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Economia e società

Sovranisti fossili senza bussola

Giorgia Meloni: dal vanto della “nazione” alla disperata ricerca di risorse a Bruxelles. Mentre i profitti energetici superano i 70 miliardi, il Governo Meloni riscopre la tassazione che ha sempre evitato, ma senza una strategia contro la speculazione che soffoca l’economia reale

Improvvisazioni, toppe tardive e richieste di aiuto a un’Europa confusa e impotente. Per gli italiani non è rassicurante il modo in cui sta reagendo il governo agli effetti devastanti della guerra dell’alleato privilegiato (ex?) Trump con Netanyahu contro l’Iran.

Colpisce la distanza tra il profilo impettito assunto dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni nel viaggio tra le petro-dittature del Golfo e l’invocazione quasi disperata di un sostegno finanziario da Bruxelles, a cominciare da una deroga al patto di stabilità tutt’altro che scontata per finire alla richiesta, insieme a Germania, Spagna, Portogallo e Austria, di una tassa sugli extraprofitti realizzati dalle compagnie energetiche.

Proprio quei sostegni che sono stati negati fino a ieri in Italia, tra l’altro proprio alla sinistra, insultata da Meloni perché «sta sul divano». È l’evoluzione dello stigma dei «divanisti» che prima prendevano il «reddito di cittadinanza» e oggi chiedono di tassare le società energetiche italiane che in tre anni e mezzo hanno fatto oltre 70 miliardi di euro di profitti.

La contraddizione può essere spiegata con il filosofo tedesco Theodor Adorno. Quando Meloni invoca la «nazione» intende solleticare il «narcisismo collettivo» della sua fan-base e portare all’apice la sua «vanità». L’operazione sublima la sconfitta al referendum e nasconde il fatto che il governo non ha il controllo sulla situazione, né una visione alternativa alle esigenze del capitalismo fossile.

La debolezza di una personalità autoritaria come quella di Meloni non dovrebbe tuttavia occultare le responsabilità dell’Unione Europea. Va ricordato infatti che, il 31 marzo scorso, il commissario per l’Energia Dan Jorgensen, ha sostenuto che «non è prevista una tassa sugli extraprofitti» nel pacchetto di misure in preparazione e destinato alle famiglie che non riusciranno a pagare le bollette. La lettera dei cinque paesi è un modo per fare pressione sulla definizione degli interventi, al momento più incentrati sull’austerità energetica. I razionamenti stanno diventando realtà, come si è visto ieri in Italia dove gli scali di Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia saranno soggetti a restrizioni di rifornimento fino al 9 aprile.

Anche nel caso in cui Bruxelles accettasse di istituire un «contributo di solidarietà» sugli extraprofitti dei petrolieri, non è detto che la misura entri subito in circolo. Dalla Commissione Ue ieri hanno fatto sapere che i suoi effetti non sarebbero rapidi a livello nazionale e gli Stati non avrebbero subito le risorse per affrontare la crisi.

Una misura europea analoga a quella chiesta ieri dai cinque governi è stata adottata a livello sovranazionale, ma applicata in maniera asimmetrica negli stati membri nel 2022, al tempo della crisi energetica e della maxi-inflazione generata dalla guerra russa in Ucraina. In Italia, l’applicazione è stata deludente. Sui 10 miliardi di euro previsti dal governo Draghi, il gettito reale ottenuto dalla tassa si è fermato a 2,8 miliardi.

In Spagna o in Germania andò meglio, ma non troppo. In Italia piovvero ricorsi a causa di errori metodologici, improvvisazioni giuridiche e per la proverbiale difesa degli interessi. Ieri, i petrolieri dell’Unem si sono detti «sorpresi e sconcertati» dall’iniziativa assunta dai cinque governi. Un contributo, in realtà modesto, metterebbe addirittura «in crisi» il settore. È bastato molto meno per fare cambiare idea in questi anni a un governo come quello Meloni, sensibile allo stormire di fronde tra le multinazionali o le banche.

In quattro anni nessuno ha affrontato il problema della regolazione della speculazione energetica che non è un’emergenza, ma la normalità del mercato. Oggi il rischio di un déjà-vu è concreto: i governi rischiano nuovamente di lasciare l’economia reale indifesa di fronte alla volatilità dei mercati energetici. Senza contare il fatto che non sembra esserci nemmeno l’accordo sulla tassazione degli extraprofitti.

Non sarà una tassa, per di più temporanea, a risolvere le guerre fatte in nome degli idrocarburi. Il problema è che, anche oggi, il costo maggiore sarà pagato innanzitutto dai più poveri e vulnerabili e aumenterà le diseguaglianze già atroci. Non basteranno gli aiuti a singhiozzo che, prima o poi, arriveranno. L’incognita riguarderà il post-emergenza: l’aumento dei prezzi durerà oltre la nuova crisi. I salari non hanno ancora recuperato l’inflazione cumulata dal 2022. Ora rischia di arrivare un’altra botta. Nella continua produzione di crisi, a mezzo di nuove crisi, in cui viviamo dai tempi del Covid, la storia si ripete e non insegna nulla.

ROBERTO CICCARELLI

da il manifesto.it

foto: screenshot ed elaborazione propria

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