Connect with us

Il portico delle idee

Soggetto e oggetto nella disputa del nuovo e critico realismo

La corrente neorealista, che si propone sulla scena del pensiero mondiale e, in particolare, di quello americano, con l’opera “Saggi sul realismo critico” (1920) ad opera di un insieme di autori tutti interessati ad una nuova definizione del rapporto conoscitivo tra soggetto ed oggetto, assume una postura più che altro platonizzante che trova largo spazio anche nell’Inghilterra dei primi decenni del secolo scorso. Al centro delle dispute intellettuali (ed intellettive) si trova quella che può essere definita come una sorta di “constatazione” che, per quanto possa apparire tale, rimane comunque una supposizione soggettiva di ciascuno pur nell’ambito di una condivisione delle idee in merito.

La constatazione in questione è per l’appunto la conoscenza delle cose, di ciò che ci circonda, del mondo come dell’Universo: non tanto un contenitore di tutto ciò che esiste ma, propriamente, ciò che è e che in quanto tale non è affatto detto che debba rispondere esclusivamente al nostro modo di catalogare, di apprendere, di conoscere. Apprendimento e conoscenza sono, per quanto dibattuti tra apriorismo ed empirismo esperienziale, oggettivamente il frutto di un processo di avvicinamento alla realtà che noi giudichiamo reale: i sensi potrebbero tradirci nel ritenere ciò che siamo e ciò che ci è appresso e con cui veniamo di giorno in giorno a contatto.

Potremmo essere gli ingannatori di noi stessi, ritenendo che ciò che pensiamo sia “vero” e che, quindi, siano cose ed eventi ad uniformarsi al nostro pensiero e non viceversa. Si tratta di un dibattito molto antico e, proprio per questo, forse molto più affascinante di altri. Come tutte le questioni più datate del pensiero e nel nostro pensare continuo, non ha avuto e, del tutto probabilmente, non avrà mai un punto di arrivo, una sintesi plausibile e, quindi, una risoluzione. Il “realismo critico” che abbiamo citato poco sopra, tuttavia, opera un salto, se non di qualità, quanto meno di specificità del tema stesso visto che intende l’essere autocosciente come parte dell’immutabilità e dell’eternità dell’esistente e, dunque, impossibilitato a giungere ad una vera conoscenza.

Ciò che esiste, è in quanto tale e prescinde sostanzialmente dal rapporto che ha con noi: qualche volta si dice che, se la specie umana scomparisse dal pianeta Terra, la vita continuerebbe, modificandosi senza dubbio, ma non cesserebbe di certo e l’Universo non si accorgerebbe probabilmente neppure poi così tanto del fatto che noi, in questa sua parte di cosmo, che siamo – sempre riguardo le nostre limitate conoscenze e consapevolezze – la parte più evoluta (perché autocosciente) della materia, siamo esistiti e siamo finiti. Probabile è altresì che, visti i miliardi e miliardi di galassie con all’interno altrettanti miliardi di pianeti e sistemi stellari, tante altre civiltà abbiano già concluso il loro ciclo esistenziale.

Ma, per noi tapini che qui siamo e qui dobbiamo rimanere, salvo i sogni di gloria di approdare su Marte oggi e chissà dove domani…, il problema della conoscenza del reale rimane un fascinoso tema su cui dibattere: se non altro per passare un po’ il tempo. Se i realisti critici ritengono che la realtà dell’esistente non debba riguardarci anzitutto dal punto di vista della conoscibilità, è altresì vero che, pur essendo decentralizzato rispetto ai pensatori del passato, come Cartesio, il tema gnoseologico non è relativizzato e tanto meno messo da parte. Ciò che, indipendentemente dall’esperienza, arriva alle soglie della nostra capacità di conoscenza riguarda non soltanto l’impatto con una capacità razionale del pensiero, ma anche con un mondo più interiore: quello dell’emotività.

I realisti critici a questo riguardo affermano che siamo in presenza di fenomeni che sono “extra-mentali” che, quindi, prescindono da noi nella loro essenza reale (che noi definiamo tale, si intende…) ma che possiamo pensare partendo tanto dalla concettualità quanto dalla tangibilità, dall’incontro propriamente materiale con le cose, con i nostri simili e dissimili, con la natura come proprietà essenziale e universale degli eventi. La realtà delle cose è al di fuori di noi ma non della nostra portata conoscitiva: di un processo che ci induce a tentare di dare un significato a tutto quello che ci viene riguardando, perché la coscienza esige di trovarsi in un rapporto di equilibrio con il reale.

Se non comprendesse l’esistente, ossia se non tentasse di dare a ciò che è (e non può non essere, non fosse altro perché l’esistente non dipende da noi nel suo essere medesimo) un senso, iniziando dalla fase ultima più semplice, ma solo apparentemente, quindi la vita umana, la vita senziente, la coscienza finirebbe con l’essere utile solamente a sé stessa e questa autofinalizzazione non le consentirebbe di riscontrarsi nel rapporto con tutto ciò che può riguardare la dimensione sociale e non solo quella singolare dell’io. Il fatto che la realtà non abbia, sempre secondo i realisti critici, un rapporto necessariamente relazionale col soggetto che la osserva e la vuole conoscere, non significa che sia inconoscibile o che non abbia un senso.

