La destra ha un problema con la sessualità, col sesso, col genere, con l’essere delle persone. Ce lo ha, per lo meno, se non tutta, quanto meno quella destra di governo che è stata per lungo tempo la referente di opposizione di una incultura maschilista, che ha guardato sostanzialmente al ruolo del capo come a quello del duce in tutto e per tutto: dallo Stato alla famiglia andata e ritorno. Il punto in questione è la presa di consapevolezza del fatto che i rapporti con i propri istinti e con i propri desideri sono, fin dall’infanzia, repressi, tarpati e contenuti dall’interpretazione che il cattolicesimo (ma anche altri culti religiosi) impone come morale sovraordinante tutte le altre: per prima quella laica e repubblicana.
Tutto si rifà alla questione del mantenimento di un potere che si fonda, da duemila anni, su una rappresentazione di sé stesso in chiave maschile, escludendo le donne dai vertici della Chiesa, facendone una appendice indubbiamente necessaria ed utile, ma lasciando i posti chiave, di comando e di trasmissione del ruolo di Vicario di Cristo in Terra da parte di un pontefice e mai di una donna papa. Se entra in crisi il presupposto maschile ecco che si apre la voragine della messa in discussione addirittura di quelle che vengono definite “sacre scritture“, dettate proprio dalla divinità all’essere umano o, comunque, da quella ispirate e trascritte.
Così, l’aura di sacralità si è trasferita al resto dell’impostazione sociale: esiste in questo senso una vera e propria fenomenologia del peccato, uno studio attento che oltrepassa i secoli e che arriva fino a noi e che si è fatto piuttosto interessante soprattutto dopo l’Illuminismo e la fine della condanna della razionalità come nemica della fede e, pure, viceversa. Tuttavia, quest’ultima ha sempre qualche problema là dove deve ammettere che, se si prende come punto di partenza l’uguaglianza proclamata dal Nuovo Testamento, dal messaggio evangelico di Gesù di Nazareth, si deve anche convenire che non può riguardare solo la parte maschile dell’umanità. Non solo gli uomini, dunque, ma pure le donne.
Ma la Bibbia è tutta improntata al riconoscimento dell’uomo come essere creato ad immagine e somiglianza di Dio. C’è una correlazione direttissima tra creatore e creato, tra divinità e umanità ma solo quando si parla di Adamo. Non di Eva. Lei nasce da una partizione dell’uomo, del maschio e ne diviene, quindi, una protesi. Autonoma, certo, ma mai indipendente. La femminilità è, in origine, una parte della maschilità stessa da cui viene scissa per divenire comprimaria di una storia mitologica su cui, ancora oggi, si riproduce una morale patriarcale difficile da eradicare del tutto pur nel contesto della cosiddetta “modernità“.
La sessualità si inserisce in questa visione antropomorfa di un Dio ritratto sempre con fattezze umane e quasi mai immaginato come spirito se non nelle raffigurazioni triangolari del celebre, iconico “Occhio della Provvidenza” che più le interpretazioni protestanti hanno posto a simbolo della potenza divina e della superguida che rappresenterebbe per il genere umano e per il Creato. Una volta impostata la macchina riproduttrice di un potere che si è stabilizzato, questa non ha potuto non autoalimentarsi di nuove superstizioni, presupposizioni, preconcetti e pregiudizi da distribuire a piene mani tra i popoli per assoggettarli con la promessa di una remissione dei peccati, di una redenzione successivamente ultraterrena.
Questo potere si è, quindi, intestato la discendenza divina e ha gareggiato con quelli più laici nella contesa del primato, supportato o altre volte contestato dai rapporti di forza tra le classi sociali che, secolo dopo secolo, sono mutati e hanno determinato la vittoria o la sconfitta di questo o quel re, imperatore, quando non anche di potenze contro altre potenze. La destra moderna, tipicamente ispirata dal culto del capopopolo, del capo in quanto duce e condottiero della fierezza nazionale, ha fatto di sé stessa una delle interpreti del conservatorismo di questo come di altri poteri.
