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Marco Sferini

Sono pazzi questi studenti! Ma è proprio così…?

Giorni fa prima uno, poi due e poi ancora uno e un altro maturando si sono rifiutati di sostenere l’esame orale davanti alle rispettive commissioni d’esame. La motivazione data dalle ragazze e dai ragazzi è stata: «Sono contro questo sistema di valutazione, lo contesto e non dirò nulla». Non c’è alcun dubbio sul fatto che questa forma di protesta contro l’eccessiva competitività nel mondo della scuola abbia destato un grande scalpore, tanto da impensierire il ministro Valditara e indurlo – nemmeno a dirlo! – a prendere subito provvedimenti restrittivi, anatemizzando qua e là e disponendo che d’ora in poi ciò non sarà ammesso.

Il governo, quindi, si conferma coerente con la sua linea repressiva in ogni direzione convenga per limitare una critica che, se non impensierisce dal punto di vista della comprensione più generalmente sociale e collettiva, dà comunque noia, al pari della zanzara che di notte ti ronza nelle orecchie e poi silentemente si posa sull’epidermide e ti punge. Il punto però, qui, sembra essere non una manchevolezza da parte degli studenti che avrebbero voluto evitarsi il colloquio orale: non saranno bocciati, ma avranno una stiracchiata sufficienza. Non gli è di certo convenuto da questo punto di vista.

Il punto sembra essere un altro, ciò che sembra essere il tratto comune della protesta: la contestazione riguardante la poca umanizzazione del percorso degli studi, la mancanza di empatia tra studenti e insegnanti e, in particolare, la deprimente e frustrante ipercompetizione che si rileva proprio tra le ragazze e i ragazzi per avere i crediti e i voti più alti possibili in un quadro complesso e complessivo di più generale gareggiamento di cui il binomio scuola-lavoro (con la tanto famigerata alternanza trasversalmente voluta da governi di centrosinistra e destra) è il triste emblema di un liberismo supermoderno.

Quando ho letto la notizia, confesso che anche io ho avuto come prima reazione il biasimo per l’aver evitato gli orali: istintivamente ho pensato che dietro tutto questo ci fosse dello scansafatichismo e che, quindi, ci si trovasse davanti ad un tentativo furbastro di oltrepassare l’esame con una sufficienza sufficiente per non dover affrontare la forca caudina dell’esposizione delle materie studiate. Poi ho letto le risposte delle commissioni, quelle delle associazioni dei presidi e di altre istituzioni scolastiche. Ho sommato il tutto alla reazione ministeriale e mi sono domandato, bastiancontrariamente, se un po’ di ragione queste ragazze e questi ragazzi non l’avessero…

La peggiore reazione è quella di Valditara: l’obbligatorietà dell’orale mi crea di per sé, proprio perché obbligo, un fastidio insopportabile. Viene davvero voglia di fare il contrario a quel punto, pena però – in perfetto stile leghista – la bocciatura. Invece di dialogare con gli studenti, il ministro erige un muro, li etichetta come dei fannulloni e stabilisce per norma che non si disobbedisce. Mai e poi mai. Un governo reazionario, del resto, o fa così o, altrimenti, non è per l’appunto quello che è: il peggiore mai avuto nella storia della Repubblica italiana in quanto a tutela dei diritti di tutte e tutti e di quelli delle minoranze nello specifico.

Dunque, si diceva, ascoltare gli studenti: la denuncia che più fa riflettere chi, per lo meno, non intende liquidare sic et simpliciter la questione come fatto da presidi e Valditara, è proprio quella dell’ambiente in cui si studia e del modo in cui, quindi, si apprende e ci si relazione vicendevolmente. I ragazzi che hanno rifiutato di fare l’esame orale della maturità sono tutti ottimi studenti che si sono potuti permettere di evitare il colloquio con le commissioni perché già avevano raggiunto la sufficienza con crediti scolastici e scritti. Dunque non sono degli oziosi sfaticati, dei perdigiorno, dei bighelloni, pelandroni e scioperati.

Perché allora non prendiamo sul serio questi gesti di protesta e li analizziamo seguendo il fil rouge delle motivazioni che li ha ispirati fino all’estrema conseguenza, peraltro anche molto coraggiosa, di andare davanti ad una commissione d’esame e proclamare che si rifiuta lo stesso nel nome di una contestazione di quello che è stato definito un “votificio“? Se esistono delle regole per valutare il merito, ossia quello che praticamente gli studenti hanno prodotto durante l’anno, e se queste regole hanno assegnato a questi giovani già la sufficienza, noi dovremmo anzitutto rispettare la loro scelta. Anche contestarla con argomentazioni contrarie alle loro, ma non trattarli come se dovessero sottostare per forza ad un modello stabilito.

Una vera società democratica, matura in tutto e per tutto, non condanna, non reprime là dove c’è un problema, dove emerge un dissenso, ma si interroga, ascolta, decide collettivamente quello che è meglio fare. Non si tratta di fare gli assemblearisti, ma mettere in pratica quella condivisione delle scelte che è terreno costituzionale su cui proprio la Repubblica si fonda. Invece di prestare orecchio alle parole delle ragazze e dei ragazzi, non facciamo altro se non giudicarli senza soluzione di continuità. Perché noi adulti ci reputiamo nel giusto e in diritto di insegnare sempre e comunque, avendo superato ormai l’età per apprendere altro, per imparare ancora, per avere da altri la dimostrazione che, invece, c’è sempre l’occasione per sapere qualcosa in più.

