Ciò che sta avvenendo in Kurdistan è, partendo proprio da una prospettiva storica e che, quindi, guarda all’indietro per poter poi proiettarsi in avanti, davvero emblematico. Il PKK, storica formazione socialista, democratica, indipendentista ha abbandonato la via della lotta armata, cui aveva dato seguito ad un certo punto della propria curva ascensionale nella rappresentanza del popolo curdo oppresso dal governo di Ankara, per aprire una nuova fase: per trent’anni Abdullah Öcalan, leader indiscusso del Partito e quasi una sorta di padre di un patria che non c’è, ha spronato i suoi al conflitto aperto, diretto, immediato, continuo.
Poi si è venuto a creare un punto di caduta, un crinale da oltrepassare per cercare di vedere, nei tempi più moderni, complicati dai tanti stravolgimenti a livello globale, dal multipolarismo, dalle guerre incedenti, ancora uno spiraglio di possibilità da cui far transitare la mediazione con lo Stato turco nel solco di un disegno confederativo democratico che includa in un unico paese due popoli: turchi e curdi. Ma la Turchia rimarrà la Turchia e i curdi continueranno a non avere un paese in cui poter godere pienamente dei diritti che gli spetterebbero. Diritti elementari e diritti più positivi, legati proprio al rigore della Legge.
Qualcuno ha ritenuto di poter proclamare con una certa solennità che si tratta di un resa da parte dei curdi, del PKK e di Apo (così viene chiamato familiarmente Öcalan, che rimane prigioniero nel carcere sull’isola di Imrali): a spargere il venticello della calunnia sono ovviamente i nemici più inveterati della causa del popolo delle montagne. Non si tratta affatto di una resa, di una rinuncia alla propria autodeterminazione, anche se, oggettivamente, potrebbe apparire tale dopo che, per lunghi decenni, la lotta armata ha rappresentato l’unico mezzo per rivendicare un diritto complessivo di indipendenza che, tuttavia, non ha avuto la meglio.
Si tratta semmai di una trasformazione necessaria per far avanzare una serie di presupposti necessari al miglioramento delle condizioni di vita dell’intero popolo curdo senza, per questo, continuare una guerra con quello turco o, per meglio dire, con il governo e lo Stato turco. In quarant’anni i morti sono stati decine di migliaia: Atatürk modernizzò il paese, lo trascinò fuori dalle pastoie medievali di un impero decadente, rendendolo più europeo e, in particolare, laico. Un aspetto della società che era praticamente misconosciuto. Il nazionalismo cambiò volto, divenne repubblicano ma non concesse ai curdi quell’indipendenza che veniva vagheggiata.
Nei decenni successivi, soprattutto dopo la seconda metà del Novecento, i contrasti si inasprirono e nelle regioni a maggioranza curda venne proibito di parlare la lingua madre, di leggere, scrivere, di studiare in curdo. Vennero imposte le usanze, oltre che naturalmente le leggi, della Repubblica turca. Non si può, del resto, nemmeno leggere quanto sta rivoluzionariamente avvenendo con il rogo delle armi a Suleimaniya (per intenderci, nel Kurdistan iracheno) come un fatto esclusivamente riguardante il PKK e non il resto del mondo curdo che si divide, per l’appunto, tra Turchia, Siria, Iraq e Iran.
Parliamo dunque di un popolo multiculturale, plurinazionale nel senso che è diviso tra più nazioni del mondo arabo e mediorientale: la composizione del grande Stato curdo necessiterebbe, in ipotesi, che si prendessero pezzi di territori da questi quattro Stati per poterlo creare: dal Golfo Persico fino al lago Van (in curdo sarebbe il lago Behra Wanê). Negli ultimi decenni proprio i curdi sono stati protagonisti degli avvenimenti intercorsi con le Guerre del Golfo e, segnatamente, nella creazione di due governi regionali e locali: uno in Iraq a guida del clan Barzani e uno nel nord della Siria dove, dopo la grande battaglia di Kobanê, le milizie dello YPG e quelle femminili dello YPJ hanno sconfitto i tagliagole dello Stato islamico (DAESH).
La futura storia di un Kurdistan indipendente, semmai ci si arriverà, dovrà considerare tutto questo unitamente alla lotta del PKK in Turchia. Il regime di Tayyip Erdoğan come risponderà alla smilitarizzazione del partito, alla distruzione delle armi che, simbolicamente e praticamente, è un atto che segna l’inizio di una nuova vera svolta epocale in seno tanto alla società turca quanto a quella curda? Ovviamente è difficile dirlo, ma si può prevedere che, viste le premesse, l’autocrazia di Ankara non sarà compiacente e benevola. Un primo gesto di apertura del dialogo per una convivenza civile e democratica, sarebbe il rilascio di Apo.
Erdoğan sa che questa lotta per l’autodeterminazione non è finita ma si sta spostando su un piano che vuole essere legale, su un confronto altrettanto diretto che, per certi versi, visto che la soluzione della lotta armata non ha ottenuto (dopo quattro decenni) i risultati sperati, sembra al governo turco ancora più insidioso. Perché la convivenza pacifica tra i due popoli può significare proprio la presa d’atto che è possibile stare vicini senza odiarsi, interagire senza pensarsi continuamente come nemici e considerare la possibilità di una appartenenza comune ad uno Stato che sia quindi binazionale, bilingue, doppio in tutto e per tutto.