E siccome abbiamo appena brevemente descritto il fatto che all’origine di quello clericale sta la concezione patriarcale e maschile di reggimento di una società in cui la sessualità è finalizzata alla procreazione (e non alla vivibilità del piacere in quanto tale), ne discende il fatto che se crollano le prime tessere dogmatiche di questo domino, rischia poi di crollare tutto. Beninteso: non sarebbe la fine se non di una menzogna bimillenaria, di un inganno religioso architettato da chi si è dall’origine ingraziato prima per conquistarlo poi il potere di un Impero romano che si sarebbe dilaniato nelle lotte intestine tra il vecchio armamentario politeistico e il nuovo monoteismo cristiano.
Mentre gli dei dell’Olimpo, ereditati da Roma dalla Grecia capta, erano la raffigurazione di tutte le caratteristiche proprie dell’umanità (e dell’animalità), con pregi, difetti, virtù e vizi, e vivevano la sessualità con ampia disinvoltura, senza alcun pregiudizio di sorta, congiungendosi con uomini, donne, animali, procurandosi legami leciti ed illeciti secondo quella che sarebbe stata poi la successiva impostazione morale (e moralistica) dell’Occidente, il Cristianesimo ha calato una tetra cappa di seriosità sul tutto, imponendo una austerità dei costumi e della morale che ha stabilito il primato della Chiesa sull’Impero, quello del Papa sul Cesare di turno, quello del vescovo sul potente locale, quello del racconto evangelistico sulla vita di Gesù a quello del racconto storico.
Facendo del profeta di Nazareth il Figlio di Dio, l’esclusione dal peccato, rinnovata come patto con le genti di tutto il mondo e, quindi, non solo più con il Popolo Eletto di Israele, è il suggello di una nuova alleanza sacrale che non può essere infranta tradendo ciò che Gesù ha simboleggiato nel corso della sue breve vita: un uomo che non aveva moglie, che non ha mai avuto rapporti con donne o uomini e che ha scelto un’esistenza di predicazione, di devozione filiale verso il Padre, verso un Dio di cui lui stesso era emanazione (dice il “Credo“: «Dio vero da Dio vero, / generato, non creato, / della stessa sostanza del Padre». Se si ammette l’umanità di Gesù, la sola sua umanità, e lo si riduce allo stato semplice di uomo, si ammette anche la possibilità che egli abbia potuto provare la famosa “tentazione” di avere una compagna.
La Chiesa si fonda, fin dai suoi primi riti assembleari, su un racconto evangelico che viene costruito e difeso in una interezza che riguarda i quattro canonici testi e la loro (parziale) sinotticità: il racconto serve a dare legittimazione alla successione apostolica da Pietro in avanti, da Paolo in poi. Quest’ultimo è il vero fondatore del culto come insieme di precetti che corroborano l’interpretabile narrazione degli Evangelisti e, del resto, non la unica fonte di notizie riguardanti la vita di Gesù di Nazareth e la sua morte per mano più romana che ebraica. Il potere inizia da qui e da qui viene edificato, unendo mito e storia, leggenda e veridicità di fatti che difficilmente possono essere smentiti perché difficilmente possono essere provati. Tutto intorno è un processo esegetico che si è fatto, a sua volta, codice di comportamento culturale, civile e sociale.
L’esegesi come parte della costruzione di un modello etico che, a sua volta, deriva dal consolidamento della religione cristiana come premessa logica dell’origine della più vasta cultura occidentale. Le destre di oggi, più ancora di quelle di un tempo, rivendicano sempre tutto ciò: ne fanno una bandiera di lotta contro l’altro monoteismo che, pure, crede nel medesimo Dio dei cristiani: l’Islam. Il conservatorismo odierno, quindi, nel suo essere fedele e condiscendente assertore di una perpetuazione della Tradizione con la ti maiuscola, obbedisce al ruolo di preservatore di tutti i ruoli da questa impostati e difesi nel corso dei millenni: il credente, l’uomo devoto, l’uomo lavoratore, l’uomo-marito, l’uomo-padre, l’uomo-patriarca, l’uomo che si unisce solo con la donna, la donna che è protesi dell’uomo.
