveva un senso prima di tutto storico, politico, etico: era la sottrazione di un criminale di guerra e contro l’umanità ad un regime di libertà che non gli spettava, conducendolo a rispondere dei suoi atroci misfatti non solo davanti alla giustizia del giovane stato ebraico, ma davanti al mondo intero. Ecco, a memoria, solo questo caso rimane impresso. Per questo il rapimento di Maduro è singolarmente eclatante. Quale altro capo di governo o di Stato è mai venuto “estratto” dal suo paese per essere processato in un altro? Ci troviamo, quindi, in una situazione completamente nuova, in una vera e propria svolta epocale.

Così, se vogliamo adoperare delle vere precise parole per definire tutto ciò, non possiamo non scrivere che quello messo in pratica dall’amministrazione Trump è un crimine ai danni certamente di Maduro e della moglie, ma anche della sovrana Repubblica bolivariana del Venezuela: una minaccia cui sono sottoposti tutti gli altri Stati sovrani d’America e non di meno del mondo. Chi rappresenta un inciampo nel percorso di riacquisizione della predominanza statunitense nel Nuovo come nel Vecchio mondo, può incappare nella medesima sorte toccata a Caracas. Cuba, Colombia, Messico e persino la Danimarca sono avvisati.

Per l’Isla rebelde, Trump ha avuto parola sprezzanti (ne conosce davvero altre nei suoi discorsi?): L’Avana sarebbe pronta a cadere perché senza il supporto economico e il sostegno petrolifero venezuelano, l’economia cubana strozzerebbe… Come se non fosse già messa alla prova da oltre sessant’anni da un altro crimine a stelle e strisce chiamato “bloqueo“, ossia l’embargo imposto dalla normativa Helms-Burton. Tutte queste minacce di Donald Trump premettono dei veri e propri atti di pirateria che includono la violenza delle incursioni in una nazione sovrana, lo stravolgimento delle sue istituzioni e, qualora i nuovi governi non facciano ciò che vuole Washington, ecco la minaccia di nuovi interventi.

Si intende che, se la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, non si metterà in riga, Caracas potrebbe essere invasa dalle truppe statunitensi che si porteranno appresso una sorta di “governatore” del paese e imporranno così il pieno protettorato. Mentre tutto questo avviene, l’ONU è silente. Non si è riunito il Consiglio di Sicurezza, non si è riunita l’Assemblea generale, non vi è deliberazione alcuna in merito. Non vi è condanna per quanto avvenuto. Ci troviamo, quindi, non solo in un passaggio che, risottolineiamolo, è chiaramente epocale non solo perché dalla forza del diritto si transita al diritto della forza, ma soprattutto perché qui si riscrive completamente la geopolitica mondiale.

La questione venezuelana apre le porte ad una messa in discussione dell’ordine globale che passa dalla precedente fase unipolare a guida prevalentemente americana, ad un multipolarismo in cui le potenze emergenti e riemergenti cercano il massimo dell’espansione possibile senza esclusione di colpi: in questo frangente, Trump per primo (ma non di meno Putin e non di meno la NATO) si sente autorizzato ad adoperare qualunque mezzo per soddisfare quelle esigenze fondamentali e primarie che riconosce come basilari per la sostanziazione della nuova posizione geostrategica degli USA nell’emisfero occidentale.

Trump sentenzia che Washington è pronta a gestire la transizione in Venezuela e che ha il controllo della situazione, quindi il pieno accesso alle risorse petrolifere (le più importanti della Terra, persino maggiori di quelle dell’Arabia Saudita). Ma la Repubblica bolivariana è uno Stato in cui, se lo si osserva con accuratezza e in profondità, in tutti i gangli della sua complessa società (come qualunque altra, del resto…), esistono delle particolarità che sono difficilmente gestibili se non con un compromesso tra le parti e, soprattutto, non liquidando troppo facilmente l’attuale governo in carica, guidato dal PSUV (il Partido Socialista Unido de Venezuela).

Tuttavia, per quanto Trump si senta certo di riscontrare d’ora in avanti una sorta di linearità in questo cammino di costruzione dell’acquiescenza bolivariana nei confronti del potente impero americano, non esiste alcuna certezza che ciò si verifichi senza colpo ferire: le due anime del paese sono un po’ da sempre in contrasto fra loro, soprattutto politicamente, ma non di meno anche socialmente e culturalmente. Circa il 70% della popolazione è di origine meticcia europea-indigena e africana e sostiene il governo del PSUV; il restante 30% invece, di provenienza europea-latina, italiana e spagnola, sostiene l’opposizione liberista.

Non c’è dubbio sul fatto che il disagio sociale sia molto diffuso: chi vive nei barrios sa che la situazione è spesso drammatica e che esiste un problema a monte che riguarda tanto la gestione della crisi permanente, determinata dagli squilibri mondiali, quanto i rapporti interni e la gestione di un potere che non è scevro da corruzione, da ambizione, da una commistione tra politica e militarismo che non ha giovato alla causa del bolivarismo e del progresso sociale per cui sostiene ancora oggi di lottare. I problemi esistono, ma dovrebbero essere i venezuelani a risolverli con l’aiuto della comunità internazionale. Almeno di quella più vicina ad una idea di mondo che non sia soltanto imperiale e militare.

Trump è, rispetto a tutto questo, un eversore che non tiene in nessuna considerazione le regole internazionali e che, quindi, mostra anche uno scarsissimo interesse per il rispetto della Costituzione americana: fa quello che vuole e fa fare alla giustizia statunitense altrettanto. Sulla base di quale principio del diritto il suo governo rapisce un presidente e lo giudica autonomamente senza rispondere a niente e nessuno se non agli interessi iperliberisti cui è votata la sua retriva e conservatorissima amministrazione? La prepotenza del capitalismo qui si mostra in tutta la sua ferocia brutale.

Non è più tempo per Norimberga, per la giustizia tra i popoli, quella che avrebbe evitato nuovi tentativi di sopraffazione di una nazione sulle altre provocando asperrimi conflitti su scala pluricontinentale. Non c’è diritto che tenga qui. C’è solo la prepotenza di un presidente e di un governo che non si fermano davanti a niente. Nessuno si senta più al sicuro: oggi è toccato a Caracas, domani potrebbe toccare a Cuba, alla Colombia, persino al Brasile di Lula o all’Iran. Forse pure alla Danimarca, che è un paese europeo, che è un paese della NATO: per paradosso gli Stati Uniti potrebbero entrare in conflitto con un paese “amico“.

Trump vuole la Groenlandia? Non muoverà certo guerra alla Danimarca, ma spingerà il governo autonomo di Nuuk a venire a patti sulla sovranità, imponendo maggiore presenza statunitense, più basi oltre a quelle che già ha e lasciando la gestione della politica interna di poco più di trentamila persone (che economicamente dipendono per oltre un terzo del PIL da Copenhagen) all’esecutivo locale. Proverà a prendersi quello che vuole senza, in quel caso, usare la forza come fatto a Caracas. Ma il pericolo sul campo, invece, rimane per tutti gli altri Stati che non si allineano alle pretese statunitensi.

Siamo nella nuova epoca del banditismo, dell’aggressione sempre e comunque giustificata da pretesti inventati e nemmeno poi tanto mascherati come tali. Il completo silenzio dell’Unione Europea è incommentabile: anzi lo sarebbe, ma vengono in mente solo della male parole. Il comportamento del governo italiano è peggio ancora, ma lo si poteva presumere. Non c’è dunque chi si mette in mezzo e prova a fare un po’ la voce grossa contro un modernissimo tiranno che si fa chiamare “presidente” e che accusa gli altri di essere tutti dalla parte sbagliata. Solo la sua politica è giusta e meritevole. Solo lui può essere applaudito e ammirato.

Abbiamo degli anticorpi, eredità delle atrocità del Secondo conflitto mondiale. Sappiamo quello che può accadere e che, in parte, sta già accadendo. Sarebbe bene non stare troppo a guardare. Non sarà il tempo a migliorare le cose… Saranno solo i movimenti e le rivolte popolari. Non solo in America, ma principalmente là: sostenerli qui in Europa e nel resto del mondo è il compito che ci dobbiamo dare.

MARCO SFERINI

6 gennaio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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