Marco Sferini
Sul ciglio del burrone: da Niscemi al resto d’Italia
Niscemi. Al passaggio della pioggia, nell’ingrossamento dei torrenti carsici che si situano tra la sabbia superficiale e l’argilla sottostante, si frantuma un territorio che plasticamente cede a trent’anni di promesse, di interventi mai eseguiti, con una Italia alle spalle che spende più di venti miliardi all’anno non in prevenzione, ma in urgentissime riparazioni dei danni ormai causati da una trascuratezza colpevole e, spesso, criminale.
Niscemi. Passerella di una politica che promette e nemmeno si allontana dai cittadini nel tentare ruffianamente di farvisi più vicina: perché di questa rappresentanza istituzionale, quella gente disperata, senza casa, proprio senza più terra sotto i piedi, non percepisce nulla. Che voli in elicottero o arrivi a piedi, la presenza della Stato è ectoplasmatica e poco o niente serve la rassicurazione di Schifani: daremo a tutti coloro che hanno perso la casa, un’altra casa. Nessuno rimarrà senza un tetto sulla testa.
Siccome la situazione è tanto grave, c’è da sperare che, intimoriti dalla perdita verticale di consenso, non sono nella frana enorme di Niscemi, ma un po’ in tutta la Sicilia, gli amministratori regionali si diano da fare per non essere travolti anche loro dal movimento di un terreno elettorale che rischia davvero di seppellirli. Una volta e forse per tutte. Purtroppo le consorterie e le prebende del potere sono dure a morire: perché quando le tragedie rientrano nell’ordinario disordine della burocrazia che va più lenta della Lumaca di Pinocchio, molto si dimentica. Tanto si oblia.
Niscemi è la raffigurazione davvero impressionante di un ciglio su cui ci troviamo in tanti: quello di una precarietà dell’esistenza che, giorno dopo giorno, affrontiamo sempre più con la rassegnazione su cui vince, sovrabbonda e impera una politica sovrastrutturale che viene animata burattinescamente dalla struttura del potere forte per davvero. Di un processo economico superliberista che impone il risparmio pubblico in nome del profitto privato.
La malavita organizzata guarda, condiscende, sceglie canali nuovi per influenzare grandissimi appalti, mentre traffica in droga, commercia in esseri umani nelle tratte migratorie, intrattiene i più sporchi affari con un’alta finanziarizzazione del potere che non ha scrupoli se non quando deve mostrarsi ufficialmente democratico, costituzionale, patriottico e deferente nei confronti di un’alta idea di Nazione con la enne rigorosissimamente maiuscola.
Un cronista si avvicina ad una donna che tenta, nella zona rossa dichiarata inagibilissima, di recuperare alcuni ricordi personali oltre ad indumenti, piatti, bicchieri, coltelli, forchette e quel poco che rimane. C’è anche un cane che le scodinzola intorno e che avverte il pericolo più di tutti. Sembra fiutarlo nell’aria. Mentre l’intervista si tiene, si sente un piccolo boato: è la terra che continua a franare. Pare come una mina esplosa lontano, ed invece è a poche centinaia di metri da una abitazione che ben presto sarà distrutta, sempre che non ci pensi prima la frana a trascinarla dabbasso.
Ammette Giorgia Meloni: vedere dal vivo la parete franosa, su cui pare reggersi in punta di piedi l’intera Niscemi, è più impressionante rispetto alle immagini televisive. C’è da crederle, almeno in questo caso. La natura, quando si ribella all’antropizzazione impostale, genera sempre dei grandi spettacoli. Per noi sono tragedie, nell’economia più complessiva del pianeta sono adattamenti di una geologia che si riprende i suoi spazi. Proprio come l’erba che ricresceva nelle strade ciottolate dei centri storici al tempo del confinamento casalingo imposto dalla pandemia.
Il problema è che duemila persone sono sfollate, un paese rischia di essere tagliato a metà da un evento naturale che si fa fatica a considerare tale: i negazionisti del mutamento climatico potranno sempre accampare qualche nuova scusa in merito, ma intanto i processi terrestri proseguiranno e ad ogni acquazzone che piomberà addosso alla popolazione stremata, si aggiungerà un pezzo in più di vero e proprio terrore. C’è chi, anche fuori dalla zona rossa, dorme in poltrona perché teme di dover fuggire al primo sommovimento sottostante…
C’è chi non fa più vita, c’è chi una vita non l’ha più perché tutto ciò che possedeva, e non erano certo grandi ricchezze…, ora l’ha perduto. Schifani rassicura. Meloni vola alto. Promette: non accadrà come in passato. Gli interventi economici saranno veloci e corposi. Magari per avere i soldi necessari sarebbe il caso di prenderne un po’ da qualche altra voce di bilancio. Se si fosse investito meno nella spesa militare e più nella salvaguardia e nella prevenzione per qualunque territorio in allarme di dissesto e di crisi, forse avremmo pianto di meno e anche oggi saremmo meno preoccupati.
I geologi non hanno il compito di rassicurarci, ma di dirci come stanno le cose. Mario Tozzi è esplicito: la frana di Niscemi non è un evento da considerarsi eccezionale. È il prodotto indubbiamente di un peggioramento delle cause fisiche ascrivibili ai mutamenti idrogeologici frutto di precipitazioni sempre più corpose, incessanti; ma è anche, qui sta la commistione delle cause, l’incrocio delle problematiche più eclatanti e pregiudicanti la stabilità delle comunità locali, il prodotto di una trascuratezza sulla pianificazione territoriale.