Contraddicendo l’intuizionismo bergsoniano, che legge il reale come un fluire unitario e continuo, i realisti critici come George Edward Moore e Bertrand Russel, interpretano l’insieme dell’esistente come una pluralità di elementi capaci di essere analizzati – come si faceva cenno prima – tanto dalla mera speculazione concettuale quanto da quella più tangibile del sensibile, dell’esperienza materiale, del confronto diretto tra noi e il resto al di fuori di noi. Ciò che qui conta come novità filosofica, come intuizione – per così dire – innovativa è il rapporto che il soggetto ha con l’oggetto. Là dove il primo è comunque capace di protendersi verso il secondo, mentre quest’ultimo si trova in una condizione di “passività” data dalla sua inconsapevolezza di esistere.

Per questo l’elemento cosciente è dirimente nel processo conoscitivo: senza consapevolezza di esistere non può esservi spinta ad una conoscenza dell’esterno che si fonda, quindi, su una “presenza immediata” (come rileva molto opportunamente Emilio Paolo Lamanna) del reale nei confronti di chi vi sta innanzi ed è naturalmente indotto a confrontarsi e, pertanto, a mettere in moto il cammino dell’apprendimento. Sottolineano però i realisti in questione che – seppure possa sembrare una affermazione quasi da dare per scontata – questo processo gnoseologico non apporta nessuna modifica al reale che viene conosciuto. Modifica, invece, il carattere o influenza i comportamenti e la vita di chi intende conoscerlo.

Tutti i più grandi problemi su cui ogni giorno ci arrovelliamo altro non sono che un continuo tentativo di cercare di capire come “reagire” alla realtà che ci circonda e che noi, un po’ semplicisticamente, definiamo “la vita“, per antonomasia. Perché è quella che direttamente ci riguarda e che, quindi, bisogna provare a disaminare: ogni essere umano non sfugge al passaggio obbligato del domandarsi non solo le grandi questioni eterne della filosofia, del pensiero, della coscienza (i tanto famosi quesiti: chi siamo, che ci facciamo qui, dove andiamo…), ma del provare ad imparare a vivere come se esistesse un’unica scuola in merito e non fossero invece tutti singoli percorsi soggettivi pur a confronto con molte realtà oggettive (quindi universali solo per quanto concerne la specie umana o, se vogliamo, il mondo dell’animalità).

Bene ha detto Ornella Vanoni chiosando sulla fine della propria esistenza: «Dopo aver vissuto tanto, devo morire proprio adesso che mi sembra di aver capito tutto». L’acquisizione e l’accumulo delle esperienze lasciano l’illusione di essere arrivati abbastanza vicini alla soluzione dell’enorme enigma della piena consapevolezza non tanto del perché si vive ma del come poter vivere al meglio nel tempo e nello spazio in cui ci troviamo. Ma, ribadirebbero i realisti critici, la realtà ci è in pratica “indifferente“: non noi a lei, ma lei a noi, pur essendo questa del tutto inconsapevole di esserlo e, proprio per questo, tale. Qui i pensatori che hanno dato vita alla corrente neo-realista hanno introdotto il concetto di “neutralità” del reale.

Ciò che concretamente possiamo fare è considerare la funzione della coscienza come una avvicinatrice della realtà ai canoni del tutto soggettivamente umani che possediamo e che non sono il frutto di un calcolo a posteriori, ma di un apriorismo che Kant andrebbe valorizzando come strutture conoscitive universali e predeterminate. La realtà che noi riteniamo di conoscere nel micromondo terrestre, al di sotto del cielo azzurro di giorno e stellato di notte, è dunque una interpretazione di una mentalità che, a sua volta, ne è condizionata in un rapporto ambivalente che non modifica in sostanza né l’essenza “neutrale” delle cose, né la parzialità del carattere gnoseologico del nostro io. Sarà Alfred Whitehead a regalarci un postulato che è quasi paradigmatico: «Pensiamo per concetti generali, ma viviamo di particolari».

Ciò può apparire contraddittorio ma, del resto, non stiamo affermando qui che siamo completamente immersi in una interpretazione del reale che ci fa apparire lo stesso secondo canoni esclusivamente nostri e, quindi, molto, molto parziali e fallibili? Ecco che si potrebbe tentare una reductio ad absurdum, un po’ alla Gorgia, affermando l’inconoscibilità dell’essere e la sua incomunicabilità (superando il primo postulato, sempre per assurdo!). Come spesso capita nella storia del pensiero, ci si accorge che ogni singolo filosofo ha espresso un’intuizione nuova che ha aiutato a porsi altre domande, pur sapendo di aggrovigliarsi sempre in processi speculativi privi di una soluzione.

Ma, in fondo, è anche possibile che non si debba necessariamente arrivare a risolvere qualcosa. Le domande sono altrettanto importanti quanto le risposte: non fosse altro perché permettono di stimolare quel pensiero che, cosciente della sua finitudine e pochezza, è pure capace di essere, qui ed ora, nell’impenetrabilità del Grande Mistero dell’Universo (e dell’esistente), la punta più avanzata della consapevolezza dell’essere e, quindi, una delle sue possibili interpretazioni.

MARCO SFERINI

1° marzo 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

Condividi, copia, stampa l'articolo

SOTTO LA LENTE

LEGGIBILITÀ

CHI SCRIVE








FACEBOOK

REFERENDUM

TELEGRAM

NAVIGA CON

LICENZA

ARCHIVIO