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Marco Sferini

Starmer. Ovvero come la sinistra non deve pensare, agire e governare

Non c’è migliore fotografia del fallimento del precipitarsi della sinistra verso destra se non quella che immortala Keir Starmer mestamente sospeso in un limbo tra rimpianto del passato e incognita del futuro. Il suo governo è franato per molteplici fattori, ma anzitutto perché ha scontentato, con una serie ininterrotta di politiche liberiste, la “working class” e il ceto medio. Difficile distinguerle oggi, ma vi è comunque sempre una differenza più che oggettiva tra chi ha una certa autonomia decisionale nel proprio lavoro (ed è quindi autonomo) e chi invece subisce le angherie del padronato, dell’essere salariato e del dipendere, in tutto e per tutto, dalle fluttuazioni borsistiche, dalle scelte aziendali che seguono, in questa fase più che in altre, una logica di vera e propria guerra.

Sturmer lascia la guida di un Labour che è stato mandato allo sfracello, ma non lascia ancora quella del governo: l’avvicendamento con quello che i giornali e le televisioni chiamano “il re del nord“, Andy Burnham, già sindaco della grande Manchester, cinquantasei anni, eletto alla Camera dei Comuni nel collegio di Makerfield nel contesto di elezioni suppletive. Lui sarebbe il diretto avversario di Starmer. Lui dovrebbe, nelle intenzioni di ciò che rimane del Labour, riportare tanto il partito quanto il governo del Regno Unito ad un livello quanto meno di recupero rispetto alla discesa impietosa in cui, in questi due anni ultimi, l’ha precipitato la serie di scelte operate dall’ormai quasi ex primo ministro di Sua Maestà Carlo III. Sui quotidiani britannici si leggono ovviamente tanti commenti sulla crisi politica di queste ore.

Ciò che è interessante è, però, una quasi unanime considerazione sulla dicotomia creatasi tra la piattaforma politica con cui Starmer era divenuto leader del Labour e capo del governo britannico e la reale azione messa in essere una volta alla guida della perfida Albione. La cosiddetta “quarta via” proposta dal premier uscente doveva essere, in sostanza, una sintesi tra il radicalismo di sinistra di Jeremy Corbyn e il riformismo centrista-liberista di Tony Blair. In allora si parlò apertamente di un rinnovamento del partito (l’espressione utilizzata era “Changed Labour“), di una mediazione di posizioni che riuscisse ad intervenire in un contesto complicato, lacerato dalla questione della Brexit non solo in seno alla variegata società britannica, ma pure entro il perimetro del partito laburista. Il punto però è risultato essere una assoluta mancanza di incisività della “quarta via” proprio in merito alle più pressanti problematiche di natura sociale.

Il governo Starmer è andato nella direzione sbagliata, quella del caldeggiamento di un neoliberismo a cui ha provato a far accettare una modestissima serie di riforme di stampo socialdemocratico (tanto nel diritto riguardante il mondo del lavoro quanto quello della casa, degli affitti in particolare) lambendo, più che altro con una serie di annunci che sono rimasti pressoché tali, una nazionalizzazione delle infrastrutture ferroviarie che, così, oggi rimane decisamente lettera morta. Riportando in Italia questo schema di assoluta compromissione (e non certo di compromesso) tra pubblico e privato, socialdemocrazia e liberalismo, lo si può far combaciare quasi alla perfezione con molti esperimenti tentati in merito proprio partendo da posizioni di centrosinistra somiglianti sempre più a quelle del centrodestra. Gran parte dell’era berlusconiana è stata attraversata così dal progressismo di casa nostra.

Oggi le condizioni sono mutate: anzitutto perché al governo del Paese c’è una destra-destra, espressa da un partito di maggioranza relativa che aveva come principale alleato la Lega di Salvini (dunque un soggetto politico di estrema destra) e poi pure Forza Italia e Noi moderati come ala centrista. Poi perché all’interno del Partito democratico si possono riconoscere dei mutamenti di posizioni soprattutto riguardo i diritti sociali anche se rimane aperto il vulnus che riguarda la politica estera e la sua impostazione bellicista, il trovare necessario sposare ancora il punto di vista atlantico sugli armamenti da inviare nei teatri di guerra senza riconoscere l’elemento cardine del conflitto in Ucraina: lo scontro fra due imperialismi e la ragione da affidare esclusivamente ad una posizione pacifica-pacifista, non riarmante bensì disarmante. La vicenda Starmer non fa che mostrare il fallimento dei fallimenti.

Quello della sinistra che insegue la destra, che promette cambiamenti sociali di gran conto e che, invece, una volta al governo rimodula le politiche neoliberiste e, quindi, nello scontentare la classe media e la “working class“, apre praterie sconfinate alla penetrazione populista e di destra proprio nell’elettorato che potrebbe invece avere ancora un carattere nettamente progressista. Dalla vicenda impietosa della caduta di Starmer e dallo sfracello laburista le sinistre moderate italiane devono ricavare una lezione non di poco conto: se non è per timore di scontrarsi con i poteri forti una volta al governo di una nazione, per quale altra ragione bisognerebbe temere così tanto di inaugurare una stagione di vere riforme di struttura, di vero cambiamento sociale? Un fronte progressista che avesse questa paura è destinato a perdere ancor prima di arrivare a Palazzo Chigi.