Presa un po’ alla lontana, lo perdonerete (si spera…), ecco che si inserisce, anche nella nostra presuntuosissima “modernità“, il tema della sessualità come chiave di volta di un sovvertimento di una serie di costruzioni mentali e materiali che sono, poi, al centro della questione del mantenimento di un insieme di preconcetti su cui si erige l’intera struttura del potere economico e l’intera sovrastruttura di quello culturale, religioso, laico, statale. Parlare di sesso vuol dire parlare di rapporti concreti, i più intimi che si possano avere tra esseri umani e tra esseri viventi in senso lato.
Parlarne vuol dire evitare anzitutto che ogni cosa avvenga seguendo il corso dell’abitudinarietà ad un processo tradizionale che non si impara, ma a cui ci si adegua osservando gli altri. Educare al rispetto della sessualità propria ed altrui vuol dire educare al rispetto anzitutto dei sentimenti di ciascuno e di tutti. Rispettando ogni singola emozione, ogni singola propensione, ogni desiderio che non sconfini nell’invasione della sfera altrui, imponendo, esigendo un amore, un affetto, un comportamento che, per l’appunto, contraddice la piena espressione di ciò che si prova e che non può essere circoscritto, limitato o piegato al proprio. Questa rivoluzione viene ormai dal secolo scorso e si ripropone in termini sempre nuovi perché i rapporti mutano e le coscienze anche.
La complessità della compenetrazione tra mutevolezza sociale e singolare non fa che dirci come sia molto difficile poter semplificare. La semplificazione è anche necessaria, ma fino a che non scade nella banalizzazione del riduzionismo eccessivo ad un unum che non ha poi nessun significato vero e che subisce una torsione, una trasformazione che lo rende inesprimibile se non tramite la pregiudizialità che, oggettivamente, è adattabile un po’ a tutto e tutti perché viene imposta e non condivisa. La destra continua ad avere molti problemi riguardo la sessualità perché non può risolvere tutta una serie di retrive contraddizioni che concernono sia il rapporto di sé medesimi con l’altro “diverso” da noi, sia l’opportunistico ruolo che si è data rispetto alla condivisione del potere.
Il conservatorismo è di per sé stesso negazionista di una dialettica dell’evoluzione umana (ed animale) che è nei fatti, che è naturale e che prescinde dalle concezioni metafisiche del mondo. Là dove si prova a scalfirne il potere intimidatorio, esercitato con la paura delle punizioni divine, con la commissione del peccato, con la perdita della propria eternità di vita a causa di comportamenti “illeciti“, si scatena la baraonda. Ed è un po’ quello che è accaduto con la reazione scomposta del ministro Valditara davanti alla Camera dei Deputati: la richiesta di spiegazione da parte del Parlamento su singoli punti della Legge sull’educazione sessuoaffettiva nelle scuole. Siccome qui le contraddizioni in seno al governo emergono e, soprattutto, stridono con il sentire piuttosto comune di una maggioranza della popolazione non più così risicata, l’ira furibonda è difficile da trattenere…
Così si produce il ministro nel suo anatema verso i banchi dell’opposizione: «È stato detto che con questo disegno di legge impediremmo l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, di informare i nostri giovani sui rischi delle malattia sessualmente trasmesse. È falso. È stato sfruttato un tema così delicato come quello dei femminicidi, sono indignato che abbiate detto che questa legge impedisca la lotta contro i femminicidi, vergognatevi!». Non c’è migliore chiusura per un ragionamento che travalica i tempi dei tempi: là dove si vanno a toccare le corde più intime dei presupposti socio-culturali di un paese, lì si vedono le ramificazioni dei pregiudizi su cui si fonda l’intera comunità. Il sesso non è tutto, ma è parte della nostra identità più recondita, invisibile, interiormente imperscrutabile.
Per questo, come conoscenza ancestrale di noi stessi, la messa in discussione degli archetipi è la decrostruzione di ciò che poi pensiamo di dover essere. Non di essere, ma di dover per forza essere. Qui, oltre che sui rapporti fra le classi sociali, prende continuamente l’avvio la macchinazione della perpetuazione di un potere patriarcale e maschile che non è solo ecclesiastico, non è solo religioso ma che, purtroppo, ha anche tante declinazioni laiche e (anti)repubblicane…
MARCO SFERINI
13 novembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria







