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Sudafrica in lutto, se ne va Desmond Tutu

L’ufficio della presidenza sudafricana ha annunciato questa mattina con “profonda tristezza” la morte dell’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, la figura forse più esemplare e riconosciuta a livello globale, dopo Mandela, della lotta contro il regime dell’apartheid. Aveva compiuto 90 anni lo scorso ottobre.

Un “leader di principio e pragmatismo che ha dato senso all’intuizione biblica secondo cui la fede senza opere è morta”, ha detto il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa nell’immediato messaggio di cordoglio rivolto in particolare a Mam Leah Tutu, da 66 anni anima gemella e compagna, “sorgente di forza e ispirazione”, dell’arcivescovo emerito (la quale “da parte sua ha dato un contributo monumentale” alla lotta di liberazione prima e allo “sviluppo della democrazia”, non ha dimenticato di sottolineare Ramaphosa).

Quanto alle “opere” di Desmond Mpilo Tutu, sono lì in bella evidenza nella storia del Sudafrica, Frutto di una fermezza forte anche del sorriso, oltre che di una lunga serie di coraggiose prese di posizione. L’ultima esternazione pubblica è stata forse quella di vaccinarsi, gesto al quale non ha voluto o non sentito il bisogno di aggiungere una delle sue frasi ad effetto, di quelle che oggi si rincorrono in rete come sui muri di Orgosolo (valga per tutte: “Quando sono arrivati i bianchi noi avevamo la terra e loro la Bibbia. Ora noi abbiamo la Bibbia e loro la terra”).

“Uomo di straordinaria intelligenza, integrità e invincibilità opposta alle forze dell’apartheid, che sapeva al tempo stesso esprimere tenerezza e vulnerabilità nella sua compassione per coloro che avevano subito oppressione, ingiustizia e violenza”, ha ricordato Ramaphosa. Ripensando forse alle lacrime che rigavano il volto di Tutu durante i racconti delle vittime di fronte alla Commissione per la verità e la riconciliazione da lui guidata. E al contempo la fermezza con cui rivolgeva domande pesanti come macigni all’ex presidente Frederik Willem de Klerk, scomparso lo scorso 11 novembre.

Arch, come Tutu veniva confidenzialmente chiamato in luogo del “vostra grazia” che il suo rango di Archibishop avrebbe richiesto, è stato un gigante dell’etica Ubuntu, l’incrollabile fede nel restare umani che ha illustrato l’intero “arco” della sua storia, un’empatia viva fatta di carne, emozioni, rabbia non-violenta e gioia non-fatua,  in cui rientra a buon diritto anche il suo schierarsi oggi al fianco delle comunità lgbtq o del popolo palestinese.

Un uomo che “dai marciapiedi della resistenza in Sudafrica ai pulpiti delle grandi cattedrali e dei più importanti luoghi di culto del mondo, fino alla cornice prestigiosa della cerimonia per l’assegnazione del Premio Nobel per la pace (era il 1984, ndr), si è distinto come un campione non settario dei diritti umani universali”, aggiunge Ramaphosa.

Il saluto del presidente ha di fatto aperto “un altro capitolo di lutto nell’addio del Paese a una generazione di straordinari sudafricani che ci hanno lasciato in eredità un Sudafrica libero”. Libero – avrebbe potuto aggiungere Ramaphosa se la sua carica istituzionale e forse anche il momento non lo sconsigliassero – ma ancora lontano dall’aver realizzato fino in fondo l’idea, il sogno di giustizia sociale e di “nazione arcobaleno” per cui Desmond Tutu si è speso senza riserve.

MARCO BOCCITTO

da il manifesto.it

foto: screenshot

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