Basta guardare le foto del prima e del dopo frana: il capo della Protezione Civile non gira molto intorno alla questione. La frana è, quanto a dimensioni, una volta e mezza quella che si staccò dal monte Toc e rovinò nella diga del Vajont causando un’ondata d’acqua che oltrepassò le mura di contenimento e si riversò su Longarone causando millenovecento morti e milletrecento dispersi nella notte del 9 ottobre 1963. A Niscemi la grande frana non ha fatto vittime, per ora. E ci si augura che non ne faccia nemmeno una.
Lo spettacolo tragico della faglia verticale della collina che si erode di ora in ora e che avanza, penetrando nel centro abitato del comune siciliano, non è una istantanea dell’oggi. La geologia ce lo dice chiaramente: sono decenni e decenni che esiste il pericolo. La zona rossa non è una disposizioni dell’oggi. Esiste da tempo. Ma anche in quella parte di territorio dove sarebbe dovuto essere assolutamente proibitivo erigere qualunque manufatto, si è continuato a costruire, fino ad arrivare al limite, là dove finiva la terra stessa, dove sotto crescevano pochi alberi, tanti arbusti accanto al vuoto.
Il ciclone Harry, che ha colpito la Sicilia e il Sud d’Italia nei giorni scorsi, ha soltanto accelerato dei problemi veramente strutturali, presenti da tempo, di cui le istituzioni non potevano ignorare l’alta pericolosità. Oggi è Niscemi al centro della scena mediatica, domani toccherà ad un altro paesino e magari non nel Mezzogiorno ma chissà dove: perché il territorio è stato trascurato, i piani regolatori e persino quelli demaniali marittimi sono stati forzati a più non posso per edificare fino alle estremità di una natura che non è cattiva, ma che ha bisogno dei suoi spazi.
Noi antropizziamo, espandiamo la nostra presenza, la portiamo fino là dove l’incontro con il resto del pianeta si fa sfida continua: nel nome del profitto, dell’edificabilità fin quasi a ridosso del mare, su spiagge dove c’è solo sabbia e sotto ancora l’acqua che vi penetra e la rende stabile tanto quanto un budino attraversato da un cucchiaio. Quali sono gli interventi che vengono ideati in questi casi, per mettere fine alle emergenze? Generalmente si erigono muri, si fanno argini, si cerca di contenere ciò che è fuoriuscito.
Ma non è questa la soluzione. Perché manca quello che Tozzi e altri studiosi chiamano un vero e proprio “new deal” per il territorio, una programmazione di lungo corso che riguardi una progettazione ampia, di respiro molto più che comunale o provinciale. Letteralmente c’è un burrone da una parte e c’è sopra questa faglia di incertezze che nell’immediato saranno gestite con l’allarme del disastro ormai più che incombente, perché nei fatti… Ma si stenta a comprendere, ancora una volta, come si pensi di intervenire per evitare che si verifichino altre Niscemi nel resto d’Italia.
Questo, ma non solo questo, non è il governo della programmazione lungimirante, della messa a terra di opere che tutelino il territorio. La rivendicazione orgogliosa degli stanziamenti per i grandi progetti da mostrare al mondo come qualcosa di simile alle sette meraviglie del tempo antico, rimane tale e quale: non una rimodulazione di bilancio è prevista, non uno stanziamento diverso del pure recentissimo passato dell’ultima finanziaria. Peggio ancora è oggi il confronto tra la consapevolezza del rischio e ciò che questo ha provocato un attimo dopo essersi concretizzato. La politica locale sapeva e poteva intervenire in tre lunghi decenni.
Uno stanziamento per cercare di temperare la disgraziata condizione di prossimità sul ciglio della possibile frana è stato accantonato per liti intercorse tra la Regione Siciliana e la ditta che aveva vinto l’appalto della messa in sicurezza. Il resto è storia di questi giorni: un cumulo di macerie da un lato, la disperazione della popolazione dall’altro. Nel mezzo i condoni edilizi, gli abusivismi e quella incuria costante che, tollerata e ritollerata, invisibile agli occhi che non vogliono vedere per distrarsi altrove, là dove c’è l’affare, la commistione nefanda tra pubblico e privato in cui prevale sempre il secondo a scapito del primo, ha la meglio nell’essere la produttrice del peggio.
Niscemi sarebbe più sicura se fosse sospesa su una nuvola soffice e vagante per l’aere. Su quella collina che pare solida ma che è invece sinonimo visibile di fragilità costante, manifesto iconico della precarietà colpevole della politica e delle amministrazioni che si sono susseguite nel tempo, unitamente ai tanti interessi che l’hanno riguardata insieme ad imprese e ceti sociali complici di accaparramenti di denaro piuttosto che di salvaguardia dei beni comuni, lassù appunto sta tutta la tribolata incertezza del che fare ora.
Grana per il governo, certo. Ma non va meglio nemmeno per le opposizioni che rischiano di essere accusate di strumentalizzazione del dolore, della fragilità tanto del territorio maltrattato quanto di una società che si lascia troppo pelosamente e facilmente persuadere a votare il più palloccoloso degli amministratori perché promette, promette, promette ai soliti noti ed a qualche nuovo noto: la commistione tra politica ed economia si riaffaccia sulla scena del delitto. Forse è vero: siamo tutte e tutti un po’ colpevoli. Ma qualcuno lo è, senza ombra di dubbio, di più.
MARCO SFERINI
30 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