Perché l’elettorato va oltre la semplice percezione e non è così sprovveduto come lo si potrebbe ritenere. Ci si accorge se tra il dire e il fare sta davvero di mezzo il mare. Soprattutto se le promesse fatte sono oggettivamente realizzabili perché i fondi sono dirottabili da capitoli di spesa, per esempio, militare a capitoli invece di chiaro impatto sociale e civile. C’è nella giravolta politica di Keir Starmer un doppio elemento, una saldatura di cui non si può non tenere conto: il suo insuccesso su tutta la linea è certamente un crollo verticale di fronte al non mantenimento di quelle che non avrebbero dovuto essere solo delle capziose promesse elettorali. Ma lo è nella misura in cui lo si legge alla luce di una impostazione completamente conflittuale tra la Gran Bretagna e il popolo palestinese, per fare un esempio, così come nei confronti della Russia putiniana.

Non apertis verbis, non direttamente (se non nell’ultimo caso in questione), ma sostenendo in tutto e per tutto le politiche omicide dello Stato di Israele guidato da un governo di guerra, di sterminio, di politica genocida. Quando la popolazione britannica è scesa in piazza per contestare all’esecutivo laburista proprio questa impostazione così duramente perseguita, Starmer ha risposto con una postura repressiva, senza aprire un minimo di dialogo con chi gli rimproverava di aver fatto strame dei diritti umani e di averli subordinati ai rapporti economici con Tel Aviv. Si fa davvero molta fatica a riconoscere un anche piccolissimo tratto di socialdemocrazia in tutto questo: compresa un attitudine che, più che rivelarsi protesa verso un recupero dell’europeismo (dopo le disillusioni date dalla Brexit), ha segnato un solco profondo con il Vecchio continente, rimarcando una sorta di inaspettato nazionalismo.

Da un punto di vista anche solo timidamente progressista, il governo di Starmer è la negazione di una politica estremissimamente moderata di sinistra. Non c’è nulla nella sua azione che permetta di intravedere in lui e nel Labour che ha plasmato una svolta di carattere sociale; semmai l’esatto contrario. Tutele dei patrimoni grandi, protezione del privato, riarmo, voce grossa e repressione con chi protesta e contesta, assoluta condivisione delle scelte israeliane nelle faccende di politica mediorientale. Il disastro-Starmer è figlio di una mutazione altro che genetica della sinistra britannica. Un irriconoscibile laburismo ora è nelle mani dell’avversario del primo ministro: Andy Burnham è uno storico avversario della Brexit, ma questo, in sé e per sé, non ne fa certamente un credibile progressista.

Visto che l’Unione Europea non è una campionessa di diritti sociali; semmai lo è di assestamenti bancari, finanziari e di adeguamenti delle economie più fragili ai soli crismi e paradigmi di un mercato che strangola i più deboli e tutela sempre e soltanto i fabbricanti di capitali sulla pelle dei popoli, puntando, come in questa fase della storia attuale, sul riarmo a tutto spiano. Burnham, sostenuto dai numeri che gli hanno consentito di sedere alla Camera dei Comuni, pare l’unico in grado di impedire al pericolo di destra rappresentato da Nigel Farage di giungere a Downing Street. Nel suo primo discorso dopo l’elezione, l’ex sindaco della Grande Manchester ha parlato piuttosto ovviamente di “svolta“. Ma, cosa forse più rilevante, ha fatto qualcosa di più di un cenno ad una ultima possibilità per il Labour di risollevarsi dalla sua crisi verticale.

Chi lo conosce bene mette l’accento su tre punti che dovrebbero per lui essere fondamentali: 1) la ricostruzione del rapporto diretto tra laburisti e classe lavoratrice; 2) un avvicinamento tra il sud e il nord del Paese, così da colmare il divario che esiste tra la parte meridionale tutta concentrata attorno alla capitale e l’industrialismo più marcato del settentrione; 3) una politica marcatamente fatta di investimenti pubblici che puntino ad una “reindustrializzazione” (è questo il termine che compare nei suoi discorsi e nei documenti ufficiali). Riguardo alla politica estera sembra non scostarsi dalle posizioni di Starmer (e del Labour) sul sostegno a Kiev, ma sarebbe invece differente l’approccio con la questione mediorientale. Il confronto tutto interno al partito è aperto e si giocherà nei mesi estivi su una vera e propria graticola.

Se la sinistra e il mondo progressista italiano sapranno cogliere le avvisaglie di un esempio davvero eclatante ce lo diranno i prossimi mesi, nell’approdo al voto politico del 2027. Un po’ di intelligenza, di sagacia e di amore per i veri valori su cui si deve fondare la svolta rispetto all’attuale governo meloniano dovrebbero allontanare soprattutto il PD dalla tentazione di essere ancora il partito cerniera tra interessi privati e pubblici privilegiando i primi a scapito dei secondi. Purtroppo non è solamente la Storia ad insegnare e a trovarsi priva di allieve ed allievi. Spesso e molto poco volentieri anche all’Attualità tocca questa ingrata sorte…

MARCO SFERINI

23 giugno 2026

foto: elaborazione propria

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