Un bel progetto, premessa magari di una futura indipendenza domani, ma oggi certamente irrealizzabile nella sua prospettiva ultima. Molto interessanti sono i paragoni che gli analisti e gli esperti di politica internazionale e del Medio Oriente fanno con altre tipologie di lotte indipendentiste armate: l’IRA in Irlanda, l’ETA in Spagna, le FARC in Colombia. In tutti questi casi il periodo dello scontro violento è durato tanto, tanto tempo. Quando la situazione è divenuta di stallo, ossia nel momento in cui nessuno prevaleva e i governi non erano in grado di battere i guerriglieri, si è trovato un punto di caduta comune nell’accettazione del confronto democratico.
Tuttavia non è affatto detto che questa sia la soluzione: la Catalogna ha dimostrato, nel suo specifico caso, che il potere dello Stato centrale non permette che ci si separi. Concede autonomie, regionalismi di ogni sorta, ma le secessioni non possono prevalere come principio: pena, in nazioni con più gruppi etnici e nazionalità stesse, la disgregazione, il collasso totale. Il caso spagnolo è emblematico ma fino ad un certo punto. La Turchia ha in sé, fondamentalmente, solo la grande minoranza curda che, in tutta la parte del suo sud-est è praticamente maggioranza assoluta della popolazione. In questa fase di avvampamento dei contrasti in Medio Oriente (per primo il conflitto tra Israele e i più fronti aperti), Ankara ha cercato di tenersi in disparte.
Ha mostrato un ruolo di mediazione nella crisi ucraino-russa ed espresso vicinanza al popolo palestinese (come era naturale che fosse), biasimando duramente lo Stato ebraico nel suo intento genocida e di pulizia etnica. Erdoğan sa di avere a che fare con un multipolarismo che consente anche un certo protagonismo neo-ottomano nella fascia mediterranea, ma che non permetterà la nascita di un nuovo polo strategico nella regione a guida turca. La crisi economica interna, del resto, è un dato del tutto acclarato. Sussistono pochi dubbi sul fatto che Erdoğan si intesterà una vittoria e che il governo parlerà di una resa del PKK. Su questo non ci piove.
Ma la forza della svolta voluta da Öcalan deve potersi esprimere nel costringere lo Stato turco a fare i conti col proprio dirsi democrazia mediorientale e l’esserlo veramente. Mettere questa contraddizione in completa luce è essenziale per iniziare un processo di elaborazione dal basso che induca il vertice ai mutamenti necessari: in primis un percorso che vada verso una pacificazione che non è rinuncia nei confronti di nulla tranne che del metodo per conseguire più autonomia regionale, diritti umani, civili, sociali per il popolo curdo. L’indipendenza – diceva Ghandi – è un frutto maturo che cade al momento giusto. Non viene da sé, perché la pianta va curata e seguita con amore, ma i frutti prima o poi si raccolgono.
Diventa molto evidente il fatto che un processo di pace è possibile nella realtà solo se non si tiene in carcere il leader dei curdi, il padre della patria che non c’è, il promotore di questa svolta. Perché altrimenti non c’è parità di confronto, ma si finirebbe col tenere sempre sotto ricatto chi oggi invece brucia i fucili, dichiara di voler far parte – al momento – dello Stato turco per lottare del tutto democraticamente per una sempre maggiore autonomia regionale del Kurdistan. Öcalan propone non la resa ma l’aggiornamento della lotta e lo fa considerando l’estrema difficoltà di lasciare al proprio popolo il compito di costruirla unitariamente, pensandosi diversamente dal passato, ma rimanendo il popolo curdo in tutto e per tutto.
Esiste inoltre una parte della destra nazionalista turca, rappresentata da Devlet Bahçeli, che aspira ad una “Turchia senza terrore” e guarda con un certo interesse a tutto ciò che può mettere fine al sanguinoso conflitto con i curdi. Indubbiamente qui il punto di vista è opposto a quello perorato dal PKK e da Apo Öcalan: si mira al rafforzamento dello Stato turco in cambio di piccole concessioni al popolo delle montagne. Dovrebbe fare tutto parte di quel nuovo intendimento democratico che viene messo sul tappeto come sfida moderna ad un esperimento che, se riuscisse nel suo modello confederativo, avrebbe un grande valore per gli altri popoli del Medio Oriente. Una occasione che Ankara non dovrebbe lasciarsi sfuggire.
I se e i ma sono tantissimi, ed è proprio per questo che la proposta di pace ha un senso concreto e non è soltanto una dichiarazione di intenti traducibile mestamente in una resa. Nessuno ha vinto, nessuno ha perso: mezzo secolo è bastevole per comprendere il significato di una lotta fratricida che oggi può essere dichiarata finita. Voltare pagina senza dimenticare ciò che vi era scritto in quelle precedenti e sostenere la causa dell’indipendenza del popolo curdo in una visione internazionale, ancora socialista, fatta di giustizia sociale, di diritti a tutto tondo. Questo il compito oggi della sinistra di ogni paese nei confronti del popolo di Apo.
MARCO SFERINI
12 luglio 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria















