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Palestina e Israele

Senza limiti né confini, Gaza non è che l’inizio

Ora Israele fa davvero paura. Ai palestinesi naturalmente, oggetto, dopo la strage, di disegni sempre più cinici e spietati. Ai paesi vicini, tanto a quelli su cui Tel Aviv esercita direttamente un implacabile controllo omicida, quanto a quelli che tiene a bada con la minaccia della sua potenza militare.

Agli alleati europei, che gli sono stati storicamente a fianco e si sono prodigati in questi due anni nel reprimere le manifestazioni in favore della Palestina. Ma che solo ora, con ritardo colpevole e intenzionale, hanno cominciato a capire che a governare Israele è una politica caparbiamente aggressiva fuori controllo e fuori discussione, che si nutre della guerra permanente e asseconda un’esplicita volontà di conquista.

Gaza non è che l’inizio e non era difficile rendersene conto. Israele fa paura alla parte più democratica e raziocinante dei suoi cittadini e della diaspora ebraica, che non faticano a immaginare quale società oscurantista e quale stato autoritario possano scaturire dall’ideologia dell’attuale governo e dalla sua politica fondata essenzialmente sulla forza delle armi, sul primato etnico e sui sentimenti antiarabi. Fa paura per gli enormi costi umani ed economici della guerra a oltranza e per l’isolamento internazionale che può derivarne.

Eppure sarebbe bastato, agli opportunisti delle capitali europee, oltre che assistere alla strage dei gazawi, prendere sul serio quello che gli esponenti della leadership israeliana ripetevano in ogni occasione nei modi più espliciti e diretti. Questo avrebbe costretto a guardare i fatti e le parole non dal solo punto di vista dei diritti umani con i relativi appelli rivolti a Tel Aviv di far passare gli aiuti umanitari ed evitare di sparare sulla Croce rossa. Avrebbe piuttosto reso chiaro perché i diritti umani non occupavano e non occupano alcun posto nella conduzione israeliana della guerra e nella politica espansionista che la orienta e la ispira.

Col passare dei mesi, anche le sfacciate autocelebrazioni dell’Idf come esercito più etico e umano del pianeta hanno finito per affievolirsi. Il giudizio del mondo contava sempre meno. Il ministro delle finanze Smotrich, esponente di un partito di estrema destra religiosa che sostiene il governo di Netanyahu, non appena furono evidenti i primi segni della carestia imposta a Gaza dall’assedio dell’Idf, dichiarò che lasciar morire di fame migliaia di persone sarebbe stato, in questo caso, legittimo e perfino «etico». Solo la pressione internazionale avrebbe impedito a Israele di seguire questa strada. Si sbagliava, la pressione internazionale, gli ammonimenti, i toni indignati non glielo impedirono affatto.

Intanto in Cisgiordania la «reconquista» delle terre palestinesi procede a ritmi sostenuti e con un crescente esercizio di violenza da parte dei coloni armati guidati dal ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir, altro esponente di spicco dell’etnofascismo religioso, nonché sponsor della ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, distrutto nel 70 d.C. dall’imperatore Tito, sulla Spianata delle Moschee.

Il quadro dell’«ideologia sionista» oggi dominante si completa degnamente con l’intervista rilasciata da Benjamin Netanyahu: afferma di sentirsi chiamato a una missione storica e spirituale in nome delle generazioni che furono nell’attesa della terra promessa e di quelle che verranno per continuare a popolarla. Nonché di sentirsi legato, in questa missione, all’idea della Grande Israele. Quella descritta dalle fonti antiche e che comprende, oltre alle terre palestinesi, non pochi pezzi degli odierni stati confinanti. Difficile dire quanto queste idee arcaiche e intrise di fanatismo etno-religioso possano avere presa o con quanta energia la società israeliana contemporanea riuscirà a scrollarsele di dosso riallacciandosi alle sue tradizioni ed esperienze migliori.

Ma certo è che questa politica è oggi al comando in Israele. E quando in ballo c’è il diritto divino, quello internazionale, che non dispone di forza, nemmeno di quella del fanatismo, naviga in pessime acque. Per non parlare della diplomazia. Non ha dunque del tutto torto il segretario di stato americano Marco Rubio quando sottolinea l’inefficacia dei formali riconoscimenti europei dello stato palestinese non accompagnati da alcuna energica misura dissuasiva. Seppure conservano il senso di una condanna della politica espansionista di Netanyahu, restano impotenti di fronte alla sua indisponibilità a ogni compromesso. E al perentorio: «Se gli altri non ci vogliono più appoggiare, andremo avanti da soli».

Proprio «soli» non sono e non sono mai stati. Gli Stati uniti garantiscono un appoggio quasi incondizionato per oggettive convergenze di interessi che, dalla Guerra fredda in poi, non sono mai venute meno. Tuttavia per assecondare davvero fino in fondo il corso etnocentrico e stragista dell’attuale governo di Netanyahu ci volevano il cinismo di Trump, i razzisti antislamici e i fanatici evangelici che lo circondano in attesa del compiersi delle profezie bibliche.

MARCO BASCETTA

da il manifesto.it

Foto di Mohammed Abubakr

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