Magari pure qualcosa di così diverso dai nostri usi e costumi, dalle nostre perversioni sistemiche, che sulle prime fa sobbalzare e che sulle seconde fa assestare su un piano critico migliore di quello in cui, precedentemente, ritenevamo di essere scomodamente seduti. Quale deve mai essere l’effetto di una protesta se non quello di suscitare una reazione? Lo sosteneva Ghandi quando parlava della disobbedienza civile: invece di fare tesoro delle esperienze storiche, seppure maturate in contesti ampiamente differenti, ci ostiniamo a dare voti su voti e ai voti stessi. Votiamo qualunque cosa, ma non siamo disposti a sederci ad un tavolo con questi giovani per cercare di capire anche loro stessi ma, soprattutto, ciò che non va.

Un ottimo saggio del professor Cristiano Corsini, docente ordinario di pedagogia sperimentale all’Università Roma Tre, «La fabbrica dei voti» (edito da Laterza), recentemente uscito, pone proprio il sistema della valutazione al centro di una rivalutazione del giudizio come elemento dirimente per la qualificazione tanto dell’apprendimento quanto del lavoro stesso, del metodo propriamente tale, con cui si può apprendere al meglio per la propria crescita intellettuale, morale, civile e sociale. Sono sempre stato piuttosto persuaso che i voti andrebbero superati e che i risultati ottenuti dalle ragazze e dai ragazzi dovrebbero essere valutati tramite dei giudizi più elaborati e non soltanto sintetizzabili con un numero su una scala da uno a dieci.

Che cosa mai voleva significarmi quel 5– (leggasi: cinque meno meno) di matematica che prendevo al liceo classico? Come andava interpretato il 7+ rispetto al 6/7 (letteralmente: sei al sette…), oppure il 6 e 1/2 (sei e mezzo) rispetto, semmai, alla pienezza del voto? Il problema al riguardo è il ricorso totalizzante al voto come unico elemento di valutazione. I sostenitori di questo sistema plurisecolare non concepiscono che si possa ottenere una chiara comprensione dell’apprendimento scolastico per ogni studente se non mediante l’icasticità del giudizio numerico che, come si è potuto vedere negli esempi fatti, tuttavia era e rimane piuttosto ambigua.

Scrive Corsini a questo proposito: «C’è una parte della società che sembra volersi nutrire di voti. Se il voto detta legge nelle scuole e nelle università è perché esso è perfettamente coerente con una visione gerarchica e competitiva dei rapporti tra esseri umani». Sintomatico questo prendere in considerazione la gerarchia come parte strutturale di un sistema più articolato che arriva fin dentro la scuola e che, quindi, non si limita alla piramidizzazione di ambienti esclusivamente militari o anche civili (come ad esempio le gerarchie istituzionali). In fondo, il voto è di per sé una categorizzazione settoriale, un incasellamento duro e puro. Non ammette replica.

In questa maniera il lavoro dello studente, che è un elaborato più dinamico e dialettico, viene mortificato. Alla ricerca, al tema di italiano, alla versione di latino o greco vengono assegnati dei voti. Invece, bisognerebbe, sotto l’ultima riga di uno scritto spiegare cosa non va e cosa va a giudizio, ovviamente, del docente. Questo tipo di valutazioni venivano fatte, almeno “ai miei tempi”, alle elementari e qualche volta anche alle medie: la maestra scriveva un giudizio di qualche riga su quello che era stato fatto, proprio per far capire semplicemente, direttamente al giovane scolaro cosa aveva sbagliato e in cosa poteva migliorare. Spesso questi giudizi erano un vero sprone a fare di più.

Il voto invece lascia interdetti se è negativo, esalta fin troppo se è positivo e rischia di far poggiare le menti sugli allori di una competitività che non è un vero stimolo al sapere per il sapere, ma al conoscere per un mero utilitarismo personale in una visione dell’esistenza classificata da famiglie, società (e dunque anche dalla scuola) come un’eterna lotta per farsi largo e non per collaborare al miglioramento collettivo ed individuale al tempo stesso. Condivisibilissima la proposta di Corsini di far evolvere il giudizio netto in giudizio meno giudicante e più confacente all’interazione, al raffronto tra insegnanti e studenti: «Un riscontro descrittivo, la finalità trasformativa e l’errore come risorsa non sono solo strategie, sono scelte di senso. Sono gesti di cura».

Se quei ragazzi hanno scelto di mettere in atto una protesta eclatante e per di nocumento valoriale per il loro corso di studi portato a termine con l’esame di Stato, non lo hanno fatto a cuor leggero. Dovremmo ripetutamente interrogarci su un gesto che interroga prima di tutto noi adulti, noi società, noi che siamo anche esterni al mondo della scuola ma che lo viviamo con l’apprensione di chi è consapevole di tutte le involuzioni che si sono registrate da decenni a questa parte e che hanno depotenziato il ruolo pubblico dell’istruzione, della formazione, della diffusione del sapere e della cultura prescindendo da qualunque finalizzazione economica, affaristica, di promessa di carriera e di successo.

Dovremmo farci parecchie domande: per primo se le dovrebbe fare l’intero governo Meloni. Ma questa, se non è una causa persa, poco ci manca…

MARCO SFERINI

17 luglio 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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